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    Cosa accadrebbe in Italia se pane, pasta e pizza diventassero OGM?

    Ogm, grano o grane ?

    Manni Ed. (circa 240 pagine – 16 euro) 2006
    Introduzione di Mario Capanna
    12 febbraio 2006

    copertina libro Due anni or sono il Consiglio dei Diritti Genetici (CDG) ha lanciato l’iniziativa Grano o Grane, un progetto che intendeva esplorare le implicazioni sul nostro sistema agroalimentare legate all’introduzione in commercio del frumento transgenico.
    Nell’ambito del progetto, promosso insieme a Coldiretti, AssoCAP, CNA Alimentare, FLAI-CGIL e COOP e sostenuto finanziariamente da diverse aziende agroalimentari, il Consiglio dei Diritti Genetici ha dedicato particolare attenzione all’indagine scientifica sulle ripercussioni che il grano biotech potrebbe avere sul nostro sistema paese nelle sue articolazioni culturali, nutrizionali, economiche e agricole.
    Il lavoro svolto in questi mesi è ora disponibile sotto forma di un libro dal titolo Grano o Grane edito da Manni Ed. (circa 240 pagine – 16 euro il prezzo di copertina), in questi giorni distribuito in libreria.
    Oltre a una sintesi a carattere divulgativo delle cinque monografie che abbiamo commissionato sul possibile impatto che il grano transgenico potrebbe implicare (socio-culturale – Università di Bari, sovranità alimentare - Consiglio dei Diritti Genetici, nutrizionale - INRAN, economica – INEA, agrogenetica – coordinamento Università di Firenze), il testo si compone di una premessa a firma di Mario Capanna (presidente del Consiglio dei Diritti Genetici) e di un’ampia introduzione dove si riassume la natura della sfida rappresentata dal frumento transgenico, se ne segnalano le molteplici implicazioni possibili e si illustra l’iniziativa intrapresa dal CDG.

