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    Milioni di vietnamiti continuano a fare i conti con l'eredità dell'«agente orange», il defoliante usato dalle truppe degli Stati uniti durante la guerra.

    Effetto Arancio sul Vietnam

    27 febbraio 2004 - Emanuele Giordana

    Milioni di vietnamiti continuano a fare i conti con l'eredità dell'«agente orange», il defoliante usato dalle truppe degli Stati uniti durante la guerra. Furono irrorati 3 milioni e mezzo di ettari di terreno: l'agente chimico ha contaminato l'acqua, è entrato nella catena alimentare, nel latte materno. Erano gli anni `60, ma bambini menomati continuano a nascere. La vera storia dell'agente orange resta da scrivere

    Di ritorno da Hanoi - Hong è nata nel 1954 nella comunità di Duc Phong. Ma tra il `67 e il `72, venne ferita e contaminata dall'orange mentre imperversa la battaglia a Ba To e Tra Bong, zone obiettivo dei bombardamenti alla diossina. La sua prima figlia, Nhung, nascerà nel 1988, oltre dieci anni dopo la fine del conflitto. Ma fino a sette anni, non riuscirà nemmeno a camminare. I suoi due fratellini muoiono mentre sono allo stato fetale. Tra il `68 e il `69, ricorda Hong, nessuno riusciva a coltivare un pezzo di terra nel villaggio. Persino i pesci perdevano le squame, mentre lei diventava paonazza e si riempiva di ulcerazioni. Il Tcdd, micidiale defoliante chiamato anche agente orange, venne sparso su oltre 3 milioni e mezzo di ettari di terra in Vietnam. Distrusse tutto. Lo scopo era far terra bruciata della foresta. Spogliarla, perché potesse rivelare i nascondigli dei vietcong lungo la linea demilitarizzata o nei meandri del sentiero di Ho Chi Minh che portava rifornimenti dal Nord. Ma la diossina penetrava nel suolo, contaminava l'acqua e si incistava nella catena alimentare.

    Male oscuro e spesso lontano, l'agente orange colpiva a distanza. Dieu, ad esempio, non era mai stata in una zona irrorata, ma si sposò con Bieu che aveva combattuto a Quang Nam-Da Nang, dov'era stato esposto. Lui ne morì. Ma non prima di sei gravidenze di sua moglie, con cui si era sposato nel `75, a guerra finita. Un figlio è nato morto: due sono vivi e sani. Ma altri due, racconta Dieu, sono portatori di handicap. Un ricordo indelebile del regalo di matrimonio che la guerra fece alla sua famiglia. Un regalo maledetto che resiste nel tempo.

    Questi racconti, riassunti da una ricerca compiuta da un'organizzazione non governativa vietnamita, fanno riaffiorare alla memoria la tragedia del diserbante alla diossina, una delle pagine peggiori della guerra in Vietnam. Ma se la vicenda dell'orange fosse soltanto uno dei tanti orribili episodi di quel conflitto, rimarrebbe un fatto legato al passato, al più, come succede adesso, connesso a una causa in tribunale che tormenta il calendario maledetto degli anni `60. Ma non è così.

    «Il suo impatto è a lungo termine e già colpisce sino alla quarta generazione. Spesso si manifesta solo in età avanzata e anche in zone distanti centinaia di chilometri dai luoghi su cui venne irrorato: nelle montagne ad esempio, dove le comunità pensano che il malato si trovi in quelle condizioni per una sorta di maledizione». E non per gli effetti, oltre trent'anni dopo, del micidiale diserbante che veniva spruzzato sulle campagne vietnamite dai bombardieri, dai camion o anche a mano da qualche marine. Mentre parla, Le Thi Nham Tuyet, antropologa e direttrice del Centro di ricerca Cgfed di Hanoi, una delle più vecchie Ong locali che dalla metà degli anni `90 studia, tra l'altro, l'impatto sociale dell'orange, ha sul tavolo le storie raccolte in una delle tante ricerche del suo gruppo. «E' sbagliato - dice - porre la questione solo in termini medico scientifici, un aspetto che presta il fianco a molte scappatoie perché gli americani, ad esempio, chiedono sempre di vedere i test del sangue e del latte. Produrle costa una cifra impossibile per noi vietnamiti, mentre gli effeti dell'orange si desumono molto facilmente dalle storie delle singole famiglie». Magari non eri neanche stato esposto ma ti sei sposata con un soldato. Nasce un figlio sano ma poi, a 12 anni, comincia a sviluppare malformazioni. Sono i regali dell'orange.

