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    Migliaia di barili di residuo del greggio ogni giorno vengono riversati, e poi incendiati, nelle valli delle montagne di Bayji

    Iraq, disastro ambientale nel nord

    20 giugno 2006 - Sabina Morandi

    Incompetenza, leggerezza o vera e propria stupidità.

    Sono questi gli ingredienti con cui si prepara l’ennesimo episodio della fallimentare saga dedicata alla ricostruzione dell’Iraq e, in questo caso, al mancato rinnovamento delle fatiscenti infrastrutture petrolifere. Siamo a Bayji, nel cuore dell’Iraq sunnita, sede di un’importante raffineria gestita dalla compagnia statale North Oil che ha il problema, come ogni raffineria del pianeta, di gestire milioni di barili di prodotti di scarto fra i quali spicca il cosiddetto “black oil” (o petrolio nero). Non potendo disporre delle moderne tecnologie necessarie per ridurre gli scarti della raffinazione, i manager della compagnia hanno pensato bene di pompare la fanghiglia nelle valli delle montagne intorno a Bayji.

    Peccato che, dopo qualche mese, è risultato chiaro che il black oil stava penetrando nei terreni porosi vicino al fiume Tigri, arrivando a minacciare direttamente le falde acquifere profonde da cui attingono le maggiori città della zona. Resisi conto del pericolo i manager della compagnia hanno pensato bene di dare fuoco al tutto, nel disperato tentativo di rimediare al disastro. L’incendio, lungi dal risolvere il problema, ha sparso nuvole tossiche di fumo denso e appiccicoso per un raggio di 65 chilometri arrivando a oscurare il cielo di Tikrit, la capitale della provincia nota per essere la città natale di Saddam.

    Prima di scandalizzarsi per le avventate decisioni dei tecnici iracheni bisogna sapere che la pratica di dar fuoco al petrolio in eccesso non è così rara. Nei luoghi più sperduti del mondo, in quelli cioè dove è più difficile fare rispettare gli standard di protezione ambientale, spesso le compagnie risolvono così il problema degli sversamenti, come più volte denunciato dagli attivisti indigeni o dalle organizzazioni ambientaliste. E’ ovvio quindi aspettarsi una simile disinvoltura anche in Iraq anche se è difficile immaginare una situazione catastrofica come quella descritta da Ayad Younis, ingegnere che lavora per il Dipartimento della Salute e dell’Ambiente del governo provinciale. Sollecitato dalle proteste di alcuni comitati civici locali e allarmato dalle confidenze di alcune “gole profonde” che lavorano alla North Oil, Younis si è recato fra le montagne di Makhool, subito sopra Bayji, dove ha trovato vaste zone di terreno «trasformate in un pantano nero» con vere e proprie «pozze di petrolio in numerose vallate fra le montagne». Al di sopra di questo inferno aleggiavano nuvole di fumo così fitte «da ostruire la visibilità e rendere l’aria irrespirabile», come Younis ha scritto nel suo rapporto.

    I vecchi e danneggiati impianti iracheni hanno un’altissima incidenza di prodotti di scarto (circa il 40 per cento) che in passato venivano esportati verso paesi stranieri dotati di raffinerie più moderne ed efficienti. Nella primavera nel 2003, mentre venivano assegnati lauti contratti per la ricostruzione alle più potenti corporation statunitensi, ben pochi si sono mostrati interessati al riammodernamento delle raffinerie che sono state generosamente lasciate in mano alle autorità irachene. La Bechtel per esempio ha “vinto” un contratto da quasi due miliardi di dollari (pagati dai contribuenti americani, tramite UsAid) per ricostruire, fra le altre cose, anche la centrale elettrica di Bayji, ma si è guardata bene dallo sporcarsi le mani con il viscoso e poco redditizio petrolio nero. Quando gli incessanti attacchi degli insorti hanno costretto a interrompere l’invio all’estero dei prodotti di scarto, le autorità si sono ritrovate a dover smaltire circa 36 mila barili di black oil al giorno, e hanno deciso di costruire una piccola conduttura dal complesso di raffinazione di Bayji fino alle vicine montagne.

    Dopo il sopralluogo di Younis la storia è trapelata e i pezzi grossi di Baghdad hanno cominciato a strepitare. Dal ministero del Petrolio sono piovute dichiarazioni scandalizzate e raccomandazioni severe mentre Hamad Hmoud al-Qaisi, governatore della provincia, si è appellato alle Nazioni Unite e all’amministrazione statunitense affinché intervengano al più presto. Le pressioni del governo iracheno sulla North Oil (che fino a questo momento non ha rilasciato dichiarazioni) hanno costretto la compagnia a spegnere gli incendi ma il problema rimane irrisolto. Del resto, anche se la North Oil riuscisse a trovare i 150 grandi camion necessari a trasportare, ogni giorno, il fango nero al di fuori dei confini, difficilmente troverebbe degli autisti disposti ad attraversare un territorio quasi integralmente controllato dalla guerriglia sunnita.

    La vicenda di Bayji è un altro esempio, se mai ce ne fosse bisogno, del fallimento della strategia di una guerra che, secondo Bush, si sarebbe dovuta «pagare da sola» con i proventi del petrolio. Secondo i piani neo-con l’Iraq avrebbe dovuto raggiungere in breve quei 6 milioni di barili al giorno che, con opportune modifiche costituzionali, sarebbero stati in gran parte privatizzati a vantaggio delle compagnie americane. Tuttavia, dopo tre anni di costosissima occupazione, la produzione irachena raggiunge a stento i due milioni di barili al giorno, che non sono nemmeno sufficienti per il consumo interno, e al prezzo di devastanti danni ambientali come quelli che si stanno verificando nella provincia di Bayji. Un fallimento causato non solo dagli incessanti attacchi della guerriglia e dal ricco mercato nero fiorito intorno al lucroso business dell’oro nero, contrabbando ampiamente favorito dalla decentralizzazione (leggi subbappalti) e dalla deregulation tanto amata dagli americani, ma aggravato anche da gravi problemi strutturali decisamente sottovalutati prima dell’invasione. I consulenti della lobby petrolifera che regna alla Casa Bianca avevano infatti tutto l’interesse a sovrastimare le riserve irachene (tanto per dimostrare che, come si dice, il gioco valeva la candela) e a sottostimare gli effetti deleteri di dieci anni di sanzioni. Ma una volta caduto il regime i tecnici hanno scoperto che per ricavare più petrolio possibile - unica fonte d’entrata durante gli anni dell’Oil for Food - gli ingegneri iracheni hanno pompato centinaia di migliaia di barili d’acqua nei pozzi danneggiando in modo irreparabile alcuni importanti giacimenti. La scoperta ha indotto i geologi a ridimensionare di parecchio la stima delle riserve: dai 200 miliardi di barili ipotizzati nel 2002 a 112 miliardi. Se poi si dà retta ai geologi più pessimisti, quelli per intenderci riuniti nell’Association for the Study of the Peak Oil & Gas, in Iraq non ci sarebbero più di 50 miliardi di barili di petrolio recuperabile.

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