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    Lo sviluppo equo e solidale

    La nuova sfida al commercio

    17 marzo 2004 - Gianpaolo Barbetta*


    Sono ormai oltre sessanta le botteghe del commercio equo e solidale in Lombardia. Un fenomeno sempre più diffuso, ma non ancora abbastanza studiato per la rilevanza che ha ottenuto negli ultimi anni. A colmare questo vuoto stanno lavorando insieme due università milanesi, la Cattolica e la Bicocca, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri, della Compagnia di San Paolo, dell'Acri e alcune Fondazioni bancarie. Perché il Centro di ricerche sulla Cooperazione della Cattolica e il Dipartimento di Economia politica della Bicocca hanno scelto di dedicare una ricerca al fair trade? Il commercio equo, vale a dire la collaborazione tra organizzazioni dei Paesi del primo mondo e produttori dei Paesi più poveri per favorire un processo di sviluppo sostenibile del terzo mondo, ha raggiunto oggi grossi volumi di vendite, costituito un network ramificato di rapporti con le imprese dei Paesi in via di sviluppo e creato buone possibilità di lavoro. In Italia, dove è presente da oltre dieci anni, opera con 7 centrali di importazione, 1.500 volontari, quasi 400 «Botteghe del Mondo» e un fatturato stimato intorno ai 16 milioni di euro.
    A parte qualche indagine di carattere qualitativo, mancano studi sistematici sulle reali dimensioni, le caratteristiche e l'impatto di queste organizzazioni. C'è bisogno di fare il punto su un fenomeno cresciuto in modo impetuoso; di una ricerca che, oltre a un quadro dettagliato sull'ammontare di risorse mobilitate, metta in evidenza i contributi tutt'altro che marginali che, già da molto tempo, questo modello di cooperazione internazionale dà allo sviluppo economico dei Paesi più poveri. L'obiettivo è quello di concentrarsi non solo sui numeri, ma anche sulle forme di governo, sui meccanismi decisionali, sul tasso di partecipazione, sulle attività di advocacy, sul ruolo giocato dalle organizzazioni del commercio equo nella creazione di sviluppo economico sostenibile.
    Il fair trade si rivela un fenomeno innovativo sia per le potenzialità di far crescere l'economia locale dei paesi del Sud del mondo, sia per la sua origine, tutta radicata nella società civile e nel terzo settore. Una vivacità non abbastanza sostenuta dal legislatore, che non ha ancora definito un quadro giuridico in grado di sostenere la crescita di queste organizzazioni e riconoscerne le finalità pubbliche.
    Ma se due atenei hanno deciso di indagare sul commercio equo è anche per un altro motivo. Nell'ambito del non profit, esso rappresenta uno dei settori più appetibili per la creazione e l'offerta di nuovi posti di lavoro. Ed è proprio qui che entra in gioco la componente della formazione che potrà essere svolta con competenza dalle università, il cui compito fondamentale sarà formare figure professionali che, operando in questo settore specifico, serviranno a tutto il comparto industriale ed economico che sempre più deve fare i conti con obiettivi etici, promuovendo progetti di responsabilità sociale.

    * Università Cattolica

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