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    Un business economicamente ed ecologicamente incompatibile

    L'affare nucleare? Solo un incubo

    Le industrie nucleari affilano i coltelli e si contendono un mercato che fa gola. Sostengono con improbabili motivazioni ambientaliste il rilancio delle centrali atomiche. È in Asia che si rischia grosso per il futuro del pianeta
    24 settembre 2005 - Angelo Baracca
    Fonte: Fonte:www.ilmanifesto.it
    23.09.05

    . Quanto è realistico il rilancio del nucleare civile? Che interessi lo sospingono? La prestigiosa rivista Science ha pubblicato il 19 agosto un Dossier sull'argomento, abbastanza obiettivo e realistico. I motivi addotti sono noti: fronteggiare il devastante riscaldamento globale (nobile obiettivo, se non fosse contraddetto dall'incapacità di prendere altri provvedimenti più rapidi ed economici, e comunque necessari - risparmio, riduzione del trasporto su gomma, riconversione dei processi produttivi e dei prodotti); la crisi incombente del petrolio, le critiche alla possibilità di coprire i crescenti fabbisogni energetici con le fonti rinnovabili (che comunque non vengono incentivate); l'inquietante richiesta di energia che si profila per l'India e per la Cina.
    Dopo la profonda crisi seguita all'incidente di Chernobyl, l'industria nucleare fiuta la possibilità di un massiccio rilancio. Il piano energetico firmato in agosto da Bush prevede generosi contributi al nucleare.

    Interrogativi e incognite

    Il Dossier dà subito ampio spazio ai dubbi. «Gli scettici sottolineano che sarebbe necessario un grande balzo nel ritmo di costruzione delle centrali solo per mantenere l'attuale quota globale di produzione di elettricità da fonte nucleare (circa 17 %), per non parlare di aumentarla... Anche le nuove (centrali, ndr) rimangono più care dei sistemi alimentati a carbone o a gas». Uno studio di giugno del Ndrc (National Resources Defense Council) conclude che il nucleare non potrebbe sopravvivere senza massicci sussidi, poiché «soffre di troppi problemi di sicurezza politica e tecnica ed esposizione ambientale e di costi eccessivi per qualificarsi come il mezzo di punta per combattere l'inquinamento del riscaldamento globale». Cochran, del Ndrc, «non vede il nucleare come una buona opzione»: egli calcola che, anche «un obiettivo modesto - evitare con il nucleare un piccolo aumento (0,2 °C) del riscaldamento globale per la fine di questo secolo», «richiederebbe di elevare il numero di reattori nel mondo dagli attuali 441 ad almeno 700 per la metà del secolo, e mantenerne stabile il numero per 50 anni. Per coprire la chiusura degli impianti obsoleti, questo richiederebbe la costruzione di 1.200 nuove centrali, a un ritmo di 17 all'anno. Le necessità di supporto sarebbero impressionanti: una decina di nuovi impianti di arricchimento per il riprocessamento, lo stesso numero di depositi di scorie delle dimensioni di Yucca Mountain se non si facesse il riprocessamento, o centinaia di migliaia di tonnellate di materiale da custodire durante il riprocessamento. ... una rinascita nucleare non vale il rischio».
    Va ricordato che gli Usa hanno accantonato il riprocessamento del combustibile a favore del «monoutilizzo». D'altra parte, nessun altro paese al di fuori degli Usa ha ancora fatto la scelta, e tanto meno avviato la realizzazione di un deposito per le scorie. Stupisce però che Science non menzioni mai il problema del decommissioning di questo numero enorme di centrali, con giganteschi costi e produzione di ulteriori scorie.

    Quali reattori e quali interessi?

    Se questa dovesse essere la «torta», si scateneranno lotte feroci per spartirsela, a scapito delle scelte più convenienti. E' una storia vecchia: negli anni Cinquanta e Sessanta, Francia e Gran Bretagna avevano sviluppato filiere di reattori a gas-grafite a uranio naturale (vedi scheda), ma negli anni Settanta le abbandonarono, vendendosi ai reattori ad acqua leggera e uranio arricchito delle statunitensi General electric e Westinghouse (anche al canadese Candu non rimaneva che una fetta di mercato marginale). La General atomic aveva sviluppato i reattori a gas-grafite negli Usa, ma gli ordini per 10 centrali furono cancellati con la contrazione energetica del 1973. E pensare che questi reattori sembrano ritornare di moda.
    Infatti, «molti esperti pensano che il futuro boom non sarà una semplice riedizione della stagione degli anni Sessanta e Settanta. In primo luogo, molti più paesi vogliono il nucleare ma non tutti vogliono gli impianti da 1.000 megawatt favoriti dalle grandi nazioni industrializzate. Vogliono reattori più rapidi da costruire, sicuri e facili da gestire, mentre le nazioni nucleari principali vogliono assicurarsi che il combustibile esaurito non possa venire deviato per altri scopi. In certi casi, gli impianti possono anche non produrre elettricità: gli usi alternativi includono il funzionamento di impianti di desalinizzazione in aree aride, la fornitura di calore per processi petrolchimici e anche la generazione di idrogeno». (Ecco intrecciarsi il business della mitica «economia dell'idrogeno» con quello del nucleare).
    Molti giudicano che in questa situazione non sono adatti i grandi e monolitici reattori ad acqua leggera (Lwr), e puntano sui reattori a gas-grafite che funzionano ad alta temperatura (Htr, 500-1000 °C), sono più adatti a taglie minori, innalzano l'efficienza della conversione dell'energia, sono idonei alla produzione di idrogeno e sembrano presentare caratteristiche migliori di sicurezza passiva: non consentono le economie di scala dei grandi impianti ma possono essere realizzati in moduli.