    Cosa accadrebbe in Italia se pane, pasta e pizza diventassero OGM? L’interrogativo, nato dalla richiesta di Monsanto di immettere sul mercato frumento transgenico, è stato posto dal Consiglio dei Diritti Genetici (CDG) a imprese e organizzazioni di categoria del sistema agroalimentare italiano e a istituti pubblici di ricerca. Risultato: l’iniziativa Grano o Grane avviata dal Consiglio dei Diritti Genetici, promossa da Coldiretti, AssoCAP, CNA Alimentare, FLAI-CGIL, COOP, in rappresentanza della filiera agroalimentare nazionale, e sostenuta finanziariamente da molte aziende del settore , ora narrata dal libro Grano o Grane (a cura di Luca Colombo - CDG, Manni Ed., 240 pagine, 16 euro).
    L’iniziativa Grano o Grane è dunque il frutto della collaborazione di forze sociali, imprenditoriali e della ricerca pubblica: un’associazione della società civile che sollecita aziende e organizzazioni di rappresentanza del sistema agroalimentare a mobilitare risorse e interesse, affidando a istituti pubblici scientifici e accademici il lavoro di approfondimento, accompagnandolo a un dialogo transatlantico sull’opportunità di introdurre in commercio una tecnologia controversa.
    La richiesta avanzata dalla Monsanto per il frumento Roundup Ready alla fine del 2002, ha infatti segnato uno spartiacque decisivo nel campo dell’ingegneria genetica interessando un alimento base della nostra identità gastronomica e culturale a differenza delle odierne colture transgeniche per lo più destinate al consumo animale o comunque lontane dalla nostra tradizione alimentare. Di grano sono fatti il pane, la pasta e la pizza che ogni giorno compaiono sulle nostre tavole, più di due etti di prodotto a testa. E di grano sono fatti i miti e i riti su cui si fonda la nostra cultura e la nostra identità storico-culturale, stereotipata o meno che sia, in Italia e all’estero.
    Il libro ricostruisce le tappe della mobilitazione italiana e planetaria così come le ragioni della fallita introduzione sul mercato di frumento biotech e, attraverso una raccolta di saggi monografici, affronta il caso grano OGM nelle sue ricadute in campo economico, nutrizionale, agricolo e culturale.
    Nel saggio dell’antropologa Annamaria Rivera, docente della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari, si mostra come il grano sia centrale nella costruzione dell’identità culturale del Mediterraneo, in cui miti pagani e riti cristiani si sono alternati nell’eleggere il frumento a coltura simbolo del sacro.  Volano di cultura materiale e di rivendicazioni sociali, il frumento ha dimostrato di essere buono da mangiare proprio perché buono da pensare, per dirla con Lévi-Strauss, e oggi la società non può più prescindere dal chiedersi in che modo la manipolazione genetica di un alimento come il grano possa incidere sulla sua stessa capacità di produzione simbolica e culturale, e se possa continuare ad essere buono da pensare.
    Il viaggio del grano ha notoriamente valicato tutti i confini geografici e gastronomici. Come sottolineato nel saggio di Luca Colombo, curatore del libro e membro della Direzione Tecnico-Scientifica del Consiglio dei Diritti Genetici, oggi il frumento contende al riso il suo primato agroalimentare nel mondo, assumendo una dimensione planetaria e alterando i regimi dietetici di quei paesi dove non si coltiva la pianta e non è tradizione nutrirsene. La ricerca sul grano transgenico è tuttora in larga parte appannaggio delle grandi aziende biotecnologiche; solo pochi centri del sud del mondo hanno avviato campi sperimentali, facendo i conti con le difficoltà tecniche dell’ingegnerizzazione del frumento e con i limiti rappresentati dagli sbarramenti brevettali e dal costo di ricerca & sviluppo, che per una varietà transgenica da portare sul mercato si aggira intorno alle decine di milioni di dollari.
    Quali potrebbero essere le conseguenze dal punto di vista nutrizionale della manipolazione genetica di un alimento così diffuso? A rispondere è lo studio di Marina Carcea, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione, che osserva: “Se consideriamo la situazione italiana e analizziamo i dati di consumo effettivo degli alimenti a base di, o che hanno come componente il grano, sia duro che tenero, è ragionevole pensare che, vista l’alta presenza di questi prodotti nella dieta degli italiani, qualunque eventuale effetto tossico, acuto o cronico o allergenico, che potrebbe essere dovuto alla presenza di grano transgenico negli alimenti, debba essere tenuto in seria considerazione.”  Passando sul piano della normativa, in Nord America l’iter autorizzativo resta tuttora oggetto di numerose obiezioni da parte di diversi studiosi, in quanto non si svolgono analisi indipendenti sugli OGM da autorizzare e le Agenzie come la statunitense Food and Drug Administration (FDA) - l’equivalente del nostro ministero della Salute - si limitano ad acquisire la valutazione delle ricerche condotte dalle stesse aziende e a far leva sul principio della sostanziale equivalenza fra coltura OGM e coltura convenzionale. È questo il caso del frumento Roundup Ready, per il quale l’unica autorizzazione al mondo ad oggi concessa è quella della FDA che ha considerato completa la consultazione sulla base di dati e informazioni fornite dalla stessa Monsanto, cui viene demandata ogni responsabilità nel garantire la sicurezza.  
    Oltre all’aspetto nutrizionale, i dubbi sul grano OGM investono anche quello economico. Secondo lo studio realizzato a firma di Simone Vieri e Caterina Cucinotta, Presidente e funzionario dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria, la sua introduzione non avrebbe alcuna ricaduta positiva sul sistema agroalimentare italiano, riccamente articolato in piccole e medie imprese fortemente radicate sul territorio, tanto che, si ricorda nel testo, ben 7.000 degli 8.100 comuni italiani vedono la presenza di almeno un’azienda di trasformazione agroalimentare. Riguardo alla possibilità di coltivazione di grano transgenico, considerata l’elevata domanda di frumento da parte delle aziende di trasformazione che l’agricoltura nazionale non è in grado di soddisfare, tanto più dopo la recente applicazione della Riforma della PAC, il frumento transgenico non sembra capace di presentare nel breve-medio termine una soluzione competitiva.
    Il tema dell’introduzione agricola di grano transgenico e della ricerca che la ispira, è affrontato nel saggio di  Oriana Porfiri e Riccardo Bocci, agronomi ricercatori che hanno realizzato l’indagine nel quadro di una collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze. La grossa estensione della coltivazione nazionale di frumento, l’assenza di studi sul flusso genico verso la flora spontanea, le incognite legate alla dispersione del transgene, sono alla base delle preoccupazioni che si possa produrre inquinamento genico. Restano aperte, inoltre, la questione della proprietà intellettuale, in cui il brevetto rappresenta un vincolo all’avanzamento scientifico e tecnologico, e quella della “fascinazione” per il biotech, che erode energie e capacità alla ricerca sul breeding classico, che a detta degli esperti del settore continua a rappresentare ancora oggi la via più razionale da percorrere in tema di miglioramento varietale, in una situazione in cui la ricerca pubblica evidenzia limiti sia in termini di investimenti che sotto il profilo degli orientamenti strategici.
    “In questa impresa l’Italia può svolgere una funzione di avanguardia sia rispetto all’Europa, sia nel bacino mediterraneo sia nel dialogo interoccidentale fra Europa e Nordamerica, come in quello fra Europa e l’Est, il Medioriente e l’Africa”scrive Mario Capanna, presidente del CDG, nella Prefazione, che aggiunge: “chiunque sottovaluti il legame inscindibile dei rapporti tra alimentazione e cultura, fra l’una e l’altra e gli stili di vita che ne risultano, commetterebbe un errore deleterio. Cancellare l’identità millenaria che il grano ha contribuito a costruire, ci renderebbe come alberi dalle radici tagliate”.