    Per Le l'orange oggi è «un problema sociale che richiede risposte sociali». Non è solo una questione da scienziati o di denaro: «anche se - aggiunge - è problema farsi riconoscere la malattia dallo stesso governo vietnamita, se non puoi dimostrare che vieni da una zona irrorata». Sì, perché l'agente orange colpisce a distanza. In tempo e chilometri. Si dice che almeno 18 milioni di vietnamiti sono stati toccati, anche se indirettamente, dalla diossina. Forse un milione i morti in passato. E oggi?

    A marzo una nuova ricerca del Centro Cgfed cercherà di far luce sugli effetti dell'orange nella zona Bien Hoa. L'associazione non demorde ma ha pochi soldi. E' sostenuta in buona parte dall'estero: dalla Danish Family Planning Association (ne sta costruendo tra l'altro il sito web) e da varie Ong, tra cui l'italiana Aidos. Per gli studi sull'Orange, dà una mano lo svedese Karolinska Instituet. «Ma pochi vogliono investire in ricerca e documentazione», dice Pham Kim Ngoc, del Centro. Invece la storia dell'orange è ancora tutta da scrivere e da indagare.

    Il più recente studio sulla sua tragica eredità è stato reso noto da Nature qualche mese fa e ribalta completamente le vecchie convinzioni, sostenendo che, in base alle nuove ricerche, la quantità di erbicida irrorato fu assai maggiore di quanto si pensasse. Utilizzando un nuovo sistema statistico e sommando l'uso dell'orange con quello di altre sostanze simili sperimentate in precedenza (l'Agent Purple e l'Agent Pink), la ricerca diretta da Jeanne Mager Stellman alla Columbia University di New York stima che anche il numero delle persone esposte potrebbe moltiplicarsi. Un numero compreso in una forbice che va da due e quattro milioni di individui. Tremila furono i contaminati esposti direttamente. Senza contare la catena del contagio, come dimostrano le ricerche del gruppo diretto dalla dottoressa Tuyet, che allarga il numero degli «effetti collaterali» anche a che non fu mai esposto, nemmeno indirettamente, ma ha succhiato orange nel latte materno o attraverso il Dna dei genitori.

    Stellman e il suo gruppo hanno messo a punto un sistema di assemblaggio dei dati che ha rivoluzionato tutti i precedenti studi e che consente di creare una vera e propria mappa delle incursioni, dei luoghi colpiti e delle persone esposte. Il sistema incrocia diversi dati con i «memo» che ogni pilota scriveva a fine missione e che, finora, non erano mai stati presi in considerazione. Le sintesi dei soldati al rientro alla base, un colonnino chiamato «missionum», mai incluso nelle ricerche, ha gettato così nuova luce sull'utilizzo dell'orange. Consentendo, tra l'altro, di scoprire che non furono 72 ma 100 i milioni di litri irrorati. Il 30% in più.

    I memo contengono indicazioni preziose, come gli esatti obiettivi militari del defoliante, un «dettaglio» chiave che consente nuove ipotesi con un livello di approssimazione assai minore rispetto alle ricerche precedenti sulle almeno 10mila missioni che i bombardieri americani condussero soprattutto lungo la zona demilitarizzata e il famoso «sentiero di Ho Chi Minh». Irrorando foreste e campagne col micidiale defoliante contenuto in bidoni marcati da un segno arancione.

    Ha fatto bene Ettore Mo nel suo ultimo libro (I dimenticati, Rizzoli) a chiamare i vietnamiti colpiti dall'orange le «eterne vittime» dell'erbicida. La maledizione dura nel tempo. I vietnamiti hanno però tutt'altro che dimenticato quella tragica eredità, benché sui depliant turistici si eviti accuratamente di parlare della guerra - come dimostra la trasformazione a Ho Chi Minh City, l'ex Saigon, del museo sui «Crimini di guerra americani e cinesi». Qui il termine «cinesi» è scomparso nel `90 e «americani» nel `94. Nel `96 sono scomparsi anche i crimini e infatti Hanoi non ha mai chiesto formalmente un risarcimento agli Usa.

    Adesso che la denuncia della neonata Associazione per le vittime dell'agente orange, creata ad Hanoi agli inizi di gennaio, riapre il caso, il lavoro di persone come Le Thi Nham Tuyet e il suo gruppo diventa sempre più prezioso. Non sono le elucubrazioni di uno storico o il lavoro, per altro fondamentale, di ricostruzione di quel lugubre passato. Gettano luce sul Vietnam di oggi. Un paese dove l'«effetto arancio» non è ancora finito.

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