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    T. Coraghessan Boyle: la Terra non si salva

    Il romanzo di Boyle, non ha il compito di dare risposte pratiche. Non è un romanzo politico. Semmai è un romanzo sulla fine della politica, la quale non ha impedito la fine del mondo.
    29 settembre 2005 - Alessandro Leogrande
    Fonte: http://www.lostraniero.net/pagine/uno.html
    Numero 20 - febbraio 2002

     T. Coraghessan Boyle: Abbiamo già distrutto parte della biosfera e, nonostante questo, continuiamo a distruggerla, imperterriti e con una certa suicida noncurante costanza. Ci avviamo verso la Soluzione Finale: il deterioramento irreparabile del pianeta e l’estinzione del genere umano tutto opera sui. La causa della Soluzione Finale? Non la follia dei campi di concentramento o una guerra mondiale o una meteorite gigante o l’arrivo dei nuovi saraceni, ma semplicemente l’ostinata propensione al consumo sfrenato degli uomini occidentali, di una classe media globale sempre più estesa; consumo sfrenato i cui risultati sono stati la scomparsa delle principali specie animali, la trasformazione dei tropici in un immenso deserto, la scomparsa delle foreste, l’angusta vita in megalopoli da decine di milioni di abitanti, torride oltre i cinquanta gradi per sei mesi all’anno, o inondate da uragani e piogge incessanti per i restanti sei, la comparsa di strane epidemie che minano costantemente la salute degli uomini e delle donne, i quali, nonostante questi infiniti malanni, sono arrivati a essere dodici miliardi.

    Siamo in California, nel 2025: il disastro è stato compiuto e si avvicina la Soluzione Finale. Da qui incomincia l’ultimo romanzo di T. Coraghessan Boyle, Amico della Terra (Einaudi, 2001), il cui protagonista, Ty Tierwater, è un ecologista radicale che, dopo aver assistito al fallimento dei movimenti ambientalisti — insuccessi, questi, strettamente intrecciati al fallimento del proprio matrimonio, alla morte della figlia, agli anni di carcere a causa di più di un attentato ecoterrorista —, nel 2025 appunto, diventa il guardiano dello zoo privato di una famosissima popstar, Mac Pulchris, e si prende cura dell’ultimo esemplare vivente della volpe della Patagonia, di una iena, di tre leoni, di due avvoltoi.

    In Italia, dell’autore statunitense erano già usciti, oltre a L’oriente è l’oriente e Morti di salute, América e Se il fiume fosse whisky, entrambi editi da Einaudi, due opere in cui emergeva il Boyle comico e grottesco, spietato e cinico, acuto critico della mediocrità americana, dei suoi vizi, dei suoi pregiudizi, delle sue tante ipocrisie e dei suoi tanti perbenismi. E il titolo originale di América, The Tortilla Curtain, stava proprio a indicare luci e ombre del rapporto fra messicani e statunitensi a cavallo della "cortina di tortilla": da una parte un’orda di disperati pronti a tutto pur di superare il confine e poter condividere il gringo’s way of life; dall’altra i californiani bianchi disposti a difendere il confine con i fucili e i tanti luoghi comuni sul "diverso". E, dal variegato ritratto d’insieme di questi ultimi, non era esclusa la crisi d’identità dei liberal di fronte ai nuovi migranti.
    In Amico della Terra, riemerge tutto il sarcasmo di Boyle; ma, accanto a questo, si fa strada una cupa visione del futuro dell’american way of life e della sua insostenibilità ecologica. La California del 2025, quella in cui Ty vive ricordando gli insuccessi delle battaglie ambientaliste degli anni Ottanta e Novanta che non hanno evitato il disastro e che, anzi, non hanno scalfito minimamente il suo poderoso incedere, è il nostro mondo di domani. Più che alla fantascienza, i reportages dal futuro di Boyle sembrano improntati a una sorta di realismo prefigurativo. Non c’è niente delle atmosfere di Blade Runner o di quelle dell’ultimo Cronenberg; il 2025 di Coraghessan Boyle è terribilmente reale: un mondo ucciso dall’inquinamento, avviato verso la desertificazione, popolato da ottantenni che sembrano cinquantenni e da ventenni che non vedono altro al di là del monitor del proprio computer, tutti comunque rinchiusi nelle proprie case perché al di fuori non si può più uscire, condannati a tumori della pelle e a mangiare i cibi più strani quando non si trovano più neanche delle semplici uova. Esattamente, cioè, quello che avverrà se l’economia e lo sfruttamento incessante dell’ecosistema, che esigono di strappare i tanti protocolli di Kyoto, non subiranno un cambiamento di rotta generale. Ma quante probabilità ci sono che questo avvenga? Poche, molto poche: sembra essere questa l’amara costatazione di Boyle il cui interesse, la cui pietas — di fronte alla Soluzione Finale veniente — non è rivolta a un genere umano irredimibile ma agli animali e alle piante e alla Terra che degli uomini sono le vittime impotenti.

