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    Ambientalisti o carrieristi ? La denuncia di un verde pentito

    "Foglie di fico. Luci ed ombre del movimento ambientalista"

    Stefano Apuzzo ed. Kaos
    19 aprile 2004 - Davide Ranzini


    Nelle ultime elezioni del maggio 2001, dopo cinque anni di partecipazione al governo, confluendo nel cartello “Il Girasole” insieme allo Sdi (Socialisti democratici italiani), il partito dei Verdi prende solo 805.340 voti. Praticamente una disfatta, tanto che i suoi due maggiori rappresentanti Grazia Francescato e Alfonso Pecoraro Scanio ne chiedono lo scioglimento, in vista di una rifondazione. Un risultato così negativo era abbastanza prevedibile, perché il partito ecologista italiano, prima celatamente e poi in modo sempre più evidente, vive da qualche anno un lento ed inesorabile declino. Anche uno dei suoi iniziali importantissimi compiti, quello di voce critica della coscienza popolare e civile sugli insostituibili beni collettivi da accudire e preservare, si esaurisce.
    Tutto ciò accade dopo decenni di lotte a favore della natura, contro la sua devastazione, nonostante indiscutibili e importanti vittorie, e con una sensibile penetrazione nel tessuto socio-politico.
    Che cosa è successo ?
    E perché soprattutto oggi la cultura e il movimento ecologista italiano nel suo insieme, stanno diventando sempre più “ un orpello da marketing o una foglia di fico”?

    A chiederselo con vigore è un ex parlamentare dei Verdi, Stefano Apuzzo, che ha pubblicato il mese scorso un libro dal titolo: “Foglie di Fico. Luci ed ombre del movimento ambientalista”, (Kaos edizioni). Un duro atto d’accusa contro buona parte dell’ecologismo italiano, diventato ormai, a livello politico, null’altro che “merce di scambio, un prodotto funzionale all’ottica del profitto, oppure una rendita di potere”. Un partito verde stinto, pragmatista e collaborazionista del sistema che dovrebbe attaccare duramente ma che invece “in cambio di sponsorizzazioni e prebende elargite da multinazionali dell’inquinamento o da aziende petrolchimiche” fiancheggia e sostiene. E allora senza peli sulla lingua Apuzzo denuncia l’ipocrisia e il carrierismo di molti suoi esponenti “storici” approdati nelle grandi aziende di Stato o rimasti in associazioni divenute vere e proprie holding di “tutela dell’ambiente”.

    A partire da Enrico Testa detto Chicco, che ha ricoperto dal 1980 al 1987 la carica di Segretario nazionale e successivamente la presidenza di Legambiente e che incarna tout court, ciò che per molti versi è stata l'associazione ambientalista più diffusa in Italia, secondo le parole dell’avvocato Carlo D’Inzillo, legale di Greenpeace, cioè: un “trampolino di lancio per sbalorditive avventure politiche, per folgoranti carriere nell’imprenditoria di Stato, nella pubblica amministrazione, negli enti locali, compresi gli ammiccamenti verso le grandi aziende private”. Testa, passa nel giro di pochi anni, con uno sfacciato balzo carrieristico, alla presidenza dell’A.C.E.A, la grande azienda municipalizzata romana che produce e distribuisce acqua ed energia elettrica alla capitale, per finire poco dopo alla presidenza dell’Enel, il gigante di Stato contro il quale l’ex presidente di Legambiente per anni aveva fatto fuoco e fiamme. Apuzzo ricorda infatti che l’ “ambientalista” Testa “nel 1987 (un anno dopo Chernobyl), cita l’Enel in tribunale chiedendo al pretore di Roma di costringere l’ente elettrico di Stato a chiudere la centrale nucleare di Borgo Sabotino (Latina), di sospendere i lavori di costruzione a Montalto di Castro, di smantellare la centrale dimessa del Garigliano”.

    Paradigmatica anche la militanza dell’ex verde e attuale leader della Margherita Francesco Rutelli, che nei primi anni novanta candidò, dopo essere stato eletto Sindaco di Roma, la capitale ad ospitare le Olimpiadi del 2004. Peccato che in campagna elettorale il futuro sindaco non ne avesse mai parlato e che solo un anno prima della sua elezione come deputato dei Verdi-Arcobaleno, si era scagliato contro l’ipotesi della candidatura di Milano alle Olimpiadi del 2000, con una veemente interpellanza parlamentare che ne spiegava le ovvie ragioni: quelle tutte ecologiste che vedono nei Giochi olimpici solo ed unicamente “un pretesto affaristico per devastazioni ambientali”.

