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    La decrescita felice

    Luca Mercalli, climatologo, presidente della Società Metereologica Italiana e direttore della rivista Nimbus, in occasione della presentazione di un numero monografico di "Animazione Sociale" sull'educazione ai consumi, ha esposto la sua idea di modello di sviluppo nella sede del gruppo Abele di Torino.
    Riportiamo il testo dell'intervista che ha rilasciato, per gentile concessione di Arcoiris Tv.
    17 luglio 2006 - a cura del Gruppo Abele di Torino
    Fonte: www.megachip.it
    15.07.06

    Parliamo di decrescita felice; la prima domanda che ti porrei è questa: per quale motivo un climatologo si avvicina a questo concetto?

    Studiando il clima si arriva immediatamente a tutte quelle attività umane che sul clima incidono. Prima di tutto il consumo di energia, soprattutto quella derivante dal petrolio e dal carbone, che è l'energia che emette i gas che alterano la nostra atmosfera e che causano i cambiamenti climatici. Quindi è giocoforza che chiunque si occupi di clima arrivi anche ad occuparsi di problemi sociali e di problemi economici, visto che se vogliamo cambiare l'attuale situazione di degrado ambientale dobbiamo per forza passare attraverso la modificazione dei comportamenti quotidiani.

    Da qui il passo alla decrescita è inevitabile direi, anche se poi, è ovvio, non tutti coloro che studiano la climatologia ci arrivano; bisogna sentirla anche un pò a livello personale; io sono riuscito a mettere abbastanza insieme le due cose e oltre che occuparmene sul piano professionale, ne faccio ormai anche uno stile di vita, di tutti i giorni.

    Ecco, tu parlavi appunto della questione dei consumi, l'attuale innalzamento della temperatura terrestre è imputabile a un rapporto sbagliato con i consumi dell'uomo sulla terra?

    Direi di si in termini generali, ovviamente se vogliamo andare a scoprire in modo quantitativo quale è la responsabilità delle attività umane sui cambiamenti climatici, non abbiamo la bacchetta magica e non siamo in grado di quantificarlo; non si può certamente dire se la colpa è tutta dell'uomo, se lo è solo in parte o se siamo in qualche modo come i detonatori di una possibilità che il sistema climatico ha di variare e noi abbiamo mosso una piccola cosa, ma stiamo creando in questa maniera una sorta di disequilibrio che poi ci porterà a cambiamenti ambientali sicuramente difficili da sopportare nel futuro, non tanto adesso.

    Quello che stiamo vedendo ora sono solo i primi assaggi; i timori sono per quello che succederà nei prossimi decenni, fino all'orizzonte del secolo quando si attende un aumento che può essere compreso tra i 2 e i 6 gradi a livello mondiale, che è veramente una quantità enorme e che metterebbe in crisi non solo l'umanità ma tutto l'ecosistema.

    Ecco che dunque quando parliamo di consumi arriviamo ai consumi di materie prime, perché non c'è soltanto l'energia, non ci sono soltanto i problemi legati all'atmosfera, ce ne sono molti altri a cominciare da dove mettere i rifiuti, all'inquinamento dell'aria che fa male alla salute e non al clima, all'inquinamento dell'acqua e così via.

    Tutto rientra in questo grande flusso di materia e di energia che noi preleviamo da un forziere che è quasi sempre il suolo terrestre e che poi trasferiamo, attraverso una breve permanenza che consideriamo il nostro benessere, poco dopo alla discarica.

    Quindi, per stare bene, noi spostiamo una colossale quantità di materiali e di energia ma li trasformiamo, e nel trasformarli spesso abbiamo anche dei prodotti indesiderati; non si tratta soltanto dei rifiuti che vediamo, che possono darci fastidio da un punto di vista estetico, ma forse certe volte non fanno così male; ci sono tantissimi rifiuti invece che non vediamo, sotto forma di composti chimici il più delle volte inventati dall'uomo, i quali possono procurarci dei danni, a noi o alle specie viventi che poi servono a noi per vivere, e molti dei quali non sappiamo ancora che cosa facciano.

    Quindi, il consumo smodato di tutto ciò, è sicuramente la base del disequilibrio del sistema ambientale dei giorni nostri.

    Un fenomeno che qui a Torino si vede molto bene è quello dell'arretramento dei ghiacciai; questo è un sintomo; può essere un passaggio storico normale, oppure anche questo è un segno di un'emergenza che si crea nel nostro ambiente?

    I ghiacciai variano rispondendo alle variazioni climatiche, al fatto che faccia più caldo e che nevichi di meno, una parte di questo segnale può essere di natura assolutamente interna al sistema climatico normale potremmo dire, naturale, ma come abbiamo detto prima, se ormai si è assodato che almeno una frazione del cambiamento climatico attuale, dell'innalzamento della temperatura, dipende dalla quantità di gas a effetto serra che l'uomo ha immesso nell'atmosfera negli ultimi 150 anni, allora anche i ghiacciai sono una risposta a tutto ciò.