    Lotte commerciali

    Si profila già una lotta a coltello. In effetti, il rilancio del nucleare, particolarmente forte in Asia (Cina, 30 reattori per il 2020, per quadruplicare la produzione elettronucleare; India, 8 in costruzione; Corea, 8 in progettazione; Giappone, aumento dell'energia elettronucleare dal 25,5% al 40,4% nel 2013), si basa prevalentemente su perfezionamenti dei reattori tradizionali raffreddati ad acqua, resi necessari dopo gli incidenti di Three Mile Island del 1979 e di Chernobyl del 1986. Il reattore Ap1000 della Westinghouse, modificazione del Pwr, usa la gravità, la circolazione naturale, e gas compresso per raffreddare il nucleo in un'emergenza: ha così ridotto il numero di valvole del 50%, di tubature dell'83%, di cavi di controllo dell'87% e di pompe del 35%. Mentre il modello semplificato Bwr della General electric ingloba un serbatoio d'acqua sopra il reattore che in caso di emergenza lo sommerge automaticamente.
    Ma il Dossier dà ampio risalto alle riserve verso questi modelli e alle opinioni secondo cui il futuro sarà degli Htr. Basti pensare che non è stato deciso il tipo di reattore che sarà scelto per l'impianto pilota di nuova generazione da 1,3 miliardi di dollari previsto nei provvedimenti energetici di Bush.
    Science si dilunga soprattutto su due opzioni. Sudafrica e Cina sviluppano reattori «a letto di sfere» (pebble bed), che riprendono in realtà un prototipo che ha funzionato in Germania dal 1968, chiuso dopo l'incidente di Chernobyl. General atomics e Giappone sviluppano una geometria «prismatica». Questi progetti sembrano presentare vantaggi considerevoli: ma «una cosa che non risolvono è il problema delle scorie», che vengono anzi prodotte in volumi maggiori.
    I colli di bottiglia dell'opzione nucleare sembrano dunque ripresentarsi, sia pure in forma mutevole. L'India sta seguendo anche una strada molto originale, un reattore al torio. Vale la pena di osservare come lo shock dei test nucleari del 1998 sia passato molto presto, se gli Usa hanno stipulato con l'India un accodo sul nucleare, ancorché «civile». (il manifesto, 20 luglio). Giappone, Cina, India, Sud Corea e Russia proseguono anche la strada dei reattori veloci, su cui gli ambiziosi progetti francesi erano naufragati.
    Ma si moltiplicano anche le incognite. In Giappone - dove le forti correnti militariste spingono anche per dotarsi di armi nucleari, incoraggiate dalla strategia di Washington di accerchiamento della Cina - preoccupa il progetto dell'impianto di riprocessamento di Rokkasho, che produrrà 8 tonnellate di plutonio all'anno. Dall'altro lato la Cina, per coprire il 20 % dei fabbisogni elettrici nel 2050 «dovrebbe acquisire il 75 % di tutti i depositi di uranio noti facilmente accessibili». Si profilano guerre preventive per l'uranio?
    Le battute conclusive del Dossier sono sulla crescita dell'opposizione popolare in Giappone e, anche se in misura minore, in Cina.

    E l'Italia?

    A parte il nodo del risultato del referendum popolare del 1987, quali sarebbero le possibilità di una ripresa del nucleare in Italia? Il fallimento clamoroso del programma nucleare italiano fu dovuto in primo luogo alla cialtroneria di chi lo gestì: impianti sperimentali scoordinati (Latina a gas-grafite, Garigliano Bwr, Trino Pwr; più un reattore militare che celava aspirazioni frustrate), sprechi di risorse, progetti di ricerca insensati falliti e neppure conclusi, reattori di ricerca che non hanno mai funzionato e non sono serviti a niente (Pec, veloce; Cirene, ad acqua pesante), dipendenza intellettuale dagli Usa, emarginazione di chi proponeva progetti sensati diversi.
    Si valuta che furono investiti 62 miliardi di Euro: ma quanto costeranno il decommissioning di 8 centrali (Saluggia, Latina, Garigliano, Trino, Cisam, Padova, Palermo, Caorso) e la gestione delle scorie, che è ancora in alto mare e crea interminabili problemi economici e politici e tensioni sociali esplosive? Il paragone con il costo del kwh nucleare prodotto dalla Francia rimane molto ideologico, se non si tiene conto che Parigi ha realizzato e mantiene uno dei più poderosi arsenali nucleari militari, e fa affari riprocessando il combustibile esaurito di molti paesi (ma, come la maggior parte, non ha ancora affrontato la patata bollente del deposito per le scorie).
    Dopo il referendum, inoltre, sono state smantellate le competenze che si erano accumulate, per cui una ripresa del nucleare oggi in Italia sembra ancora più problematica. Un piano economicamente sensato dovrebbe prevedere la costruzione di numerose centrali: dove le piazzeremmo nel nostro territorio così popolato? I servizi del manifesto (18, 20 agosto) sui progetti nazionali per la fusione nucleare controllata, aldilà delle polemiche che hanno sollevato, sembrano confermare che la cialtroneria rimane una nostra prerogativa. Anche un articolo di Ugo Spezia sulla rivista apertamente filo-nucleare Le Scienze di giugno deve ammettere che «è difficile pensare a una riapertura dell'opzione nucleare nel breve termine».

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