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    Già esponente della beat generation, poeta, saggista e grande conoscitore della cultura dei Nativi Americani, Gary Snyder è oggi tra i principali ispiratori del movimento dell’Ecologia profonda (Deep Ecology).

    "Ri-abitare nel grande flusso"

    Gary Snyder Arianna editrice
    27 febbraio 2004 - Paolo Marcon

    Una delle conseguenze più evidenti e tragiche del processo di civilizzazione occidentale è la rottura della sacra alleanza fra Uomo e Natura, celebrata per millenni da tutte le culture tradizionali e simboliche. Le deliranti politiche economiche produttivistiche della società industriale, in particolare, hanno schiavizzato l’umanità, e l’universo intero, subordinandoli ai ciechi e castranti automatismi dello “sviluppo”: il risultato è, per tutti, la perdita dell’integrità, della consapevolezza, del senso e dell’identità. Solo l’ignoranza o l’incosciente malafede dei governanti “ammucchia-carte” dei Paesi cosiddetti progrediti può essere all’origine dell’arrogante dispiegamento del potere manipolatore della vita! Per fortuna, da tempo e sempre con maggiore autorevolezza, anche nel Nord ricco (o che si crede tale, rispetto alle sue materialistiche categorie scientifiche) del pianeta si alzano voci non conformi all’attuale pensiero dominante. Voci che veicolano proposte di modelli sociali alternativi in grado di far ritrovare all’uomo gli equilibri perduti. Una di queste è sicuramente quella di Gary Snyder di cui, grazie alla collaborazione tra Arianna Editrice (arianed@tin.it) e la Rete Bioregionale Italiana, è stata recentemente pubblicata questa raccolta di scritti, introdotti da Giuseppe Moretti, redattore della news letter “Lato Selvatico”.
    Pur non essendo ancora molto conosciuto al grande pubblico italiano, Snyder è un sicuro punto di riferimento per chi, come noi, crede fermamente nell’urgenza di una rinnovata devozione al “Selvatico”, inteso sia come la casa naturale in cui l’uomo vive, sia come la spontaneità istintuale frustrata dalla ragione calcolatrice e vile dell’uomo economico moderno. Già esponente della beat generation, poeta, saggista e grande conoscitore della cultura dei Nativi Americani, Gary Snyder è oggi tra i principali ispiratori del movimento dell’Ecologia profonda (Deep Ecology). Proprio in Ri-abitare nel grande flusso, l’autore chiarisce come l’Ecologia profonda si fondi su una soluzione fortemente etica e spirituale della crisi ambientale (e umana) prodotta dal sistema di sviluppo industriale. Non si tratta, come vorrebbe l’ambientalismo superficiale ed incapace di uscire dalle logiche progressiste, di risanare “semplicemente” l’ambiente, magari utilizzando per fare ciò la stessa tecnologia di cui si avvale la civilizzazione moderna, bensì di una vera e propria conversione spirituale dell’uomo che ristabilisca la consapevolezza delle intime connessioni con la Natura, di cui l’umanità stessa è parte. I valori dell’Ecologia profonda e la visione del mondo di Snyder ci esortano, in sostanza, a considerare come la contrapposizione mortifera fra civilizzazione e selvaticità possa essere positivamente superata solo comprendendo come il senso dell’essere uomini sia da ricercare nella relazione che unisce tutte le cose viventi nella totalità della Natura. In altre parole: l’uomo che ha la forza di preservare la propria identità è colui che sa di “abitare” i cicli eterni della Natura.
    Ma poiché la Natura cantata nelle stupende poesie di Snyder non è affatto un’astrazione - come non lo è l’immagine, a noi tanto cara, dell’Uomo Selvatico (a differenza del concetto di “cittadino del mondo”, mera invenzione razionalistica della modernità borghese) - abitare la Terra non può che significare soprattutto appartenere ad un luogo, essere radicati in un posto. La Natura è infatti il regno della biodiversità, dei diversi ecosistemi, che rimandano all’eterogeneità delle comunità umane. Di qui l’idea del bioregionalismo, ampiamente approfondita da Snyder negli scritti raccolti in questo libro, che va intesa anche come un’opzione capace di sfidare la globalizzazione economica e politica, la quale minaccia la sopravvivenza stessa delle diversità biologiche e culturali. La bioregione – spiega Snyder – è uno spazio, un ecosistema che "possiede una propria coerenza funzionale e strutturale", per esempio un bacino fluviale. E’ lo spazio locale, il posto vivo in cui oggi può rinascere e vivere il senso di appartenenza alla Comunità composta dagli uomini vivi, da quelli morti e da quelli che verranno, ma anche da tutti gli altri esseri che partecipano della Natura meravigliosa. Secondo il bioregionalismo, solo su scala ridotta può rinascere una coscienza ecologica profonda: non esiste dunque una soluzione universale alla crisi della modernità, così come sono inservibili le organizzazioni statali moderne costruite artificialmente senza badare all’importanza della relazione fra l’uomo e l’ambiente in cui l’uomo vive.
    Ma le riflessioni di Snyder ci invitano anche ad una profonda trasformazione interiore, la quale non può che essere il frutto di una pratica quotidiana, dello studio dei miti, delle leggende, dell’habitat naturale del proprio posto. Si tratta – come ricorda Snyder - soprattutto di onorare il selvatico che è in noi: "Il nostro corpo è selvatico. L’istantaneo, involontario volgere la testa quando udiamo un grido; la vertigine, che ci coglie guardando giù in un precipizio; il cuore, che batte in gola nei momenti di pericolo; il riprendere fiato; i momenti di riposo, di contemplazione e di riflessione sono tutte risposte universali di questo corpo di mammifero".

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