    Scrive Boyle ed è Ty Tierwater, l’ecologista sconfitto, a parlare: "Pagavo conti e incassavo affitti, e abbassavo il finestrino dell’auto per aggiungere la mia parte di kleenex, bastoncini gelato e pacchetti di sigarette vuoti ai detriti nei fossi delle strade coperte di bitume. Ancora? Bevevo vino, spendevo denaro, viziavo mia figlia e la guardavo accumulare roba a sua volta. Ed esattamente come voi — se vivete nel mondo occidentale, e devo pensare che sia così, altrimenti perché stareste a leggere queste cose? — procuravo alla natura di questo malandato e sanguinante pianeta un danno circa duecentocinquanta volte più grande di quello arrecato dagli abitanti del Bangladesh o di Bali — che pure, credetemi, fanno la loro parte, o la facevano. […] La forza che mi ha trascinato nel movimento è […] l’amicizia per la terra. Per gli alberi e i cespugli e le erbe autoctone e per l’antilope della prateria o il ratto-canguro del deserto e ogni altra creatura che viva e respiri sotto il sole. Eccetto gli uomini. Questo è il punto. Perché per essere un amico della terra, devi essere un nemico degli uomini."

    Questo è il punto, il nervo scoperto del romanzo: il rapporto tra i bisogni degli uomini e i diritti della natura (e quando mai siamo stati disposti a concedere dei diritti alla natura?). Si è distrutta questa (e tanti altri esseri viventi non-umani) per soddisfare i bisogni da tutti (non solo dai californiani) pretesi, ma la distruzione si è spinta fino a un punto di non ritorno: quello in cui l’esistenza dello stesso genere umano è messa a repentaglio.

    Di questo, però, Ty non ha nessun rimorso, non esprime alcuna compassione verso gli uomini. E nelle monotone giornate di guardiano dello zoo privato di Mac Pulchris (la cui smania di collezionismo non è indirizzata unicamente verso gli ultimi esemplari di specie animali rare, ma anche verso le reliquie degli ultimi "santi": ciocche di capelli di Kurt Cobain, foto autografate di Gwyneth Paltrow…) questa è la definitiva conclusione cui arriva: "Salvare gli animali. Per la terra è troppo tardi. E anche per noi. Ma gli animali, se solo riuscissimo a evitare che si estinguano prima di noi — si adatteranno di sicuro, e qualcosa di nuovo salterà fuori al posto nostro. Questa è la nostra speranza. La nostra sola speranza".
    Il romanzo di Boyle è montato a incastro. Agli avvenimenti della lunga stagione delle piogge del 2025 (parti del libro in cui Ty parla in prima persona) si alternano lunghi flash-back datati ora 1989, ora 1991, ora 1993 (in queste parti, invece, il racconto è in terza persona), nei quali è ricostruita la vita d’allora di Ty, quando cioè aderisce al movimento "Salviamo la Terra!", di cui la nuova moglie, Andrea, è co-fondatrice, e ne condivide le azioni. Il mondo dell’ambientalismo statunitense non si salva dalle critiche, da uno sguardo che alle volte si fa impietoso. Nella galassia "verde" americana, accanto alle anime belle come Sierra (la figlia di Ty, vegan radicale, che decide di vivere — novella stilita — per tre anni sui rami di una sequoia), sono disseminati atteggiamenti radical-chic, velleitarismi, tanto politicismo. Si salvano gli ambientalisti dalla colpa collettiva? Il fallimento del matrimonio di Andrea e di Ty è anche il prodotto della incomunicabilità di due modi di intendere l’azione per la salvezza della Terra. Da una parte la "politica" e "maggioritaria" Andrea, burocrate del movimento, attenta ai sondaggi di gradimento dell’opinione pubblica per la questione ambientale, alle alleanze con i senatori "verdi", che guadagna come dirigente del movimento 80mila dollari all’anno… una donna perfettamente integrata, insomma, "militante solo nei weekend", per usare l’amara espressione di Gunther Anders. Dall’altra Ty, più intransigente e minoritario, ma che è l’evidente prodotto di un estremismo sterile e inconcludente (contro cui si scaglia la vena grottesca di Boyle) e che include il far saltare in aria i tralicci della General Electric.