    E ancora c’è il percorso politico di un altro ex presidente di Legambiente Ermete Realacci, attuale deputato della Margherita. Di Realacci ricordiamo solo la sua proposta, lo scorso anno, durante la crisi di Scanzano, di portare le scorie radioattive all’estero: in Russia. Una presa di posizione che si attirò gli strali di Greenpeace che per bocca del direttore Domitilla Senni replicò: “Le scorie nucleari devono essere gestite nel paese che le produce, che deve assumersene le responsabilità: i trasporti di materiale nucleare sono rischiosissimi, e non si vede poi perché dobbiamo fare della Russia la pattumiera atomica mondiale. Non era Legambiente l’associazione che ospita in Italia i bambini di Chernobyl per farli disintossicare dalla radioattività ?”.

    Un’altra pesante stoccata infine è per lunga attività governativa dei Verdi arrivati al potere nel 1996, con la coalizione dell’Ulivo guidata da Romano Prodi. Dopo cinque anni di governo nel corso dei quali “ i rappresentanti di un certo ambientalismo cosiddetto pragmatico si sono occupati, ai massimi livelli, di tutta la materia ambientale: energia, acque e rifiuti (ministri e sottosegretari, presidenze di Commisioni parlamentari, direzioni generali del ministero, osservatorio nazionale dei rifiuti, Anpa, Arppa, Cnr, Enea, Enel)” è arrivata puntuale la bocciatura da parte della commissaria europea all’Ambiente, Margot Wallstrom che dichiara: “ L’ Italia ha il 10 per cento dei casi d’infrazione alla Corte Europea, oltre 100 procedimenti di infrazione non ancora conclusi. Ci sono state eclatanti inadempienze nel campo dei rifiuti, della depurazione e della valutazione d’mpatto ambientale, nonostante alcuni miglioramenti”. La denuncia della commissaria europea, ricorda Apuzzo, oltretutto, ha omesso di rimproverare alla politica ambientale italiana la rottamazione delle auto e gli ecoincentivi “per rinnovare il parco auto”: un regalo fatto alla Fiat, al quale non ha corrisposto alcun progetto di riconversione ecologica dell’industria torinese.

    Così, tutto rigorosamente ben documentato, bastano solo questi pochi esempi per far dimostrare a Stefano Apuzzo “come il passaggio dell’ambientalismo antagonista a quello compromissorio sia stato silenzioso e inesorabile: dallo scontro nelle aule giudiziarie si passa agli show mediatici delle giornate di “pulizia delle spiagge”, dalle battaglie di sostanza si passa alla simbolica propaganda-testimonianza. Nessun dibattito né confronto nel movimento ambientalista accompagna questa vera e propria mutazione”. Già nel 1992 il compianto Alex Langer, una delle figure più nobili di tutto il movimento ambientalista italiano rivolgendosi ad esso e alla dirigenza politica dei Verdi lamentava che: “ ho sperimentato cosa vuol dire cozzare contro il gruppo di potere che, da Roma e con qualche sua ramificazione, ha determinato negli ultimi anni la vita, l’unificazione burocratica e l’immagine pubblica dei Verdi…”. Langer intravedeva i prodromi della commistione con il potere politico ed economico, la lotta personalistica e di fazione, l’opportunismo, le prime giaculatorie televisive, ecc…

    Oggi, tira le somme Apuzzo, l’unica strada percorribile per rivitalizzare il movimento ecologista, contro un modello di sviluppo sempre più efferato e brutale per l’ambiente, è che esso ritrovi il suo spirito originario e il suo slancio antagonistico, ribadendo con rinnovata fermezza “che la politica dell’ambiente non è assolutamente negoziobile in cambio di contributi finanziari, né può basarsi soltanto sulla “riduzione del danno”, sui compromessi di potere, o su realpolitik carrieristiche”.
    Fin d’ora “la cultura ecologista e biocentrica- conclude l’ex parlamentare dei Verdi- “ha le competenze e le ricette (anche tecnologiche) capaci di alimentare un nuovo modello di sviluppo armonico con l’ambiente in tutte le sue componenti”.

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