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    Riscaldamento globale: prima di esaurirsi il petrolio presenta il conto

    Il caldo record di oggi eredità del passato

    Per sopravvivere, occorre ridurre i consumi
    23 luglio 2006 - Sabina Morandi
    Fonte: www.liberazione.it
    22.07.06

    Strana sensazione, ascoltare eminenti climatologi annunciare l’arrivo del caldo anomalo mentre il termometro sale davvero sotto il tendone che ospita Aspo 5, la quinta conferenza internazionale dell’associazione che studia l’esaurimento dei combustibili fossili. E’ strano vedere una platea composta prevalentemente da geologi fuoriusciti dalle compagnie petrolifere, e poi climatologi, economisti, agronomi ed esperti di finanza provenienti da ogni angolo del mondo, che pian piano allentano cravatte, slacciano bottoni e finiscono col togliersi le scarpe e restare in calzini. L’aria condizionata qui è tassativamente vietata, ma gli scienziati nordici strabuzzano gli occhi nella canicola della tenuta di San Rossore. Surreale che ad ascoltare i massimi esperti mondiali nel calcolo dell’energia che rimane alla specie umana ci siano soltanto alcuni parlamentari europei e tanti giornalisti stranieri.

    Dovete sapere che sulla quantità di petrolio contenuta nei giacimenti tutti mentono: lo fanno i paesi produttori per vedere accresciuto il proprio peso politico (o ampliate le quote di produzione nel caso dell’Opec) e lo fanno le compagnie per far salire il valore delle azioni, come ben sanno ricercatori e tecnici che hanno lavorato nei giacimenti. Il fondatore dell’Aspo Colin Campbell, ad esempio, dopo una vita passata alla Texaco e alla Bp decise di lavorare per Petroconsultants organizzazione che aveva lo scopo di raccogliere i dati dei singoli giacimenti in un enorme database. Fino a quel momento le uniche informazioni disponibili sulle riserve provenivano dalle relazioni annuali di Oil & Gas Journal e del Wolrd Oil, due riviste finanziarie che si limitano a raccogliere i dati forniti dai produttori senza fare alcun riscontro. Nel 1995 Campbell pensò invece di lavorare sui dati dei singoli giacimenti per ricavare, attraverso complessi modelli matematici, dati un po’ più affidabili. Quando dal database allestito insieme a Jean Laherrère (fuoriuscito Total) cominciò a venire fuori che le riserve erano in realtà molto più ridotte di quanto sostenessero le compagnie statali e private, le pressioni su Petroconsultans divennero enormi.

    Il capo della compagnia difese a spada tratta quel gruppo di «eminenti rifugiati dell’industria petrolifera» ma alla sua morte il database venne smembrato (Campbell conservò quel che poteva per fondare l’Aspo) e venduto alla IHS, una società attiva nel settore delle banche dati che non aveva alcuna intenzione di infastidire i propri clienti divulgando informazioni imbarazzanti. Oggi IHS continua ad avere la più importante banca dati sull’argomento ma si limita a vendere le licenze per la consultazione a pochissimi e selezionati clienti. Del resto, al prezzo di circa un milione di dollari l’anno, soltanto le grandi compagnie e le agenzie di intelligence possono permettersi di andare a sbirciare nel segreto del secolo. Ecco perché l’Aspo, con i suoi fuoriusciti, è attualmente l’unica fonte attendibile su dati che, al momento, sono a disposizione soltanto delle corporation petrolifere e dei militari.

    Tanto per dare qualche cifra (cifre ricavate dal confronto fra i vari modelli proposti dalle filiali Aspo sparse per il mondo) diciamo che gli esperti concordano nel fissare il famoso picco al 2010, momento dopo il quale la produzione petrolifera comincerà a declinare in modo lento ma inarrestabile. Bisogna precisare che sulla data non c’è pieno accordo (Campbell ad esempio considera il picco già passato mentre alcuni pensano che avverrà verso il 2015) ma tutti concordano sul fatto che la produzione calerà del 2-3 per cento ogni anno mentre la domanda di petrolio continuerà inesorabilmente a crescere allo stesso ritmo. Non a caso l’Aspo spinge affinché i paesi adottino alcune misure che possono aiutare i singoli paesi a prepararsi alla transizione tagliando i consumi energetici del 2,5 per cento ogni anno (si tratta del Protocollo di Rimini, lanciato dall’Aspo l’anno scorso).