    L'INTRODUZIONE DI MARIO CAPANNA

    La richiesta di produrre su vasta scala e di commercializzare frumento transgenico, presentata dall'azienda Monsanto in Canada e negli Stati Uniti, ha segnato uno spartiacque decisivo nel settore delle biotecnologie alimentari e, più in generale, nel campo delle manipolazioni genetiche. Si passa da un orizzonte tecnico-scientifico che appariva fino ad ora lontano, definibile in modo circoscritto e settoriale, ad un altro più vicino, più prossimo a quella forma di esistenza che ogni giorno decliniamo come «quotidiano».
    Le biotecnologie alimentari e, in particolare, oggi, quella applicata al grano, esprimono in senso molto preciso la simbiosi fra i termini «tecnologia» e «vita», con tutto il ventaglio di implicazioni che tale legame comporta. Le precedenti colture GM non ci avevano ancora dato appieno questo senso di «prossimità»: soia, mais, colza sono destinati per lo più al consumo animale, e comunque rappresentano un fattore identitario, dal punto di vista alimentare e culturale, piuttosto limitato. Non è così per il grano. Esso non è solo uno dei tanti vegetali che nel corso dei millenni hanno contribuito alla nostra sopravvivenza fisica, soprattutto nell'area mediterranea.
    Dai primordi delle civiltà il grano è stato lavorato e trasformato, è diventato «pane», uno degli alimenti-simbolo più importanti della nostra identità storico-geografica: dal mito della «dea bionda» Cerere, fino all'eucarestia cristiana, è stato ritualizzato, sacralizzato, «culturalmente manipolato», fino a diventare, esso stesso, cultura.
    Ancora oggi, parafrasando il titolo di un libro di Miguel Angel Asturias, si deve dire che siamo «uomini e donne di grano», fruitori quotidiani di quel cosiddetto Fattore P (pane, pasta, pizza, pasticceria), per cui ogni giorno utilizziamo l'alimento grano e il valore simbolico-culturale profondo che esso rappresenta ed esprime.
    Fruitori, dicevamo.
    E persino l'etimologia ci svela le radici lontane di quanto veniamo affermando. La parola "frumento", da frumentum, rimanda al verbo fruor, che, oltre a "fruire", indica anche "godere", "trovare soddisfazione" e "trovare piacere".
    Quel prezioso chicco, sfamandoci e nutrendoci, per migliaia di anni ci ha dato e ci dà la soddisfazione e la gioia dell'alimentazione. A tal punto che in latino e nella nostra lingua -a riprova di quanto il nostro inconscio collettivo è influenzato così profondamente da quel bene essenziale- abbiamo coniato ben due diverse parole per indicarlo.
    Oltre a frumento, "grano".
    Granum ha la stessa radice di grandis (grande) e rinvia al verbo grandio: "fare sviluppare", "crescere". Convergenza semantica straordinaria. Dagli albori della nostra civiltà il grano -il frumento- è l'alimento base che permette il nostro sviluppo, che ci fa "crescere" e, perciò, ci permette di "trovare soddisfazione e piacere".
    Non si tratta di sottigliezze letterarie. Al contrario: chiunque sottovaluti il legame inscindibile dei rapporti fra alimentazione e cultura, fra l'una e l'altra e gli stili di vita che ne risultano, commetterebbe un errore deleterio. Cancellare l'identità millenaria, che il grano ha contribuito a costruire, ci renderebbe come alberi dalle radici tagliate. Il possibile arrivo del frumento GM rappresenta dunque una sfida completamente nuova, lanciata direttamente ai consumatori e, insieme, al sistema imprenditoriale e istituzionale legato al mondo del grano.
    Una sfida che apre una dinamica di relazione diversa, e fino ad ora sconosciuta, tra consumatori e transgenia, fra agricoltori, imprenditori e trasformatori del grano e materia prima GM. Una sfida multiforme: riguarda tutti e tutto, dall'ambiente naturale al mondo agricolo, dal cibo alla sua distribuzione e al suo commercio, dall'alimentazione alla cultura, dall'economia alla finanza.
    Una sfida, perciò, che va raccolta in tutta la sua portata.
    Quale potrebbe essere l'impatto del frumento transgenico su questo universo di implicazioni, che arrivano a coinvolgere persino simboli e sapori?
    Quale il costo del sistema Italia -e di quello europeo- per mantenere la propria identità alimentare e culturale?
    Il Progetto Grano o grane è nato per rispondere a questi interrogativi. E ha preso avvio, ben prima che si realizzasse il fatto compiuto, seguendo il principio di quell'antico pensatore che diceva: "Il saggio deve prevedere e non pentirsi".
