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    La bioraffineria di Terni Qui nasce la plastica pulita

    Prodotti ecologici dal mais. La Novamont si distingue nell'innovazione
    15 ottobre 2006 - Stefano Raiola
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Dall'agricoltura alla plastica, senza passare per il petrolio. In un panorama imprenditoriale nazionale che non brilla certo per la capacità di innovare, sembra esserci spazio per qualche sorpresa. E' il caso della Novamont, società italiana che ha lanciato una sfida «ecologista»: fare a meno del greggio nel processo di produzione delle materie plastiche.
    L'azienda, da anni leader nella produzione di bioplastica (un prodotto derivato da materie prime rinnovabili e di origine agricola) ha presentato venerdì la nascita della bioraffineria di Terni: punto cruciale «di una filiera industriale a basso impatto ambientale che parte da mais e oli vegetali, minimizzando l'uso di origine petrolifera». Il progetto, realizzato in collaborazione con Coldiretti, è affidato a una società, per il 50% di Novamont Spa e per l'altro 50% controllata da una cooperativa di 600 imprenditori agricoli locali, che avrà il compito di «massimizzare la specializzazione delle colture e utilizzare a pieno gli scarti e accorciare la catena di valore». Secondo stime della compagnia l'impianto di Terni potrebbe fornire 60 mila tonnellate di bioplastiche all'anno a partire dal 2008, con l'ambizione di arrivare fino a 2 milioni di tonnellate (25% del fabbisogno nazionale di plastiche) mettendo a colture di mais e oleginose circa 800 mila ettari di terreno.
    Nessuno si illude che attraverso le sole bioraffinerie si possa prescindere completamente dall'oro nero - gli esperti calcolano che per sostituire totalmente il petrolio bisognerebbe coltivare una superficie superiore a quella di tutta la Terra - ma questo tipo di esperienze sono sicuramente un passo avanti: «Un nuovo modo di intendere economia, territorio e ambiente - ha sottolineato l'amministratore delegato di Novamont, Catia Bastioli - capace di affrontare le grandi sfide», come l'aumento del prezzo e la scarsità dei tradizionali combustibili fossili, la valorizzazione dell'agricoltura, «e la perdita di competitività del sistema produttivo occidentale di fronte alla crescita dei paesi asiatici».
    Catia Bastioli non è solo l'amministratore delegato della società, ma è soprattutto una chimica che ha dedicato la sua vita alla ricerca, caratteristica che si riflette nei numeri e nella filosofia dell'azienda: 120 dipendenti (di cui il 30% impiegati in ricerca e sviluppo), ha chiuso il 2005 con un turnover di 35 milioni di euro, il 50% del quale fatturato all'estero, oltre il 10% reinvestito in Ricerca e Sviluppo, e nella formazione del personale. Prestazioni che dovrebbero far arrossire tanti amministratori italiani che chiedono buone uscite miliardarie per lasciare aziende che hanno portato sull'orlo del fallimento. Ma anche un messaggio diretto al governo e a Confindustria, che continuano a battagliare sul costo del lavoro (ci sarà sempre qualcuno disposto a lavorare per un salario più basso), dimenticando che, senza l'innovazione continua è impossibile mantenere un vantaggio competitivo nel tempo.
    Per il segretario generale di Coldiretti, Franco Pasquali, la bioraffineia rappresenta una opportunità «per risolvere il modello di sviluppo dell'agricoltura» che potrebbe funzionare molto più efficacemente se anche in Italia si adottassero gli stessi standard europei in temi di tutela ambientale. In Francia, in particolare, una legge recentemente approvata, ha stabilito che a partire dal 2010 tutti i sacchi sul mercato dovranno essere biodegradabili.

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