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L’anno trascorso ha manifestato, con grande clamore e allarme pubblico, il contraddittorio rapporto tra la società industriale e l’ambiente.

Blackout: una crisi sistemica

26 febbraio 2004
Eduardo Zarelli

L’anno trascorso ha manifestato, con grande clamore e allarme pubblico, il contraddittorio rapporto tra la società industriale e l’ambiente. L’estate rovente, i black out elettrici con il conseguente rilancio mediatico del nucleare, il fallimento degli accordi di Kyoto e le controverse decisioni governative in merito allo smaltimento delle scorie radioattive hanno posto la centralità del problema energetico nell’alimentare la perversa spirale produzione/consumo, che caratterizza la dissipazione del modello di sviluppo occidentale.

I pesci cotti al vapore

Quando si sono visti i cineoperatori televisivi cercare l’improbabile aghiforme qual capro espiatorio del black out più integrale del dopoguerra italiano, immediata è stata la riprovazione generale per la proverbiale inadeguatezza della classe politica e dirigente del “bel” Paese. Analoghi episodi a Londra e New York hanno poi dato una visione globale sulla fragilità dei sistemi energetici nei maggiori stati capitalistici. Questo nulla toglie alla insipienza nostrana, ma inserisce il problema in una dimensione politica e culturale più profonda. In effetti, se prendiamo a riferimento tipologico le posizioni espresse in questa occasione dai rappresentanti dei due poli politici legittimati a governare la società industriale, avremo la dimostrazione globale della sudditanza della democrazia rappresentativa agli interessi economici dominanti e alla reciproca demagogia strumentale, di destra e di sinistra. Che dire, infatti, dell’inquietante suggerimento dell’ex ministro dell’Ulivo, per evitare il black out, di fare il giorno prima quello che è poi stato fatto il giorno successivo: «Scaricare l’acqua un po’ più calda del dovuto per quindici giorni e i pesci si sarebbero riscaldati, ma i bambini non sarebbero rimasti appesi alle giostre» (1). L’incredibile affermazione è, al solito, temperata dall’elenco dei buoni propositi profusi dall’ex governo di centro-sinistra per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, il risparmio energetico ecc. Oggi, naturalmente, tali progetti sono semplicemente ignorati dal centro-destra. Resta il fatto che la politica energetica del centro-sinistra era anch’essa proiettata verso la costruzione di nuove centrali e la liberalizzazione del settore, ritenuto inefficiente per il monopolio pubblico. In tal modo, si sono però abbandonati gli investimenti nei settori delle energie rinnovabili e la promozione e l’utilizzo di tecnologie pulite, unite alla totale assenza di politiche fiscali e tariffarie, che agevolino il risparmio d’energia sia nella produzione delle merci che nei consumi in senso lato. Gli avanzamenti tecnologici in merito, se non inseriti in una politica complessiva di mutamento sociale e culturale, si dimostrano controproducenti. Si pensi, ad esempio, ai bassi livelli di emissioni gassose raggiunti dalle automobili, resi inutili dalla moltiplicazione iperbolica dei veicoli. Vi è un rapporto perverso, e inversamente proporzionale, tra l’innovazione tecnologica e le finalità sociali indotte dal mercato; infatti i prodotti veramente innovativi in merito hanno scarsa diffusione. Nel caso, ad esempio, della luce elettrica, le lampadine, piuttosto che i pannelli fotovoltaici, restano inappetibili alla maggioranza degli acquirenti, a causa dei costi rilevanti; questo dimostra come gli interessi legati alla vendita di energia siano superiori alla sua distribuzione efficiente e al conseguente risparmio collettivo.

Ora i nodi sono venuti al pettine, anche in Paesi nei quali il settore privato o la deregulation caratterizzano i sistemi energetici, perché identica è la miopia imprenditoriale, obnubilata dall’immediatezza dell’utile e inabile ad ogni visione disinteressata, d’insieme. L’obsolescenza delle reti energetiche è l’emblema di una concezione della produzione, volta esclusivamente al profitto, veicolo di quei consumi di massa, che alimentano una spirale perversa ai danni della natura e dell’umanità, che ne è parte integrante. Di fronte all’evidenza di tutto ciò le lobbies che interagiscono col potere politico lamentano le difficoltà che incontrano nella realizzazione di nuove centrali, cioè l’insofferenza alle regole ambientali, che l’attuale amministrazione statunitense - vero comitato d’affari delle corporation petrolifere - pratica in scala planetaria risolvendo l’Accordo di Kyoto.

Il drago nucleare e la chimera dell’idrogeno

La patetica sudditanza atlantica raggiunta dal governo Berlusconi è nota. Anche in questa degenerazione dei peggiori istinti speculativi non c’è differenza, se non di scala. Sappiamo che, al momento, in merito alle controversie sulla discarica dei residui tossici si pensa di moltiplicarle per venti, tante quante sono le regioni amministrative, ma addirittura imbarazzanti sono le parole di un prestigioso rappresentante del centro-sinistra, il presidente di Legambiente, che, commentando la “moltiplicazione” delle scorie descritta dall’evangelico ministro Giovannardi, si improvvisa speleologo colonialista, alla ricerca di un sito estero per stoccarvi le scorie ad alta intensità radioattiva (2). Non è un caso che, in tale clima bipartizan, si ripresenti il jolly dell’atomo italiano.

