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    diossina killer

    Taranto, l'ultima transumanza

    La storia della masseria della famiglia Fornaro è nota a molti, la loro centenaria attività stroncata dall'inquinamento, i capi di bestiame mandati al macello. La fine del diritto al lavoro e del diritto alla salute nel film di Mario Diliberto
    8 gennaio 2013 - Luciano Manna

    guarda il film http://video.repubblica.it/dossier/ilva-taranto/taranto-l-ultima-transumanza/114009/112412

    Sono stati rovinati dalla diossina. Quel veleno ha contaminato i loro animali. Così sono finiti sul lastrico. Questa è la storia di Vicenzo e Vittorio Fornaro, due fratelli che sino al 2008 portavano avanti un allevamento che era l’orgoglio della loro famiglia. Perché nella loro masseria, costruita nel 1800, prima di loro, nonni e bisnonni avevano messo le radici di una tradizione centenaria. Ad un tiro di schioppo da quell’allevamento di qualità che puntava ad una produzione alimentare biologica, ci sono le ciminiere e gli impianti dell’Ilva. Proprio quelli messi sotto accusa dai pm perché fonte di un disastro ambientale. La vita e i sogni di Vittorio e Vincenzo si sono trasformati in un incubo nel 2008, quando nel sangue, nella carne e nel latte dei loro animali sono stati trovate spaventose concentrazioni di veleni industriali, come la diossina e il pcb. Da quel giorno la loro vita è stata stravolta. Come quella del padre, Angelo Fornaro, per tutti Don Angelo. I due fratelli erano imprenditori e davano lavoro. Dopo il ciclone diossina hanno licenziato gli operai e ogni giorno si alzano per cercare lavoro e sbarcare il lunario. Don Angelo oggi non ha più neanche voglia di parlare. La sua malinconia sta nelle immagini della masseria, desolatamente vuota mentre una volta era una fucina di vita. Non ci sono più le capre e le pecore. Non ci sono più i belati e i suoni dei campanacci, che il vecchio pastore attacca alle porte perché il vento li faccia suonare. Grazie a quei suoni rivede la sua vita, come l’aveva costruita. Ai Fornaro hanno abbattuto un gregge di 700 capi. Ed ora non hanno neanche voglia di ricominciare. Perché qualche allevatore di Taranto, che vive vicino alla zona industriale, ha provato a ricostruire il suo gregge. Ma non c’è riuscito. Nel giro di un anno le analisi hanno di nuovo condannato a morte gli animali. La scorsa settimane in due allevamenti della zona, dove il pascolo è interdetto in un raggio di 20 chilometri dalla zona industriale, sono stati prelevati 250 capi che sono stati immediatamente abbattuti. La speranza non abita più da queste parti. C’è spazio solo per l’amarezza dei due fratelli. E per il silenzio di Don Angelo

    di MARIO DILIBERTO e MARTINO VINCI

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