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    E' posssibile oggi abbandonare la vita urbana, abbracciare una vita senza comodità, accettare la precarietà, il caldo, il freddo, l'incontro con i mille mestieri dimenticati della sopravvivenza umana fra vegetazione, animali domestici e selvatici ?

    "Una gioia silenziosa:diari di Pratale"

    Etain Addey Murazzano (CN): Ellin Selae, 2003
    10 aprile 2004 - Etain Addey


    Estratto da

    Etain Addey, Una gioia silenziosa: diari da Pratale.
    Murazzano (CN): Ellin Selae, 2003

    Mi trovo in una situazione oggi comune a molti: sono un invasore e devo fare un sottile sforzo di immaginazione per allinearmi con lo spirito del luogo che ho scelto di abitare [...]

    Solstizio d'estate

    [... ] ghiandaie, poiane, cornacchie, aironi, merli, lucertole, colibrì. L'ombra di quello che ancora rimane della foresta umbra mi circonda e riconosco parti di me stessa.

    I licheni, per esempio, sembrano una parte marginale del paesaggio, ma se esco a raccoglierli, comincio a vedere la loro enorme varietà di forme e colori, la loro presenza sui tronchi, sui rami, sulle rocce, il loro affollarsi vicino alla riva del torrente, le loro preferenze per alcune specie di alberi, il loro cadere, muoversi, riprodursi. Improvvisamente percepisco la loro soggettività, il loro essere al centro del mondo.

    Ecco cosa celebravano gli a-borigeni dell'Australia nei loro riti, quando imitavano il modo di ap-parire, di muoversi, di vivere del bruco verde, dello scorpione, del canguro, dell'emù, della formica del miele, del ragno, delle erbe selvatiche. Cantavano e danzavano per sperimentare la centralità di o-gni essere. Se si vuole trovare il cibo, bisogna diventarlo, uscire dalla corazza, vivere la vita dell'altro. Vivere la vita dell'altro è l'inizio di ogni etica.

    Raccogliere e farsi raccogliere: abbiamo un grande bisogno di riavvicinarci alla religione più antica del mondo, di riprendere i sen-tieri dei nostri luoghi, di perdere il senso del tempo e perderci negli altri esseri. [...]

    Possiamo rinunciare alle comodità della nostra vita e pagare la rinnovata visione con l'antica, dolorosa precarietà dimenticata? Po-chi lo faranno, ma è importante essere consapevoli che ogni passo che ci allontana da una vita di dipendenza diretta e sentita dagli altri esseri ci allontana dallo spirito. Quindi è meglio dipendere dalle gambe che dal petrolio, meglio dipendere dal fuoco che dal nucleare, meglio il selvatico del coltivato, meglio l'agricoltura fatta con mezzi manuali che industriali, meglio creare che comprare.

    La natura non rivela la sua interiorità a chi si limita ad ammirarla, ma solo a chi è disposto ad andarle incontro, prendendo poco e perdendo se stesso per strada.[...]

    Solstizio d'inverno

    Chi ha voltato le spalle alle modalità della società moderna e ha cercato un modo più sobrio che vivere, un contatto più stretto e simbiotico con la natura, si trova come un uomo che ritorna a casa dopo una lunga assenza. Si gira attorno, osserva i luoghi familiari e tenta di capire in che cosa consista il suo senso di appartenenza.
    Il ventesimo secolo ha sfruttato, vivisezionato e stritolato la natura, esigendo da lei delle risposte e più abbiamo insistito per avere informazioni, più ci è sembrata sfuggire la risposta alla domanda più importante: noi, come esseri umani, facciamo parte di una sacralità del mondo naturale?

    In questi anni di ritorno in campagna, con una lentezza veramente incredibile, mi è sembrato di svegliarmi da un sonno, di aprire le orecchie verso quello che il mondo fisico ha da dire. Nel mezzo di un lavoro in un campo di prima mattina, tutto a un tratto, mi fermo a guardare come, sui boschi rossi e dorati, si leva la nebbia, simile al movimento della marea. È tutto talmente bello che rimango immobile in contemplazione.

    [...] la contemplazione del mondo naturale non ci comunica la sensazione di distacco di chi ammira, ma ci fa sentire il desiderio segreto di essere contemplati a nostra volta. In tutti i tempi, gli esseri umani hanno chiesto al divino, intuito "dietro" la natura, un abbraccio, uno sguardo che li accogliesse: questo lo sento anch'io.

    È che noi siamo così disabituati a tendere l'orecchio verso quello che ci circonda nel mondo naturale, così intrisi della presunta solitudine della coscienza umana, che non riusciamo a credere che ci possa essere una risposta personale, qui e ora, da una pianta o da un animale che divide con noi questo momento su questa terra. E se la risposta arriva, non la riconosciamo neanche, ci sembra assurda, un'idea fantasiosa che ci siamo fatti, un'aberrazione New Age.

    La mia esperienza invece mi dice che l'occhio della natura selvatica è ben posato su di noi, esiste un rapporto assolutamente persona-le, l'intenzionalità della natura esiste e ci contempla, ma per scoprir-lo bisogna accantonare il nostro cinismo e avere la pazienza di osser-vare cosa succede e poi riflettere a lungo per capirne i nessi.

    Questo "lavoro", se lo vogliamo chiamare così, richiede una vita in cui ci sia molto silenzio e molto tempo: le attività di campagna, ripetitive e ritmiche, sono utili per questo processo. Ci vuole una condizione mentale ricettiva, simile a quella del sonno, o del sogno.

    Per alzare il velo, la prima cosa da fare è quella di cercare, almeno con noi stessi, di descrivere le esperienze senza fare autocensura. Marco Chiletti, contadino toscano "di ritorno", cercando di inse-gnare a un amico come potare un olivo, gli spiegava i motivi "tecni-ci" per i tagli che stava facendo sull'albero. Ma continuando la pota-tura, l'amico gli faceva notare che stava facendo dei tagli che con-traddicevano quello che lui aveva spiegato in precedenza. Allora Marco si era chiesto perché ricorreva a un modo di parlare imperso-nale "da manuale", invece di parlare in modo più vicino alla sua ve-ra esperienza. È l'abitudine, un modo per non rischiare di sembrare ridicolo, anche quando stiamo con qualcuno che conosciamo bene. "Io convivo da anni con questo olivo, faccio i tagli che l'albero stes-so mi suggerisce, è una conversazione fra di noi." Se si riesce a dire questo, è già più probabile che si riconosca la realtà in cui viviamo e che ci si fidi del nostro intuito.

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    Nota: Articoli di Etain Addey sono pubblicati con regolarità nella rivista AAM Terranuova,
    come cronache da Pratale.

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