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L'idea di "coltivare la benzina"non piace più così tanto

I biocombustibili inquinano e fanno impennare i prezzi dei cereali
31 agosto 2007 - Sabina Morandi
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Strana cosa i giornali italiani. Dopo avere attaccato a testa bassa ogni voce che osava esprimere dei dubbi sul progetto di riconvertire le produzioni agricole in energetiche, ecco che scoprono che il cibo nel mondo può anche finire. E' bastata la pubblicazione su di un quotidiano inglese degli ultimi dati sull'aumento del prezzo dei cereali a sdoganare le critiche e scoprire che, forse, privilegiare le coltivazioni locali sarebbe un'idea migliore. Strano davvero perché, appena la scorsa primavera, un articolo sui fagiolini "solidali"che la Coop si apprestava a importare dal Burkina Faso aveva suscitato l'indignazione di autorevoli firme sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali. Avere osservato che forse sarebbe meglio privilegiare l'agricoltura locale anche per limitare le emissioni inquinanti, appena qualche mese fa, ha suscitato strali e battute di autorevoli esperti che hanno liquidato l'intera questione come estremismo luddista o semplice idiozia.
Nel nostro piccolo, dalle pagine di Liberazione , cerchiamo di sollevare il problema fin dal 2005, e non perché siamo particolarmente bravi o lungimiranti ma perché siamo abituati a ragionare e a prestare ascolto alle voci dei movimenti e delle organizzazioni che con questa realtà si confrontano ogni giorno. Ragionando - e comparando i dati degli studi scientifici sull'effettiva produttività delle coltivazioni energetiche - siamo arrivati alla conclusione che, almeno alle nostre latitudini, l'idea presentava parecchi svantaggi. Sebbene l'alto prezzo del petrolio possa rendere conveniente riconvertire le coltivazioni alimentari, dal punto di vista del costo energetico l'operazione è così anti-economica che si può reggere solo grazie alle sovvenzioni dei governi. Washington e Bruxelles hanno preso la palla al balzo e trasformato i sussidi in via di cancellazione (almeno in teoria, secondo i dettami del Wto) in lauti regali all'agrobusiness e alla lobby biotech, che ha potuto così recuperare gli ogm rifiutati dai consumatori.
Ascoltando le voci dal sud del mondo poi, il quadro si è fatto ancora più chiaro: la Global Forest Coalition (la Coalizione globale per le foreste) ha presentato una mozione internazionale per ottenere una moratoria sull'impiego dei biocombustibili e le reti indigene l'hanno immediatamente sottoscritta.
Anche la rete mondiale delle organizzazioni contadine che fanno parte di Via Campesina ha fortemente criticato i programmi sottoscritti da Bush e da Lula per le coltivazioni di etanolo in Amazzonia. A stretto giro di posta sono arrivati gli studi di agenzie tecniche delle Nazioni Unite come le Fao che, pur sposando in linea di massima l'idea, hanno cominciato a lanciare allarmi sull'aumento dei prezzi dei cereali collegato al boom dell'agrocombustibile. Alla fine nel dibattito è intervenuto perfino Fidel Castro che, sulle pagine del Granma, ha scritto lapidario: «La sinistra idea di convertire il cibo in combustibile è stata fissata definitivamente come la linea economica della politica estera Usa».
Il problema è che, sulle prime, l'idea di "coltivare la benzina" era sembrata così buona che pochi si sono presi la briga di verificare se il biocombustibile fosse davvero così verde come lo si dipingeva. Alcuni studi condotti in Australia e negli Stati Uniti, ad esempio, hanno dimostrato che l'etanolo rilascia grandi quantità di benzene che inquinano la falda acquifera. Su Science è stata pubblicata una ricerca che dimostra che i biocombustibili producono esattamente la stessa quantità di gas serra del gasolio e che quindi il loro impiego su vasta scala non può essere una soluzione alla crisi climatica che incombe. Dal punto di vista economico l'impatto dei biocombustibili varia molto a seconda del luogo e del tipo di coltivazione disponibile. Ad esempio, mentre con l'olio di palma si possono arrivare a produrre 2.700 barili di combustibile per chilometro quadrato, il più alto livello di efficienza mai toccato da qualunque coltivazione, dal caffé si ricavano solo 147 barili e 75 dal mais - la resa può essere in teoria migliorata con l'impiego delle biotecnologie, aprendo però la strada a un'altra serie di problemi. Inoltre nel processo di lavorazione va perduto talmente tanto materiale che, per andare incontro alla domanda energetica complessiva bisognerebbe coltivare il 540 per cento della terra arabile del pianeta. In altre parole, anche se si riuscisse a riconvertire a biocombustibile tutta la terra coltivabile, si produrrebbe soltanto il 20 per cento dell'energia ricavata ogni anno dal petrolio.
Ma c'è un problema ben più concreto dei calcoli statistici. Appena il prezzo dell'olio di palma sul mercato internazionale è cresciuto - del 35% in soli dieci mesi - gli agricoltori del Borneo hanno preso a bruciare nuovi spicchi di foresta per conquistare terre arabili e allargare le piantagioni di palme. Il risultato è ben visibile nei cieli del Sudest asiatico dove staziona un'apocalittica nube di fumo che non riesce a disperdersi. Con 1.400 milioni di tonnellate di anidride carbonica prodotta dagli incendi boschivi, che si aggiungono ai circa 600 milioni che derivano dalle torbiere, l'Indonesia è balzata al terzo posto fra i maggiori produttori mondiali di gas serra, dietro gli Stati Uniti e la Cina. Un risultato non da poco per un combustibile "verde".
Tutto ciò - studi scientifici, appelli internazionali, valutazioni economiche e perfino gli strali di un vecchio leader rivoluzionario - non hanno risvegliato l'interesse della stampa italica. Mentre nel resto del mondo il dibattito ferveva, da noi si riempivano pagine su Cogne, sulle intercettazioni o sull'orso polare salvato allo zoo di Berlino, con un automatismo tale da escludere perfino il solito vecchio conflitto d'interessi. Forse in questo caso non c'è nemmeno una lobby da proteggere, solo una triste mistura di ignoranza, arroganza e totale mancanza di quella curiosità che dovrebbe essere il sale di questo mestiere.

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