In realtà, il referendum del 1987 fu uno dei pochi avvenimenti politicamente qualificanti per l’evanescente coscienza ambientalista nel Paese. L’uscita dell’Italia dal nucleare segnò un momento importante del dibattito sull’energia, perché fu radicalmente messo in discussione il modello energetico fino allora perseguito, fondato sulla produzione concentrata in impianti sovradimensionati, la cui maggiore complessità è fonte di insicurezza, su reti di trasporto a grandi distanza causa di perdite rilevanti, sulla mancata politica dei risparmi dei sistemi e dei consumi, sul mancato utilizzo delle fonti rinnovabili, sull’opportunità di non legare le generazioni future a scelte irreversibili che ne avessero ipotecato l’esistenza. La nevrosi consumista però alimenta qualsiasi illusione faustiana. Produrre energia senza scorie, e in quantità illimitata, è un mito, che permea in profondità la società tecnologica e che sospinge la ricerca scientifica verso ipotesi sempre più ardite. Si sperimentano reattori di nuova generazione, processi di fusione fredda; progetti, che omettono comunque l’ereditarietà plurimillenaria delle scorie radioattive e la limitatezza delle risorse, cioè i principi di precauzione e responsabilità definiti filosoficamente dall’autorevolezza di Hans Jonas.

Non meno ambigua è la prospettiva dell’idrogeno, che sembra persuadere anche il controverso ambientalista scientifico Jeremy Rifkin. Non siamo in grado di valutare se - e come - la visione di una parcellizzazione energetica, profetizzata dal futurologo d’oltre atlantico, si realizzerà; certo è che il petrolio o il carbone sarebbero impiegati nella produzione dell’idrogeno, con conseguente rilascio di anidride carbonica e polveri affini. Perplessità ulteriori nascono dalla circostanza che allo studio dell’Unione europea, dedicato alle prospettive dell’impiego dell’idrogeno, contribuiscono le grandi case automobilistiche e petrolifere, che fanno coincidere – ovviamente - l’esaurimento delle risorse strategiche petrolifere con la definitiva commercializzazione dell’idrogeno.

Il grande caldo

Quello che nessuno ha più il coraggio di confutare è il mutamento climatico in atto. La tropicalizzazione delle aree temperate e l’innalzamento delle temperature registrate nel corso degli ultimi due secoli sono irrefutabili. Il caldo infierisce su un’urbanizzazione selvaggia e su stili di vita parossistici, incapaci di adattamento ad una radicalizzazione delle condizioni ambientali. Non a caso, i picchi di consumo energetici estivi sono coincisi all’abuso di condizionatori, necessari per continuare a lavorare e a “produrre”. Nonostante i dissimulatori del circuito mediatico scientifico, è palese l’influenza della civilizzazione industriale sull’omeostasi climatica. Sono certezze scientifiche, quelle relative all’effetto serra e al contestuale incremento dei processi di desertificazione, di riduzione dei ghiacciai, di assottigliamento dello strato di ozono, di innalzamento della tropopausa ecc. Sono constatazioni storico-politiche, quelle relative alla saturazione antropica del territorio, reso semplicemente inadatto alla simbiosi naturale.

Cultura e natura

La constatazione realistica degli squilibri indotti da una crescita illimitata rispetto alla finitezza delle risorse naturali è di dominio pubblico. È quindi la malafede degli interessi egoistici che propaganda demagogicamente, speculando sull’allarme e la rassegnazione nell’anonimato delle società di massa. La favola di una tecnologia capace di risolvere i problemi da essa causati, ampliando il drammatico distacco tra la cultura e i limiti naturali. È il partito trasversale delle “magnifiche sorti e progressive”, incapace, per ignavia morale e corruzione interiore, di mutare il paradigma nichilistico dell’occidentalizzazione del mondo. L’inadeguatezza ecologista, in merito, si palesa nell’incapacità di avvertire l’urgenza radicale della contraddizione in atto tra l’utilitarismo e le ragioni biocentriche della vita. Una contraddizione, che subordina ogni identità politica e sociale esistente. Il tentativo pertanto di contrastare la mercificazione dell’esistente con ideologie trapassate, attiene alla mediocrità dei tempi e all’inanità etica e intellettuale ad interpretare un’epoca di transizione. È chiaro che la modernità di Stato e mercato non ha le caratteristiche per informare modelli sociali ed economici ulteriori all’individualismo edonistico. Il bene comune, come principio di giustizia e di virtù etica, corrisponde a forme di isonomia sociale possibili solo in contesti comunitari e di reciprocità relazionale, argine metastorico ad ogni totalitarismo. L’ultima metamorfosi tirannica prende le sembianze contemporanee del nichilismo tecnologico. Nella presunta neutralità del mezzo si nasconde la mancanza del fine dello strumento, che oggi non si limita più al primato della quantità, ma sussume nel riduzionismo funzionalistico i comportamenti innaturali della macchina sociale. Cosa possiamo aspettarci, di significativo, dalla cultura dominante, quando gli stessi “ambientalisti” non collegano la crisi epocale indotta dalla globalizzazione con il superamento della società liberaldemocratica? «Il punto – si dice – non è la sostituzione di un modo di produzione con un altro, che non si sa che cosa sia. Non sarà certo una riedizione del socialismo reale », ma non può essere nemmeno il riformismo, altrettanto utopico e astratto, che comporta l’aggravante insostenibile di considerare il capitalismo occidentale «l’unico, ma anche il più umano dei regimi oggi possibili» (3).