    E direi che questo, almeno a Torino, ci deve in qualche modo, da un lato preoccupare perché il ghiacciaio per Torino è una fonte di acqua, è una fonte anche di turismo; le Alpi sono attrattive anche perché abbiamo il ghiaccio e la neve d'inverno, ma l'altro aspetto è che con i ghiacciai noi abbiamo una grande possibilità didattica; forse proprio attraverso i ghiacciai, chi abita in Piemonte, può rendersi conto, in maniera più concreta, di come si fa in fretta a cambiare un paesaggio e basta andare in montagna, soprattutto per chi ci va da un pò di anni, per accorgersi che negli ultimi 15 anni circa, le cose hanno cominciato a prendere una piega direi straordinaria, per l'accelerazione con la quale vediamo sparire il ghiaccio e vediamo cambiare il terreno sotto i piedi; e da questo può essere utile partire per riflettere sugli altri grandi temi.

    Una domanda più generale:il protocollo di Kyoto per la riduzione dell'immissione dell'anidride carbonica nell'atmosfera è la risposta al problema?

    E' un inizio di risposta, un tentativo, encomiabile, perché comunque pensiamo a quanto è difficile mettere d'accordo, praticamente tutti i Paesi della terra, ma è l'unico passo che possiamo fare.

    C'è una sorta di concordato internazionale sui problemi ambientali, è l'unico mezzo che ci permette di uscire da questo vicolo cieco, altrimenti se uno o due o cinque agiscono in maniera virtuosa e gli altri no è inutile muoversi, quindi serve una visione che sia assolutamente globale.

    Non si poteva pretendere di trovarsi d'accordo sul clima al primo colpo, in un mondo che tra l'altro è preda di scontri, conflitti, guerre di ogni genere per mille motivi: sarebbe stata un'utopia; e invece ci si è tutto sommato riusciti, perché, pur con tutti i suoi problemi, il protocollo di Kyoto, con dei rinunciatari o con Paesi che sono stati volutamente esclusi perché sono in via di sviluppo, è oggi in vigore.

    Sta a noi recepirlo come un primo modo, sia pure imperfetto e rozzo, per rapportarci a questo problema.

    E' vero che sul piano fisico per l'atmosfera serve ancora troppo poco il protocollo di Kyoto, ma questo non vuol dire che bisogna ignorarlo e dire... tanto non serve..., al contrario; è l'unico modo per recepire il cambiamento culturale, perché giustamente non possiamo tornare al medio evo in un anno, quindi il protocollo di Kyoto chiede poco, proprio perché vuole fare una sorta di atterraggio morbido, abituarci con una cera gradualità alle scelte che dovremo via via far diventare la normalità nel nostro stile di vita futuro.

    Tornando invece al problema dei consumi, ti è capitato di citare il "diagramma di Delhi" sulla relazione fra felicità e consumi, puoi spiegarci di cosa si tratta?

    Forse non è stato Herman Delhi a farlo, ma sicuramente sta assolutamente al posto giusto, nella visione economica di Herman Delhi, che è semplicemente l'economista che insieme a tanti altri, per altro, recepisce il concetto di crescita zero.

    Siamo in una terra che ha dimensioni finite, non cresce la terra, è sempre così da 4,5 miliardi di anni, le risorse hanno una misura che non varia, noi riusciamo a vivere soltanto se prendiamo dall'ambiente quanto riesce a rigenerarsi.

    Se prendiamo troppo, rimaniamo poi inevitabilmente senza materie prime da un lato e accumuliamo troppi rifiuti dall'altro.

    Herman Delhi dice che è esattamente come una popolazione di batteri in una provetta, se mangia tutto il suo cibo poi è destinata a suicidarsi, anche l'umanità deve fare nello stesso modo, quindi da un lato dovremo pensare di arrivare nel futuro a stabilizzare anche la crescita della popolazione, siamo passati da un miliardo e mezzo di abitanti all'inizio del secolo a sei miliardi e mezzo, non è pensabile che si possa pensare di crescere all'infinito, così come non è pensabile che possano continuare a crescere all'infinito i nostri appetiti.

    In un modo o nell'altro dobbiamo arrivare a una stabilizzazione, dove diciamo, c'è un punto nel quale, ad un livello accettabile, ci si ferma, ci si gode quello che si ha e non si può continuare a volere sempre di più altrimenti prima o poi si è destinati a scontrarsi contro il limite della limitatezza fisica del mondo.

    Tornando invece alla questione della decrescita felice, nell'attuale sistema economico, secondo te, è possibile iniziare una decrescita felice?<7b>

    Io ritengo di si, perché la decrescita felice prima di tutto la devono iniziare i singoli.

    Il sistema economico non è un Golem, un qualcosa che si è generato perché questo è l'unico mondo possibile, l'abbiamo fabbricato noi; l'uomo in fondo ha vissuto 200.000 anni come homo sapiens, in uno stato di equilibrio con l'ambiente, e quando sbagliava certi processi arrivavano momenti di miseria, oppure semplicemente arrivavano calamità naturali che lo tenevano sotto controllo.

