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    La mafia dell’ozono

    Ora che il protocollo di Kyoto è stato ratificato, con la sia pur tardiva adesione della Russia, una minaccia si sta profilando ai danni dei vecchi caposaldi nella protezione internazionale dell'ambiente
    20 maggio 2005 - Arne Jernelöv

    Ora che il protocollo di Kyoto è stato ratificato, con la sia pur tardiva adesione della Russia, una minaccia si sta profilando ai danni dei vecchi caposaldi nella protezione internazionale dell'ambiente - la convenzione di Vienna e il protocollo di Montreal sulla salvaguardia dello strato dell'ozono. La minaccia proviene da una fonte inattesa: il crimine organizzato.

    La ragione è semplice. Per proteggere lo strato di ozono sono stati siglati accordi internazionali che vietano l'uso e il commercio di sostanze chimiche denominate clorofluorocarburi (CFC). Per sostituire queste sostanze chimiche con altre più rispettose dell’ambiente, anche gli apparecchi in cui dette sostanze vengono utilizzate - come i frigoriferi, i condizionatori e le apparecchiature di produzione di plastica espansa - devono essere sostituiti con nuovi apparecchi.

    Sebbene si tratti di una pratica proibita, è tuttavia molto più economico continuare ad utilizzare i vecchi apparecchi facendo ricorso ai CFC, piuttosto che acquistarne di nuovi e utilizzare sostanze alternative meno nocive per l'ambiente ma più costose. Come avviene con ogni divieto, è nato un nuovo mercato e con esso una nuova opportunità di business per una criminalità bene organizzata e priva di remore ambientaliste.
    Il crimine organizzato è alla costante ricerca di simili opportunità, e ne trova di continuo. Non c'è da sorprendersi, dunque, se il commercio illegale di CFC o di freon si sia sviluppato senza suscitare troppa attenzione e se adesso rischia di mettere a repentaglio la convenzione di Vienna e il protocollo di Montreal.

    Questi accordi sono stati accolti come grandi successi, e ogni anno escono rapporti e statistiche ufficiali che dimostrano come l'uso di CFC continui a decrescere. Il contenuto di cloro (un prodotto della decomposizione dei CFC) nella stratosfera ha smesso di aumentare, e due anni fa il buco nello strato d'ozono sull'oceano Atlantico è risultato di dimensioni così piccole come non si registrava da decenni (oltre ad essersi suddiviso in due). Tuttavia nuovi studi hanno rivelato un assottigliamento dello strato di ozono sull'Artico, e lo scorso anno il buco nella fascia d'ozono sopra l'Antartico è risultato più esteso e profondo che mai.

    È impossibile stabilire con certezza se questi dati rappresentino semplici fluttuazioni in un lento processo di recupero o al contrario un passo indietro. I volumi di CFC oggetto di traffici illegali sono così imponenti da rappresentare ormai un fattore di importanza rilevante? Come nel caso degli stupefacenti, è difficile stimare l'entità di questi traffici. Negli ultimi anni le autorità doganali di vari paesi hanno scoperto diversi carichi di sostanze illegali, il più cospicuo in Giappone. Nella gran parte dei casi i CFC vietati erano stati rietichettati come HFC (idrofluorocarburi), che sono permessi, ma in alcuni casi sono state usate anche etichette come "spray" e "lubrificanti".

    Per il trasporto di queste sostanze nel mercato illegale si è fatto ricorso a navi e aerei. I carichi intercettati dalle autorità doganali provengono prevalentemente dalle cosiddette export-processing zones (zone franche) di Cina, Vietnam, Tailandia ed Egitto.

    Il problema è che nella maggior parte dei casi le autorità doganali non dedicano particolare attenzione al controllo dei CFC, e queste sostanze non sono facilmente distinguibili dagli HFC in assenza di sofisticate apparecchiature d'analisi. È quindi ragionevole ipotizzare che i volumi di sostanze illegali scoperti siano inferiori a quanto avviene nel caso della lotta al traffico di stupefacenti.
    I traffici di queste sostanze proibite utilizzano spesso complesse vie di trasporto attraverso paesi di transito intermedi. Una di queste vie, ritenuta di grande importanza, parte dall'Europa (Spagna) e via Singapore o Dubai arriva in India, per proseguire poi in Nepal o nel Bangladesh e tornare infine al mercato indiano.

    Alcuni aspetti delle convenzioni internazionali a protezione dello strato di ozono costituiscono poi delle vere e proprie falle di natura giuridica. Paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, ad esempio, procedono a velocità differenti per ciò che concerne l'eliminazione dei CFC. Ciò significa che quello che è proibito in un paese è permesso altrove.
    Un altro problema è rappresentato dal fatto che non vi sono restrizioni alla vendita di vecchi apparecchi che funzionano solo con le sostanze messe al bando. I congelatori che funzionano con i CFC possono essere liberamente esportati dalla Svezia, per fare un esempio, dove il loro riutilizzo è vietato, all'Egitto, dove invece è ammesso. Il rapido incremento della produzione di plastica espansa nelle export processing zones è probabilmente imputabile all'acquisto di apparecchiature funzionanti con CFC dai paesi dell'Ocse.

    Il punto è: queste attività illegali costituiscono una reale minaccia alle convenzioni sulla protezione dello strato di ozono, oppure sono "solo" un fattore che ritarderà la definitiva eliminazione dei CFC di qualche anno o al limite di un decennio? Anche nella migliore delle due ipotesi, la questione del crimine organizzato e del commercio illegale dei CFC è un tema che richiede la massima attenzione. Le autorità doganali di tutto il mondo e chi combatte contro il crimine organizzato devono impegnarsi in una nuova battaglia - questa volta a favore dell'ambiente.

    Note:

    Arne Jernelöv è Professore di Biochimica ambientale ed esperto dell'Onu sulle catastrofi ambientali. In passato è stato direttore dell'International Institute of Applied Systems Analysis di Vienna.
    Copyright Project Syndicate, 2005

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