    L’uscita dall’era del petrolio facile, inutile dirlo, sarà traumatica. Più tardi si affronta il problema e più catastrofico sarà il passaggio anche perché ben pochi fra i presenti hanno mostrato fiducia nelle “soluzioni ponte”, ovvero nel recupero di tecnologie magari obsolete (leggi carbone e nucleare) che possono causare un enorme dispiego di risorse da destinarsi invece alle rinnovabili, ancora anti-economiche per colpa di un boicottaggio politico ventennale. Salvo i francesi, la maggior parte degli esperti dell’Aspo bocciano senz’appelli le ipotesi più fantascientifiche e costose, presentando invece dati estremamente consistenti sul risparmio energetico e sulla riduzione dei consumi per far durare più a lungo possibile le riserve. Insomma, quattro o dieci anni non fanno una gran differenza visto che, per allestire l’attuale sistema infrastrutturale, è stato necessario quasi un secolo. Occorre fare ogni sforzo per conquistare quei cinquant’anni necessari a razionalizzare, differenziare e decentralizzare la produzione di energia. Cinquant’anni che possono essere destinati a unire le forze oppure a finanziare progetti faraonici mentre gli eserciti danno l’assalto agli ultimi pozzi. Cinquant’anni in cui bisognerà affrontare tutte le conseguenze di un’economia letteralmente drogata dall’oro nero nella quale, paradossalmente, non sono i trasporti il problema principale, anche se con il petrolio che viaggia allegramente verso i cento dollari al barile il radioso futuro della globalizzazione sembra già una reliquia del passato. Il vero grande problema sarà riuscire a nutrire quei 6 miliardi e passa di persone che popolano il nostro pianeta senza l’impiego della petro-agricoltura (fertilizzanti, erbicidi, pesticidi, irrigazione, raccolta meccanizzata, lavorazione e trasporto) coltivando terreni impoveriti dall’eccessivo sfruttamento e desertificati dal cambiamento climatico. Si calcola che, senza i derivati dal gas e dal petrolio, il nostro pianeta non sia in grado di nutrire più di un miliardo e mezzo di persone, senza contare gli effetti del riscaldamento globale, un’altra eredità delle nostre abitudini energivore.

    Già, il riscaldamento globale. Nelle giornate incandescenti di San Rossore sono state snocciolate centinaia di cifre risultate dai calcoli di decine di ricercatori che, nei loro differenti campi, stanno freneticamente cercando di avvertire il mondo del disastro verso cui sta allegramente correndo incontro a bordo del proprio Suv climatizzato. Chi ha interessi in gioco (le compagnie) ha smesso di investire in infrastrutture perché sa che non farà in tempo a recuperare le spese e chiede soldi ai governi sperando di dare un’ultima raschiata al fondo del barile. Chi non ha interessi ma semplici abitudini soffoca e ci dà sotto con l’aria condizionata facendo aumentare la temperatura delle città e sperando in una soluzione miracolosa. Ma qualsiasi misura che venga adottata oggi impiegherà decenni per avere dei risultati come ben sanno i climatologi visto che il caldo, la desertificazione e gli uragani di oggi sono la conseguenza delle emissioni passate, e questo rende impotenti politici ed economisti abituati a ragionare solo sul breve periodo delle scadenze elettorali o su quello, ancor più breve, delle speculazioni finanziarie. Fanno sentire la loro voce soltanto le compagnie d’assicurazioni atterrite dagli scenari futuri, ma non è niente che non possa essere messo a tacere con qualche regalino fiscale. Forse ha ragione Campbell quando, con caustico spirito irlandese, conclude: «l’unica cosa peggiore di rimanere senza petrolio è restare con il petrolio».

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