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    La produzione alimentare mondiale dipende sempre di più dal petrolio.

    Il mercato alimentare e il petrolio

    19 maggio 2005 - Paola Desai
    Fonte: www.ilmanifesto.it
    18.05.05

    La produzione alimentare mondiale dipende sempre di più - troppo - dal petrolio. Anche dalla disponibilità di terra coltivabile e ancor più da quella di acqua, certo. Ma il petrolio, anche se meno evidente, conta tanto nel sistema alimentare mondiale che ogni minaccia all'approvvigionamento petrolifero è una minaccia alla sicurezza alimentare. Lo fa notare l'ultimo aggiornamento pubblicato dal Earth Policy Institute di Washington, l'istituto di ricerca di economia ambientale fondato da Lester Brown. L'intera catena della produzione alimentare dipende dal petrolio: l'agricoltura stessa (per i macchinari, le pompe che estraggono acqua dalle falde, i fertilizzanti azotati e i pesticidi prodotti dall'industria chimica) e poi il trasporto dei prodotti agricoli, la loro trasformazione, confezionamento, e la refrigerazione lungo tutto il processo. La ricercatrice Danielle Murray (in Oil and Food: A Rising Security Challenge, Earth Policy Institute, 9 maggio 205) cita l'esempio degli Stati uniti: calcola che l'intero sistema alimentare americano consumi 10 quadrilioni (miliardi di miliardi) di Btu, o British thermal unit, unità di misura dell'energia usata negli Usa: è una quantità pari a 10.551 quadrilioni di joule (o all'intero consumo energetico di un anno in Francia). La produzione agricola in senso stretto consuma un quinto di quell'energia: produzione di fertilizzanti (28%), sistemi di irrigazione (7%), carburante consumato dai macchinari agricoli (34%), oltre alla produzione di pesticidi.

    Il consumo di fertilizzanti è essenziale all'agricoltura degli ultimi quarant'anni: nell'ultimo mezzo secolo la produzione mondiale di cereali è triplicata (da 631 milioni di tonnellate nel 1950 a 2.029 milioni di tonnellate nel 2004), e ciò è stato possibile aumentando la resa delle coltivazioni per ettaro attraverso l'uso di varietà «ad alto rendimento» insieme a meccanizzazione intensiva, irrigazione, e grande uso di fertilizzanti azotati per restituire nutrienti ai terreni. Oggi il maggior consumatore mondiale di fertilizzanti azotati è la Cina (oltre 40 milioni di tonnellate nel 2004), mentre gli Stati uniti si sono stabilizzati (dall'84 il consumo annuo oscilla intorno ai 19 milioni di tonnellate) e così anche l'India (16 milioni di tonnellate annui dal 1998) - ma l'eccesso di fertilizzanti azotati ha ormai provocato un diffuso esaurimento dei terreni... Anche l'uso di pompe meccaniche per estrarre l'acqua ha permesso di aumentare la produzione agricola, perfino in zone aride - ma ha aumentato il bisogno di energia per l'agricoltura, oltre a contribuire all'esaurimento delle falde acquifere in molte regioni agricole. Usare di più i rifiuti organici per concimare i terreni, o usare meglio metodi di coltivazione che conservano acqua (arare le terre ad esempio: nell'agricoltura intensiva non si fa quasi più) permetterebbe di produrre cibo meglio e con meno uso di energia.

    Questa però è solo una parte: è nel tragitto tra la produzione agricola e il consumo finale che il consumo di energia continua ad aumentare. Elenca lo studio del Earth Policy Institute: il 14% dell'energia totale consumata dal sistema alimentare va nel trasporto, il 16% nella lavorazione, il 7% nel confezionamento, 4% nella vendita al dettaglio, 7% ristoranti e fornitori, 32% nella refrigerazione domestica. L'energia consumata nei trasporti è una voce in crescita per il semplice motivo che nei paesi industrializzati occidentali il cibo viaggia sempre di più: tra 2.500 e 4.000 chilometri dal produttore al negozio - e questo è un effetto dei mercati sempre più aperti e del costo dei trasporti sempre più bassi, inclusi i jumbo-jet refrigerati che permettono di avere primizie tutto l'anno. Anche la lavorazione dei cibi si fa più sofisticata - si pensi alla quantità di roba precotta o altrimenti preparata, e così pure il confezionamento: plastica, scatole, confezioni singole. in questo senso, un comportamento individuale «ecologicamente sostenibile» è preferire i prodotti agricoli di stagione e prodotti localmente, mentre sta ai governi promuovere la produzione locale, i trasporti a minore intensità di energia (treni più che camion, ad esempio).

     

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