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    "L’albero è un segno di vita e raccoglie in sé il concetto di crescita"

    Gli alberi? Moneta ecologica

    28 marzo 2006

    faggio Giovanni Bollea, nato a Cigliano Vercellese nel 1913, innovatore della neuropsichiatria infantile italiana del dopoguerra, si è formato a Losanna, Parigi e Londra ed è professore emerito presso l’Università La Sapienza di Roma. Fondatore e direttore dell’Istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli, primo presidente della Società italiana di neuropsichiatria infantile, promotore di innumerevoli iniziative a favore dell’infanzia, ha scritto numerosi libri rivolti ai genitori e ha una profonda e antica passione ecologista.

    Professore Bollea, lei ha fondato l’Alvi, associazione per il rimboschimento del suolo italiano, nata dall’esigenza di riflettere e agire sul rapporto indissolubile e vitale che lega ogni individuo agli alberi. Cosa intende per rapporto indissolubile fra il bambino e l’albero?

    «Basti soltanto vedere i bambini quando sono nei giardini con gli alberi e con le piante o quando entrano nel bosco. Alzano subito la testa per vedere le cime degli alberi, gli occhi si allargano. Gli alberi più alti portano lo sguardo fino al cielo e i bambini cominciano a sognare. L’albero è un segno di vita e raccoglie in sé il concetto di crescita».

    Un ricordo del bosco con i bambini?

    «Ecco, io ho imparato molto vedendo i bambini fra gli alberi. Una volta una bimbetta mi ha insegnato che sanno parlare. Gli ho chiesto: “Ma come parlano?, Posso sentirli ora?”. “Vedi” - mi ha risposto - al mattino non bisogna svegliare gli alberi, perché hanno dormito tutta la notte per proteggerci. Quindi sono stanchi, bisogna aspettare… però se metti l’orecchio sulla corteccia e ascolti in silenzio, dopo lui parla! È vivo e anch’io e anche te”. Questa grande lezione mi è rimasta nel cuore. L’albero è vita nel cuore e nella mente dei bambini».

    Un beneficio biologico e psichico?

    «L’albero dà la sensazione della bellezza. Le foglie giovani e le foglie che cadono portandogli nutrimento. Nel bosco ci sono gli elementi principali della nascita, della crescita, della morte della vita. Al bambino viene automatico portare l’acqua all’albero, accarezza l’albero con amorevolezza ed è felice di imparare a conoscere le sue portentose proprietà. Già fra i 7 e gli 8 anni i bambini cominciano a capire che l’albero dà ossigeno. Nel bosco sentono la limpidezza e la freschezza dell’aria nei polmoni. Ecco perché vorrei che il bambino nasca e cresca con gli alberi piantati da mamma e papà».

    La legge Rutelli ha fissato questa esigenza fra i doveri di ogni cittadino, genitore di un nuovo nato?

    «Al posto di un albero, ho proposto e ottenuto di piantare 10 alberi perché dopo 8/10 anni, questi alberi producono l’ossigeno di cui il figlio ha bisogno. Un bambino durante un esperienza nel bosco disse: “tutte le piccole margherite e le violette che nascono ai piedi degli alberi, sono lì per fargli piacere, per festeggiarlo! Auguri! Bravo!” Dopo essere stati nel bosco e aver notato tutti questi piccoli, importantissimi particolari, i bambini cambiano il loro approccio con il mondo, man mano diventano più buoni. Ricordano anche il vento, la tempesta di pioggia. Hanno sentito dei tuoni, hanno visto qualche lampo… quanti pianti quando vedono il loro albero che ha perso qualche ramo. Imparano a crescere e sentono di poter diventare forti come gli alberi».

    Secondo lei la scuola italiana dovrebbe fare di più per l’educazione e la tutela ambientale?

    «La scuola può e deve impegnarsi a fondo per creare nei giovani una forte cultura dell’ambiente. Per promuovere la cura di sé e degli alberi, il senso della responsabilità, della tutela, per sentire la “necessità profonda” del verde della loro città o del loro paese. Quest’opera di sensibilizzazione deve cominciare però presto, già in età scolare e prescolare, quando ci si apre all’amicizia e con la fantasia si può anche parlare con un amico-albero».

    Dalle politiche educative a quelle comunitarie. Secondo lei e il Consiglio europeo ha una politica efficace sulla riduzione del danno ambientale?

    «L’Europa è riuscita a inghiottire boschi e foreste intere ad un ritmo esorbitante. Fino a che i Paesi del Terzo Mondo hanno lanciato il loro chiaro monito a Rio. Oggi noi, piantando un ettaro di bosco latifoglie, con il suo sottobosco, possiamo produrre 25 metri cubi di ossigeno al giorno e riassorbire altrettanti metri cubi di anidride carbonica, depurando l’aria. Sono stati fatti tanti validi progetti, tante proposte. Quando inizieremo a realizzarli?»

    Oggi siamo nell’era del petrolio, lei auspica un ritorno all’era dell’albero?

    «Oggi l’Europa è costretta a prendere ossigeno da quei Paesi che hanno sovrabbondanza di ossigeno. Guardiamo le foreste africane... l’Africa a livello internazionale non è debitrice ma creditrice di ossigeno, di vita».

    Lei parla spesso di moneta ecologica. Cosa intende dire?

    «Chi produce ossigeno deve essere pagato. Noi respiriamo ossigeno prodotto dalle foreste equatoriali e tropicali. Il 30/40% di quello italiano viene dall’estero. Le Nazioni Unite devono pagare il surplus di produzione di ossigeno ad alcune Nazioni polmone. L’uomo può vivere senza petrolio, senza carbone, ma non senza albero, né senza polmone».

    Perché, dopo tanti anni di fervente attività, ha lasciato l’Alvi?

    «Ho 96 anni e qualche tempo fa, passeggiando per il bosco, ho incontrato un albero grande e grosso. L’ ho guardato e lui mi ha guardato e poi mi ha detto: “Noi due siamo alla fine”. Ed io ho capito che dovevo lasciare agli altri il compito di seguire questa poesia».

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