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    Un illegalità diffusa

    Gli abusi edilizi. Chi ha fatto di illegalità virtù

    17 marzo 2004 - Giorgio Nebbia


    Una delle celebri storie del West americano riguarda il «giudice» Roy Bean che, negli ultimi decenni dell'Ottocento, «amministrava» la legge «a ovest del fiume Pecos». Anzi era lui «la legge» e i processi si svolgevano, a suo assoluto arbitrio, nella sua taverna di un paesino del Texas. Roy Bean poteva impiccare o assolvere a suo parere, rubava ai ladri ed è diventato una leggenda - raccontata anche in alcuni film e in molte storie. Un giorno è arrivata la ferrovia, e con questa un vero giudice e la vera legge ha cominciato ad essere rispettata. Non che l'impero americano sia un campione di legalità, ma almeno c'è una diffusa convinzione che molte illegalità possono essere colpite e che il rispetto della legge è un «valore».
    Qui in Italia cominciano ad essere colpite (almeno alcune) violenze economiche che hanno permesso incredibili arricchimenti: purtroppo molte altre illegalità non possono essere (non vengono) colpite.
    La legge viene violata quando alcuni soggetti economici tolgono dei beni ad altri soggetti economici; mentre è evidente il reato del furto diretto, quando una persona mette le mani in tasca ad un'altra e le ruba il portafoglio; meno evidenti sono le violenze contro soggetti diffusi; per esempio quelle degli «imprenditori» che derubano gli azionisti che avevano avuto fiducia in loro. Ma, a mio parere, ancora più gravi sono le violenze contro soggetti ancora più diffusi, come una intera comunità.
    L'evasione delle tasse rientra in questa categoria perché il vantaggio di alcuni si traduce in meno denaro che lo stato ha a disposizione per far funzionare servizi che gli altri cittadini, compresi quelli dei ceti più poveri, devono perciò pagare di più. Sono rimasto sbalordito leggendo che è stato detto addirittura che possa essere ammessa l'evasione quando una persona, suppongo ricca, ritiene troppo onerose le tasse stabilite dalla legge. E mi sorprende che l'evasione delle tasse non sia proclamata ad alta voce fra i «peccati» che un cattolico dovrebbe confessare. Non a caso nell'etica americana e di molti altri paesi l'evasione delle tasse è considerata uno dei reati più gravi ed esecrabili.
    Ma i furti dei beni collettivi da parte di privati sono molto più diffusi; ricordiamo tutti quelli ambientali; l'immettere nell'atmosfera gas nocivi per evitare le spese dei depuratori fa aumentare i costi che un gran numero di persone devono affrontare per curare le malattie derivate dal respirare aria inquinata. Uno speciale capitolo della «economia ambientale» (una disciplina che ormai si insegna in molte università ed è addirittura il titolo di un corso di laurea nell'Università di Foggia), spiega proprio come si può ristabilire la giustizia nelle violenze che assicurano profitti agli «inquinatori» e costi e dolori agli «inquinati».
    Ma la stessa disciplina analizza molti altri aspetti delle violenze esercitate da privati contro i beni collettivi. Un esempio è offerto dalla violenza sulla strada. La strada, il marciapiede, sono beni collettivi, appartengono a tutti i cittadini; chi usa, al di fuori degli spazi previsti, questi beni «altrui» per parcheggiare gratis la «propria» automobile ha un vantaggio privato, perché evita i costi di un parcheggio a pagamento, o risparmia qualche minuto o ora di tempo, ma impedisce il movimento ai mezzi di trasporto pubblici e privati di tutti gli altri cittadini, del «prossimo».
    Alcune analisi, fatte anche a Bari, indicano in molte decine di euro all'anno il «costo» che i singoli cittadini di una città devono indirettamente pagare perché alcuni automobilisti hanno un temporaneo o duraturo vantaggio economico. Eppure le autorità preposte al rispetto della legge fanno spesso finta di non vedere quando assistono a reati di violazione del codice della strada. La risposta, se si protesta con i vigili, è spesso che non si può fare niente; se si protesta con chi parcheggia in seconda o terza fila o sul marciapiede, la risposta è che mancano parcheggi pubblici e quindi la illegalità è «necessaria».
    Così come è considerata «necessaria», da non punire, forse addirittura doverosa, l'illegalità dei costruttori abusivi, che addirittura protestano e si ribellano, se la magistratura vuole fare rispettare la legge e impone l'abbattimento degli edifici - talvolta casette di poveri ma più spesso costose ville e alberghi - costruiti nelle zone in cui è vietata l'edificazione. Questo divieto nasce non da un capriccio, ma dalla necessità che certe zone del territorio debbano essere tenute libere da edifici per evitare l'erosione del suolo e le alluvioni - come decenni di tragiche esperienze dimostrano - o per assicurare spazi per strade o per usi di interesse pubblico, di tutti i cittadini e quindi anche degli stessi abusivi.
    La protesta degli abusivi «contro la legge» si sta verificando anche in Puglia, anche in questi tempi in cui è previsto un nuovo, il terzo, osceno condono edilizio. Il condonare l'abusivismo edilizio è stato ed è una delle forme più indecenti di corruzione del paese perché dà, a chi viola la legge, la sensazione del diritto a violarla, la certezza dell'impunità. E dà, a chi rispetta la legge, la sensazione che lo stato lo consideri uno stupido.
    Questa corruzione morale, su cui mi pare che troppo pochi protestino, permea tutta la società a cominciare dai ragazzi. L'altro giorno in un giardino pubblico sono stato sorpassato da un ragazzo e da una fanciulla in fiore, senza casco e in motorino. Gli ho gridato che era vietato, per la sicurezza dei bambini, e il giovinetto mi ha affrontato con ira, e quando gli ho detto che avrei avvertito la polizia mi ha replicato con arroganza che «le denunce si stracciano»...
    Chi sa che, in tempi di elezioni, un candidato o una lista non si presentino con il programma di «riportare la legge a ovest del fiume Pecos». Chi sa che, magari, raccolgano un gran numero di voti!

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