    E se la prima sembra incarnare appieno la parabola discendente e istituzionalizzata dei movimenti e dei partiti ambientalisti (anche da questa parte dell’Atlantico), l’esperienza ugualmente fallimentare dell’ecoterrorista Ty ci lascia davanti a un dilemma pressante: si può davvero persuadere la classe media globale, americana ed europea in primis, a consumare di meno? Ad avere anche il minimo senso del rispetto nei confronti della natura? Serve, in buona sostanza, fare solo opera di convincimento? E quale azione, radicale e decisiva, è invece oggi possibile al di là delle vuote e controproducenti "azioni notturne di disturbo"?

    Il romanzo di Boyle, ovviamente, non ha il compito di dare risposte pratiche. Non è un romanzo politico. Semmai è un romanzo sulla fine della politica, la quale non ha impedito la fine del mondo. Ma provando a vedere la Terra dalla Luna, a giudicare gli anni novanta dall’osservatorio ("privilegiato") del 2025, la constatazione è lapidaria: non siamo riusciti a impedire "lo stupro della Terra".

    Quando in mezzo al disastro, un decrepito ultracentenario ex-investigatore privato che tanti anni prima lo aveva fatto andare in carcere, gli chiede acidamente: "Guardati intorno. Che cosa hai ottenuto?", Ty non può aggirare l’evidenza: "Eccolo, il punto, lo scopo per il quale abbiamo lavorato, lo scopo di tutto, per tanti anni, con tante perdite che non posso nemmeno cominciare a contarle, e la risposta mi sale alle labbra con un sapore così schifoso e acre che sono costretto a sputarla. — Niente, dico. — Assolutamente niente."

    Note:

    *T. Coraghessan Boyle è originario di Peekskill, nello Stato di New York, ma vive a Santa Barbara e insegna al Southern California College, in un quartiere multietnico di Los Angeles. Di lui Einaudi ha pubblicato i romanzi América (1997), Amico della terra (2001), Doctor Sex (2004) e la raccolta di racconti Se il fiume fosse whisky (2001).
    «La passione per la scrittura non è nata con me, e non me l'hanno trasmessa col latte materno. Nessun angelo è venuto a visitarmi, e non andavo a nascondermi negli angoli bui con gli occhiali spessi due dita, l'apparecchio per i denti e in mano un libro, mio unico amico. Non mi rintanavo come una talpa borgesiana nella biblioteca di mio padre (per la cronaca, mio padre non aveva una biblioteca e non ha letto un libro in vita sua...) No, ero un bambino come tutti gli altri. Giocavo a palla; vagavo tra i miseri resti dei boschi nella periferia di Westchester, uccidendo quello che mi capitava; stringevo i denti a scuola, che per me era peggio dei lavori forzati. Ero un bravo bambino, facevo di tutto per piacere - come spessissimo accade ai figli degli alcolisti -, eppure, chissà come, verso i 15-16 anni mi sono trasformato in un ragazzino strafottente. Un punk. Un cinico. Un so-tutto-io. In parte è stata colpa dei libri - ma non tutti, non ancora. Le persone che frequentavo - ragazzini come me - erano figli di famiglie istruite, borghesi, a volte persino abbienti, ed erano svegli, furbi e insoddisfatti. Piú tardi sarebbe arrivata la droga, ma all'inizio non volevamo altro che guidare come pazzi, cercare disperatamente di scopare, compiere i soliti, piccoli atti di vandalismo, prendere una sbornia dietro l'altra - e chissà come, per miracolo, leggere libri. Eravamo proto-hippies, ma non lo sapevamo. Sapevamo solo di essere a metà strada fra i teppisti e i primi della classe, e di saper apprezzare Aldous Huxley, George Orwell, J. D. Salinger, Jack Kerouac.
    Scrivere? Una cosa mai sentita. [...]
    A 17 anni sono finito a Potsdam, New York. [...] Non frequentavo le lezioni all'università. Ciondolavo insieme ad altri buoni a nulla. Ma leggevo. Ho scoperto Flannery O'Connor durante un corso di letteratura e mi sono riconosciuto, come di schianto; poi, fuori dalla classe, nei bar, in compagnia di una piccola schiera di gente come me, ho iniziato a leggere Updike e Bellow e Camus, poi Barth, Beckett, Genet, e Gide, Ibsen, O'Neill, Sartre, e Waugh. La biblioteca era nuova, si sentiva un odore di formaldeide salire dalla moquette; anche i libri erano nuovi, almeno quelli che leggevo io, e avevano quell'odore che i libri hanno ancora adesso, di colla inchiostro e cartiera, un odore che ho imparato ad associare al piacere - e alla conoscenza».

    T. Coraghessan Boyle
    (da The Eleventh Draft, Harper Collins, 1999)

     

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