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    Defilippiche

    La crisi regionale, barcollante tra disoccupazione, emigrazione e svendite territoriali, ha trovato la peggiore risoluzione e la scelta di riconfermare l'intera Giunta è l'ennesimo episodio magro della saga defilippiana.
    8 gennaio 2009 - Pietro Dommarco

    Il Presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo Ricorderemo il 2008, negli annali della cattiva politica, come l'anno in cui la Giunta regionale della Basilicata - con annessi e connessi - ha servito un bel piattino ai cittadini lucani. La crisi regionale, barcollante tra disoccupazione, emigrazione e svendite territoriali, ha trovato la peggiore risoluzione possibile. La scelta di riconfermare l'intera Giunta dimissionaria è l'ennesimo episodio magro della saga defilippiana, così come l'approvazione della Finanziaria regionale del 2009, decisamente inadeguata rispetto alle reali esigenze sociali ed economiche. Il cambiamento non c'è stato e se qualcuno, invocando elezioni anticipate, spera di rappresentare il cambiamento, si sbaglia di grosso. Male ancor più grande sarebbe svoltare a destra, perché il fulcro della discussione non ricade tanto sull'appartenenza partitica, quanto su una classe dirigente, di maggioranza e di opposizione, che andrebbe spazzata con uno “tsunami popolare”. In tempo di crisi, sognare è legittimo. Gli schieramenti politici regionali rappresentano, per diverse ragioni, un limite desolante. Il Centrodestra lucano, dimentico dei tentati abusi di Scanzano, è pronto a riproporre un ritorno al nucleare, sullo sfondo di una politica dei proclami. Dal canto suo il Centrosinistra sembra attanagliato in una morsa suicida tra il Partito Democratico (che tenta di rianimare un sistema di privilegi e poltrone ormai alla frutta) e tutta una serie di partitini (che a seconda delle esigenze sono dentro e fuori, fuori e dentro), la cui affidabilità è a fasi alterne. Più no che si, comunque.

    Il discorso di “pacificazione” del Presidente Vito De Filippo - ovviamente autoreferenziale - è risuonato come un messaggio di guerra, una filippica bella e buona che ha sventrato il buon senso dei cittadini e calpestato ogni minima pretesa di democrazia partecipata. Se a questo, aggiungiamo la scarcerazione di tutti gli indagati nell'inchiesta “Totalgate” - imbastita dal Pm Henry John Woodcock per un presunto giro di appalti pilotati - quale clima di fiducia si vuol pretendere? La storia sembra ripetersi, in attesa che il decreto “blocca Procure” venga partorito, insomma. Il Riesame ha deciso così e non ci sono intercettazioni che tengano. Restano i sospetti e la propaganda circa le ventate di sviluppo ed occupazione che ancora si continua ad attribuire allo sfruttamento di quell'amaro petrolio. E' bene ricordare che dal 1996 ad oggi è impressionante la serie di incidenti petroliferi verificatisi durante l'estrazione ed il trasporto di greggio, molti dei quali risultano non denunciati e per quelli noti, invece, sono in gran parte assenti relazioni ufficiali che ne dettagliano le cause, la tipologia dell’inquinamento (Ipa, Cov, Benzene, Idrogeno Solforato), le sostanze immesse sul suolo, nell’aria, nell’acqua e nei prodotti agricoli e zootecnici esposti a tali sostanze. Gli effetti degli incidenti, così come l’esposizione durante il funzionamento delle attività di produzione, trattamento e trasporto del greggio finiscono così per rappresentare i cosiddetti “effetti collaterali” che si intende trasferire nel Dna dei residenti a futura memoria, riducendo così i costi per le compagnie che dovrebbero pagare per i danni causati. Invece (e qui lasciamo l'Eni per ritornare alla Total) – da contenuti noti di intercettazioni telefoniche ed ambientali – noi siamo i “buzzurri” che si beccano a cielo aperto, probabilmente, i fanghi inquinanti delle perforazioni.

    E' facile rabbrividire ascoltando le dichiarazioni di chi, memore di decennali “abbuffate” di lenticchie, sbatte i piedi chiedendo royalty su royalty o proponendo “...un progetto occupazionale che attraverso un periodo formativo di 18 mesi possa permettere a duecento giovani diplomati e laureati di usufruire delle royalty del petrolio in relazione all’istituzione del Parco della Val d’Agri”. Un altro modo di mascherare la realtà, un po' come lo sbandierato percorso amministrativo della Provincia di Potenza che a detta del suo Presidente ha rafforzato “il proprio ruolo di protagonismo istituzionale nella crescita e nello sviluppo dei territori”. “Un protagonismo segnato da esperienze innovative, da una azione incisiva in materia di viabilità, di trasporti, di edilizia scolastica, di formazione e politiche del lavoro, sulle tematiche ambientali e sulle politiche sociali...”. Forse si è tralasciato di dire – ma un mea culpa è tanto da chiedere – che dal primo gennaio i comuni interessati dal conferimento dei rifiuti solidi urbani nella discarica di Tito subiranno un incremento pari al 10% della relativa tassa. L'allarme è stato lanciato dal Sindaco di Vaglio Basilicata, Giuseppe Musacchio, che parla di totale indifferenza proprio da parte della Provincia di Potenza.

    Se questo non è il frutto di una gestione regionale approssimativa, a spregio della salute dei cittadini e del territorio, al servizio delle multinazionali e delle lobby, lontana dagli interessi collettivi e vicina a quelli di pochi, ditemi voi...

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