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    «Depositi di scorie nucleari a rischio»

    Uno studio di Nature rivela la pericolosità di uno dei metodi di stoccaggio dei rifiuti
    11 gennaio 2007 - Luca Tancredi Barone
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Come sbarazzarsi dei rifiuti radioattivi? La questione, sempre ignorata dai più accesi sostenitori del nucleare, è molto complessa, e gli stessi scienziati che la studiano stanno ancora cercando di capire quale sia il modo più sicuro per farlo. Sul numero di oggi della rivista Nature un gruppo di ricercatori anglo-statunitensi dimostra che uno dei metodi utilizzabile per lo stoccaggio dei rifiuti è meno sicuro di quanto non si pensasse in precedenza. Il minerale zircone (a base dell'elemento chimico zirconio) è un importante candidato per l'immagazzinamento delle scorie radioattive, dopo essere stato trasformato dall'uomo in ceramica. La sostanza, infatti, essendo altamente insolubile, è ideale per contenere il plutonio-239, il principale prodotto dei reattori nucleari a uranio, che ha un tempo di dimezzamento di 24.110 anni. Il problema è che, nel processo di lento decadimento, la struttura cristallina dello zircone viene danneggiata, modificandone in modo permanente le proprietà e rendendolo meno sicuro. La stima precedente era che ogni decadimento alfa danneggiasse circa 1000-2000 atomi del reticolo cristallino dello zircone. Grazie alla nuova tecnica descritta nell'articolo, i ricercatori sono stati in grado di stabilire che ne vengono invece danneggiati circa 5000, riducendo di un terzo il tempo per il quale lo zircone rimane sicuro: solo 1400 anni. Troppo poco, considerando che il tempo scala di sicurezza corrisponde a circa 10 emivite, tempo in cui la radioattività di qualsiasi sostanza radioattiva si abbassa a un millesimo.
    «Il nostro lavoro è importante», spiega al manifesto il geologo dell'università di Cambridge Ian Farnan, uno degli autori dell'articolo, «perché dimostra che come per lo zirconio abbiamo sottostimato il tempo di resistenza, così potremmo aver fatto per altre sostanze». Esistono due modi per stoccare i rifiuti nucleari, dice ancora Farnan. Uno è la «vetrificazione»: si scioglie la scoria in un acido, ottenendo un liquido che viene poi essiccato e mescolato a borosilicati che lo trasformano in una sorta di ceramica inerte (anche se radioattiva). L'altra opzione è quella di trasformare il rifiuto in una specie di roccia simile ai minerali naturali, utilizzando sostanze come l'ossido di zirconio, conferendogli una struttura cristallina. In quest'ultimo caso la solubilità è fino a cento volte inferiore, quindi la sicurezza maggiore. Ma questo senza considerare il danneggiamento strutturale provocato dalle particelle alfa.
    «La principale preoccupazione quando si mettono in sicurezza i rifiuti radioattivi», spiega Mario Dionisi, responsabile della gestione dei rifiuti radioattivi per l'Agenzia per la protezione dell'ambiente (Apat) di Roma, «è quella di isolarli dalla biosfera in maniera che non vengano a contatto con l'acqua, che contaminerebbe la catena alimentare. Ecco perché spesso si scelgono le miniere di sale: lì l'acqua non ci arriva da milioni di anni».

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