    Il Progetto è sorto per avviare un dialogo fra tutte le categorie interessate, fra scienza e società, e per dare vita anche ad un confronto fra i mercati transoceanici di Italia, d'Europa e Nordamerica. Nell'America del Nord le inquietudini stanno crescendo.
    La questione del frumento transgenico suscita diffuse preoccupazioni, di varia natura e, fra le prime, c'è quella relativa alla difficoltà di commercializzazione del prodotto in loco e, soprattutto, nell'area europea e mediterranea, ovvero nel cuore della "civiltà del grano".
    In Canada il subbuglio si sta allargando, proprio a partire dagli agricoltori, e si sta estendendo a quelli statunitensi. Ne è esempio l'importante messaggio inviatoci, in occasione della presentazione pubblica del Progetto, dalla Commissione canadese del grano, la potente agenzia che presiede all'esportazione del frumento canadese, nella quale un ruolo di primo piano è giocato dalle organizzazioni agricole di quel paese. Il Progetto Grano o grane ha preso l'avvio sotto i migliori auspici: presenti e partecipi i maggiori operatori nazionali della filiera del frumento, insieme a grandi forze sociali e associative.
    La partita, dunque, è -resta- completamente aperta. Grano o grane, dopo un accurato lavoro preparatorio, sì è sviluppato come progetto aperto: chiunque ha voluto coinvolgersi in questa battaglia strategica, con onestà e impegno, è stato il benvenuto.
    Il Consiglio dei Diritti Genetici ha fornito tutto il suo supporto culturale, scientifico e tecnico di istituzione indipendente, che ha lo scopo primario di offrire ai cittadini, agli operatori, alle istituzioni a tutti i livelli, un'informazione rigorosa e veritiera circa le implicazioni in ogni campo degli OGM e, in questo caso specifico, del grano GM.
    Si è fatto un lungo percorso. Senza alcuna demonizzazione, ma con il rigore di analisi scientifiche, culturali, tecniche ed economiche, si è valutato quale delle due strade scegliere: se quella del frumento transgenico o quella del grano OGM-free.
    La prima strada -quella del grano GM- per un paese come l'Italia, che vanta una miriade di prodotti di qualità derivanti dal frumento, famosi da noi e nel mondo, determinerebbe danni irreggibili, non soltanto sul piano della specificità e originalità alimentare, ma anche su quello del portafoglio agricolo e di tutta la filiera della trasformazione.
    È stato perciò un bene muoverci per tempo e con lungimiranza.
    In questa impresa l'Italia -in ragione del suo peso culturale, politico ed economico- ha svolto, e può continuare a svolgere, una funzione d'avanguardia sia rispetto all'Europa sia nel bacino mediterraneo sia nel dialogo interoccidentale fra Europa e Nordamerica, come in quello fra Europa e l'Est, il Medioriente e l'Africa; non a caso siamo stati invitati in Algeria e Giordania a illustrare la sfida in corso sul frumento transgenico. Il «mondo del grano» è ormai in movimento, in tutte le sue componenti. Il Parlamento, il governo -e le Regioni, per quanto di loro competenza- sono chiamati a dare un segnale netto e conseguente. Un libro come questo non c'è mai stato.
    Contiene la storia del grano nell'evoluzione della civiltà umana, analizza con precisione i rischi della sua trasformazione biotecnologica e svela gli immensi interessi che vi stanno dietro.
    Un vademecum per capire.
    Per decidere consapevolmente il presente e il futuro della nostra alimentazione, e della nostra salute.
    Il libro, inoltre, mostra le possibilità di nuove forme di governance di fronte alla sfida inedita che le bioingegnerie pongono all'umanità: i soggetti (sociali, culturali, scientifici, economici, ecc.) interessati si aggregano, approfondiscono e dicono con competenza la loro parola, e assumono l'onere democratico delle decisioni, la responsabilità delle scelte, alternativa alla passività della delega.
    Una lezione al sonno della politica?
    La lotta intrapresa e il largo schieramento che si è costituito non sono stati certo estranei alla decisione, che la Monsanto si è vista indotta a prendere (per la prima volta!), di rinunciare alla manipolazione genetica del frumento. Bisognerà stare all'erta, nel caso qualcuno ci provi ancora.
    Vogliamo Grano, non Grane.
    Perciò dobbiamo continuare a distinguere avvedutamente tra il grano e il loglio

    Mario Capanna
    Presidente del Consiglio dei Diritti Genetici

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