    Gli ultimi 200 anni ci hanno dato come grande possibilità quella di una conoscenza scientifica e tecnologica che sicuramente ha migliorato in mille occasioni il nostro livello di vita.

    Ora si tratta di usare bene quello che abbiamo imparato, non per continuare a crescere all'infinito, ma per razionalizzare, per rendere più efficienti i nostri consumi.

    La decrescita ci dice in sostanza non di tornare al medio evo, ci dice di non sprecare, di non fare il passo più lungo della gamba, ma di non voler pretendere sempre delle cose che non abbiamo solo per inseguire delle chimere.

    Nel momento in cui uno ha fatto un buon pranzo e si sente soddisfatto, di solito uno termina al dessert, non ricomincia a mangiare dagli antipasti e dal primo; noi ci troviamo in questa situazione; il banchetto è lì, abbiamo avuto la fortuna in questi anni e rammentiamo, questa fortuna l'ha avuta un quinto circa della popolazione terrestre, di avere qusto banchetto; l'abbuffata porta poi al mal di pancia.

    Quindi c'è un momento nel quale fermarsi, essere contenti di essersi riempiti la pancia e possibilmente riuscire a far mangiare tutti.

    La decrescita felice può fare queste cose partendo da una visione che dev'essere individuale, che può essere fatta in tanti modi senza bisogno di privarsi di nulla, ma semplicemente essendo più sobri e facendo delle distinzioni anche sulle attività quotidiane, sugli acquisti, e sulle scelte che ogni giorno, dobbiamo renderci conto, anche quando si va al supermercato, coivolgono sempre un flusso di materie prime e di energia.

    E in molti casi creano anche degli scontenti fra tante persone del mondo che eventualmente sono state private di qualche bene per portarlo a noi.

    E chi, nella società, dovrebbe farsi promotore di questa decrescita felice? E' cioè la singola persona oppure bisognerebbe che ci fossero dei segnali anche dall'alto?

    Dovrebbe essere a tutti i livelli è ovvio, anche perché non abbiamo tanto tempo per fare questo famoso atterraggio morbido.

    Quindi, o prendiamo coscienza di questi problemi in tempi ragionevolmente accettabili, oppure averemo l'atterraggio brusco, avremo il precipitare, perché saranno le leggi fisiche e i problemi ambientali a imporcelo, questo è inevitabile.

    Sarebbe bello quindi che questa presa di coscienza arrivasse contemporaneamente dai singoli, ma che facesse lievitare anche una visione politica a largo raggio, non soltanto a livello italiano, ma a livello internazionale.

    C'è un sacco di lavoro da fare, la decrescita è un pensiero che è appena gemmato, quindi questo vuol dire che c'è il lavoro di filosofi, di economisti, di giuristi, di politologi, accanto ovviamente alle scienze "dure", ai fisici, ai genetisti, agli agronomi, insomma, questo per dire che abbiamo anche una grande carta da spendere in termini di motivazione, in termini di lavoro da fare, però tocca in qualche modo mutare il paradigma, cioè finché il valore più importante che noi attribuiamo alla nostra vita di ogni giorno è la crescita del prodotto interno lordo e ce lo sentiamo ripetere in tutte le salse, è ovvio che stiamo andando nella direzione esattamente opposta, cioè verso il precipizio.

    Speriamo che queste timide consapevolezze che ormai stanno nascendo da tante parti della società civile ma dal basso, vengano al più presto recepite da chi deve prendere decisioni efficaci a livello politico.

    Questa sera sei qui, nella sede del gruppo Abele per la presentazione di un numero della rivista "animazione sociale" sui consumi e sull'educazione ai consumi. Secondo te che ruolo ha l'educazione sui bambini, sui giovani e che cosa significa educare?<7b>

    Il numero che viene presentato questa sera raccoglie una serie di saggi che parlano proprio di questi problemi.

    Penso che l'educazione sia una tappa fondamentale per il raggiungimento di questi obiettivi; non è facile farla, anche perché ci sono molte resistenze.

    L'educazione deve essere fatta da chi ci crede, e questi possono essere sia i docenti sia le famiglie, ma devono in qualche modo viaggiare in sintonia, altrimenti è difficile raggiungere i risultati.

    Io penso che i bambini, i giovani, gli studenti, possono essere molto ricettivi a questo tipo di sensibilizzazione. Bisogna però non farne un'ideologia, non una moda, ma al contrario arrivare alla formulazione più profonda dei principi che governano la nostra terra, il nostro pianeta.

    Se uno riesce a varcare questa soglia poi è tutto più facile.

    Non è qualcosa che viene imposto perché lo impone un partito politico o un modo di pensare; è il funzionamento stesso del mondo intorno a noi che ce lo impone; quindi, se si riesce a capire che noi viviamo, per esempio, perché ci sono gli alberi che con le foglie fanno la fotosintesi e non perché le cose si generano da sole nel banco dei supermercati, credo che questo sia già un grande passo avanti; anche se sembra banale, oggi in molti lo hanno dimenticato.

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