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    Fermiamoci, o il pianeta non ci basterà più

    Se continua l'attuale ritmo di consumo di acqua, suolo, risorse nel 2050 la Terra non sarà più sufficiente
    25 ottobre 2006 - Sabina Morandi
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    Chissà se l’ennesimo rapporto riuscirà a smuovere l’inerzia del sistema. Certo, a fronte dei dati raccolti nel Living Planet Report 2006, il rapporto del Wwf giunto alla sesta edizione, c’è davvero di che preoccuparsi. Ma ormai sappiamo bene che nel bailamme mediatico fa più notizia un’epidemia inesistente - ricordate la pandemia globale? - piuttosto che i due milioni di persone che ogni anno muoiono a causa dell’inquinamento dell’aria, come denunciato all’inizio di ottobre dall’Organizzazione mondiale della sanità. E poi, come è noto, le emissioni non uccidono solo direttamente: il riscaldamento globale «minaccia di condurre verso il collasso un numero sempre maggiore di Stati» ricordava ieri Margaret Beckett, ministro degli Esteri di Londra, riferendosi ai conflitti per le risorse naturali destinati a crescere a causa dei mutamenti climatici che rosicchiano terreno fertile e falde acquifere.

    Certo, la campagna britannica contro il riscaldamento globale, condotta da Tony Blair fin dentro il summit finlandese, serve soprattutto a spremere consenso e fondi sul rilancio del nucleare, ma resta il fatto che l’allarme è drammatico, e non da ieri.
    In ogni caso, più che allarmanti, i dati del rapporto Wwf sono scoraggianti: se continua l’attuale ritmo di consumo di acqua, suolo fertile, risorse forestali e specie animali - tra cui le risorse ittiche - nel 2050 saranno necessari due pianeti per sostentare la popolazione in crescita. Infatti, negli oltre trent’anni presi in considerazione dal Living Planet Report, le specie terrestri si sono ridotte del 31%, quelle di acqua dolce del 2 per cento e quelle marine del 27 per cento. E non bisogna dimenticare che stiamo parlando di risorse rinnovabili, quelle risorse cioè che potrebbero tranquillamente ricrearsi se solo dessimo loro il tempo di farlo. Secondo l’indice adottato dal Wwf per misurare “l’impronta ecologica”, ovvero la domanda in termini di consumo di risorse naturali da parte dell’umanità, il «peso dell’impatto umano» sulla Terra è più che triplicato nel periodo tra il 1961 e il 2003 quando la nostra “impronta” ha superato del 25 per cento la capacità bioproduttiva dei sistemi naturali che utilizziamo per il nostro sostentamento - nel 2001 era del 21 per cento.

    Se poi prendiamo in considerazione l’impronta ecologica relativa alle emissioni di C02 derivate dall’impiego dei combustibili fossili, la situazione è ancora peggiore: il nostro «contributo di C02 in atmosfera è cresciuto di nove volte dal 1961 al 2003» si legge nel rapporto, e l’Italia che fornisce il proprio “contributo” con «un’impronta ecologica di 4.2 ettari globali pro capite e una biocapacità di 1 ettaro pro capite, mostrando quindi un deficit ecologico di 3.1 ettari globali». Del resto non è che altrove le cose vadano molto meglio: i paesi di oltre un milione di abitanti con l’impronta ecologica più pesante sono gli Emirati Arabi, gli Stati Uniti e la Finlandia, seguiti da Canada, Kuwait, Australia, Estonia, Svezia, Nuova Zelanda e Norvegia. La Cina è al 69esimo posto, più o meno a metà della classifica mondiale, ma la sua rapida crescita economica è destinata a giocare un ruolo chiave nell’uso sostenibile delle risorse planetarie, e questo è uno dei motivi che hanno spinto il Wwf a lanciare il Living Planet Report proprio in Cina.

    Il Wwf crede infatti che sia vitale per il pianeta che la Cina e gli altri paesi di nuova industrializzazione (più di un miliardo di persone che stanno raggiungendo livelli di consumo paragonabili ai paesi Ocse) non seguano il modello occidentale ma perseguano il proprio sviluppo in una chiave di sostenibilità. «Consumiamo le risorse più velocemente di quanto la Terra sia capace di rigenerarle e produciamo scarti che la Terra non fa in tempo a metabolizzare» ha dichiarato Gianfranco Bologna, direttore scientifico di Wwf Italia, che invita a fare scelte radicali per quanto riguarda il mutamento dei nostri modelli di produzione e consumo. Resta il fatto che, quando i governanti mettono mano al budget o si recano in processione dai grandi guru delle agenzie internazionali - leggi Fondo monetario, Banca mondiale o Wto - non si discostano mai dal dogma: la politica economica deve inseguire la crescita e l’incremento dell’offerta, e ogni invito a ridurre la domanda e contenere i consumi è di per sé un’eresia. Al di là dei contentini agli ambientalisti, il mandato è di inseguire a ogni costo l’incremento del Pil anche se è ben noto che il prodotto interno lordo ingrassa proprio sulle catastrofi più o meno naturali che sono destinate ad aumentare con le crisi ecologiche in corso.

    L’unico settore seriamente penalizzato dal dissesto ambientale è quello assicurativo, che potrebbe essere un valido alleato nella lotta contro il riscaldamento globale, come aveva preconizzato Jeremy Leggett, ex direttore scientifico di Greenpeace e autore di Fine corsa, saggio pubblicato l’estate scorsa da Einaudi. In un altro rapporto recentemente uscito - e non a caso compilato dalle assicurazioni Allianz insieme al Wwf - sono stati calcolati gli effetti devastanti del cambiamento climatico sul settore assicurativo. Viene fuori che gli uragani che hanno imperversato nella stagione 2004-2005 hanno comportato perdite per decine di miliardi di dollari - 40 miliardi solo per il passaggio di Katrina secondo i dati dell’Insurance Information Institute. Il settore delle assicurazioni - un business che si aggira sui 3.400 miliardi di dollari l’anno - rischia di collassare se non si adegua alla crisi ecologica montante. Per dirla con le parole di Clem Booth, membro del consiglio d’amministrazione di Allianz «Fino a questo momento le tariffe assicurative sono state stabilite guardando il passato e non il futuro, ma il riscaldamento globale cambia le carte in tavola e dobbiamo avere maggiori informazioni se non vogliamo penalizzare i nostri clienti o mettere in pericolo i nostri azionisti». In sostanza il settore è stretto fra l’esigenza di garantire gli azionisti, sempre più danneggiati dagli indennizzi miliardari che le società sono costrette a pagare, e quella di non aumentare eccessivamente il premio assicurativo a carico dei clienti. Ecco perché la maggior parte dei fondi privati che stanno andando alle ricerche scientifiche sul cambiamento climatico non vengono dalle industrie energetiche ma proprio dal settore delle assicurazioni.

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