In controtendenza, la questione sostanziale è invece riposta proprio nel superamento della modernità, e a questo sono chiamati tutti coloro, che hanno abbastanza sensibilità e anticonformismo per confrontarsi con la realtà indipendentemente dalla tirannia dei determinismi storici e di potere. 

Se il leviatano ha preso le forme della megamacchina, per usare la felice espressione di Serge Latouche, potremo ripartire dalla riflessione dell’ultimo Heidegger per valutare le conseguenze del nichilismo. La natura è, per la tecnica “provocatoria”, un “fondo” da impiegare. Heidegger usa tale metafora nel famoso esempio della centrale idroelettrica sul Reno, quando dice che è il Reno a venire incorporato nella centrale e non il contrario. Si pensi al caso “scolastico” della foresta amazzonica; qui vediamo come il concetto di “fondo da impiegare” sia usato in modo analogo, da parte sia di chi vuole sfruttare la foresta come “risorsa economica”, sia da chi vuole conservarla come “polmone del mondo”. Ovviamente, c’è una grande differenza fra queste due utilizzazioni, ma non è questo il punto: in entrambi i casi, la foresta non è più considerata per quello che è, una foresta. Secondo Heidegger, anche nel mondo classico la tecnica svolgeva una funzione di “disvelamento” della realtà, ma si trattava di conoscenza, non di dominio. Nel mondo di oggi, al contrario, essa svolge una funzione di dominio esclusivo (possesso), al quale si subordina ogni altro tipo di conoscenza. L’incipiente crisi del rapporto tra cultura e natura è figlia del “dominio esclusivo” della tecnica moderna.

È un altro pensatore tedesco ad aiutarci involontariamente a demistificare l’immaginario utilitarista dominante. Max Weber, nella sua opera più nota, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, avvertiva che non si possono assolutizzare i comportamenti umani nell’accumulo economico, in quanto l’individuo può desiderare frugalmente di «vivere secondo le proprie abitudini e guadagnare quanto occorre a tal scopo». L’alternativa possibile della condizione moderna è quindi fra due stili di vita, due modelli culturali: un modello sensistico dominante, strutturato su di una crescita illimitata, avviata al collasso entropico, versus un’etica della sobrietà, della consapevolezza e della reciprocità comunitaria, in cui l’uomo può trovare senso e dignità nella qualità della vita, invece di inseguire la quantità materiale. Scrive Aldo Leopold: «Tutte le etiche si fondano su un tipo di premessa: l’individuo è un membro di una comunità costituita da parti interdipendenti. L’etica della terra, semplicemente, dilata i confini della comunità per includere il suolo, le acque, le piante e gli animali: la Terra».

Basterebbe che ognuno si domandasse, con coerenza e onestà intellettuale, perché la società produce tutte le merci che alimentano i consumi, per avviare un reale mutamento. Basterebbe che ognuno si chiedesse se la libertà “negativa” delle liberal-democrazie assolve il dettato costitutivo della “felicità”, oppure se, al contrario, crea un artificio sociale, in cui l’individualismo aliena la condizione umana nell’arbitrio. Avendo bandito il sacro dalla società, il sistema di valori materialista e ad alta entropia cerca di creare il “paradiso in Terra”, definendo lo scopo ultimo della nostra esistenza nella soddisfazione di ogni possibile bisogno voluttuario. La “realtà” è ridotta a ciò che si può misurare, quantificare, verificare; si negano i valori qualitativi, spirituali e metafisici. Il dualismo pervade le nostre menti separate dai corpi e i nostri corpi disgiunti dal “mondo circostante”. Soggiaciamo al progresso materiale, all’efficienza dell’automatismo, alla specializzazione posta al di sopra di qualsiasi altro valore e, di conseguenza, distruggiamo ogni appartenenza.

Con una risposta filosofica, metapolitica, si può, si deve invertire il paradigma dominante, affrontare le cause del disastro ambientale, smettendo di inseguire gli effetti perversi di una civilizzazione inumana, quindi innaturale. In tale prospettiva, ritroveremmo, sul Reno heideggeriano, il mulino come parte del fiume: la metafora di una tecnica della compiutezza, dell’opera ben fatta, dell’armonia tra cultura e natura, tra l’essere immutabile e il fluire del divenire.

Bibliografia

1. La Repubblica, 30 giugno 2003
2. La Repubblica, 22 agosto 2003
3. Giorgio Ruffolo, in La Repubblica, 23 agosto 2003

Note: Articolo originale inserito il 12 gennaio 2004
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