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    Mare nostrum, il più sporco del mondo

    24 luglio 2007 - Marina Forti
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Il mare più sporco del mondo è il Mediterraneo: farcito di spazzatura galleggiante (soprattutto plastica), impregnato di idrocarburi e altri inquinanti. I dati raccolti da Greenpeace e da un'organizzazione ambientalista spagnola, Oceana, parlano chiaro. Il Mediterraneo è un mare relativamente piccolo; ha una superfice di 2 milioni e mezzo di chilometri quadrati, e misura 4.000 chilometri dalle coste del Vicino Oriente fino allo Stretto di Gibilterra. E' anche un mare «chiuso»: il ricambio completo dell'acqua avviene all'incirca in 90 anni. Ed è un mare invaso di spazzatura, sostiene Greenpeace - che da un paio di mesi sta perlustrando il «mare nostrum» con la sua nave Rainbow Warrior (in questo momento si trova nella zona spagnola, ed è per questo che ieri il quotidiano El País ha dedicato ampio spazio all'allarme sullo stato del Mediterraneo). Infatti presso le coste spagnole si contano 33 pezzi di spazzatura galleggianti per metro quadro, di cui tre quarti sono pezzi di plastica: dai frammenti ai sacchetti e le bottiglie.
    La plastica «è la spazzatura più comune ed è la causa di gran parte dei problemi per la fauna e gli uccelli marini», afferma Greenpeace. In mare aperto la densità di spazzatura galleggiante si abbassa: può arrivare però fino a 35 pezzi per chilometro quadrato. Ma il peggio sta sul fondo: in media nei fondali mediterranei si contano 1.935 «pezzi» per chilometro quadrato, che è la densità più alta di tutti i fondali oceanici del pianeta.
    C'è poi l'inquinamento fluido, o liquido: secondo uno studio di Oceana (citato da El País), nel Mediterraneo navigano fino a 10 grammi di idrocarburi per litro.
    Per quanto piccolo, il Mediterraneo è però un mare molto frequentato: un terzo della navigazione mercantile mondiale lo attraversa, e circa il 20% del traffico petrolifero; in media ogni anno 12mila navi solcano queste acque. Tanto traffico è di sicuro una fonte di inquinamento, ma non la prima: la gran parte della contaminazione presente nelle acque del Mediterraneo viene dalla terraferma, e questo è un dato che fa riflettere. Nel bacino mediterranea sboccano 69 fiumi, che portano ogni anno 283 chilometri cubi d'acqua: questi fiumi, e i sistemi di drenaggio pluviale, sono la fonte più diretta di contaminazione marina perché vi trasportano ogni sorta di reflui (solidi e liquidi) dalle zone urbane e industriali dell'interno. Spagna, Italia e Francia insieme generano il 60% dell'inquinamento che affluisce al Mediterraneo.
    Sulle coste mediterranee vivono circa 150 milioni di persone a cui si aggiungono circa 200 milioni di visitatori annuali: scarichi urbani e turismo costiero sono l'altra grande fonte di inquinamento. La contaminazione liquida non è meno preoccupante. E anche qui c'è un dato che fa riflettere: l'inquinamento di routine, afferma Oceana, è assai più pericoloso di quello provocato dalle grandi catastrofi (come gli incidenti che provocano grandi dispersioni di petrolio o carburante). I ricercatori di Oceana sottolineano che ogni anno 400mila tonnellate di idrocarburi sono scaricate in mare, illegalmente e in via del tutto irregolare. Un incidente con sversamento e «marea nera» attrae attenzione e sarà tamponato con misure d'emergenza; non così il «normale» inquinamento.
    Tutto questo si riflette in primo luogo sulla fauna marina: si pensi che il 20% delle tartarughe marine nel Mediterraneo centrale, una specie molto studiata, mostra contaminazione da idrocarburi. Preoccupante anche la contaminazione da mercurio di molte specie di pesce che finiscono sulle tavole degli umani.
    Le due organizzazioni ambientaliste spagnole dicono che per riparare a questo stato di cose sono necessarie diverse azioni, dalla diminuzione dei consumi alla moltiplicazione degli impianti di depurazione, al controllo sullo stato delle imbarcazioni, al lavoro educativo. La prima cosa è sapere che ogni cosa che usiamo sulla terraferma va a finire in mare, e che il problema fa affrontato all'inizio della catena dell'inquinamento, non alla fine.

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