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    La giornata mondiale dell'acqua

    Il mondo in bilico tra alluvioni e siccità

    23 marzo 2004 - Cristiana Pulcinelli


    L’ondata di fango che quel 5 maggio del 1998 spazzò via due comuni campani, Sarno e Quindici, portando con sé 160 vite, ci fece capire con orrore quanto l’acqua possa essere pericolosa. Altri paesi, flagellati ciclicamente da uragani, tifoni e onde anomale, lo sapevano già. Così come molti paesi sanno molto bene quanto sia pericolosa la mancanza di acqua, o anche solo la mancanza di acqua pulita.

    Gli eventi meteorologici estremi purtroppo sono in aumento. Negli ultimi anni si è riscontrato un incremento in intensità e frequenza di inondazioni, uragani, valanghe, ma anche di periodi di siccità. Non solo. Gli esperti dell’International Panel on Climate Change, che si occupano di cambiamenti climatici per l’Onu, prevedono che nei prossimi anni le cose peggioreranno: lo scenario futuro parla di un emisfero Nord flagellato dalle tempeste e di molte zone continentali colpite dalla siccità. La furia dell’acqua, o la sua mancanza, potrebbero minacciare molte milioni di persone.

    Per ricordarcelo, oggi la giornata mondiale dell’acqua, indetta dall’Onu, è dedicata al tema “Acqua e disastri”. La World Meteorological Organisation e l’Agenzia delle Nazioni Unite per la riduzione dei disastri hanno coordinato il lavoro dei partecipanti a quest’iniziativa, fornendo dati scientifici sull’esistente e possibili strategie per prevenire ciò che verrà.

    Il problema ha dimensioni enormi. La Croce Rossa Internazionale ha stimato che circa 2 miliardi di persone – un terzo dell’umanità - tra il 1990 e il 2000 sono state colpite da disastri naturali. L’86 % di questi eventi erano da collegarsi al clima e all’acqua: inondazioni o siccità. In particolare, l’82% dei disastri avvenuti in Africa erano dovuti alla siccità, mentre il 69% di quelli che si sono verificati in Asia avevano la loro origine nelle alluvioni.

    E se negli ultimi 30 anni la mortalità per disastri naturali è diminuita, raggiungendo gli 80.000 morti l’anno, è cresciuto invece notevolmente il numero delle persone che soffrono delle conseguenze di un evento naturale di questo genere. Così come sono cresciute a dismisura le perdite economiche legate ai disastri naturali che alla fine degli anni 90 raggiungevano i 630 miliardi di dollari. Questo vuol dire che molti paesi poveri vengono deprivati delle risorse, già scarse, che potevano essere investite per lo sviluppo sociale. Il che si traduce in meno salute perché, come ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “chi ha perso la casa e ogni mezzo di sostentamento in un’alluvione è anche più vulnerabile ad altre malattie”.

    C’è poi un capitolo a parte da dedicare al rischio acqua. E’ quello dell’inquinamento. L’Oms ricorda che 1 milione e settecentomila persone ogni anno muoiono perché non hanno accesso all’acqua pulita. Il 90% di queste persone sono bambini e la maggior parte di esse si trova nel Sud del mondo. Ma non bisogna dimenticare che anche il ricco Occidente può subire le conseguenze dell’inquinamento delle acque. Basti ricordare quello che avvenne nell’86 a Basilea, in Svizzera, dove dallo stabilimento chimico della Sandoz vennero riversate nel Reno enormi quantità di sostanze tossiche che resero il fiume biologicamente morto per chilometri e cominciarono a infiltrarsi nelle falde acquifere. In questi casi, le prime misure di prevenzione vengono da una legislazione sui rischi industriali, come la direttiva Seveso che nacque dall’incidente avvenuto in Italia negli anni 70.

    Nel caso degli eventi naturali le cose sono forse più complesse. Tifoni e uragani non dipendono dalla nostra volontà, quindi non si possono evitare. Tuttavia, ci sono tre concetti chiave su cui gli esperti insistono perché si possa evitare il costo altissimo di questi eventi: prevenire, mitigare i danni e “preparedness”, un termine inglese che si può tradurre con “essere preparati”.

    La prevenzione è essenziale, sia per identificare i rischi che per stabilire le misure per ridurre questi rischi e prendere le giuste decisioni sull’uso del territorio. Alcuni esempi? “Approvare leggi su come costruire e stabilire degli standard per le attività di sviluppo nelle aree a rischio può ridurre la vulnerabilità del territorio” si legge nel rapporto presentato per la Giornata Mondiale dell’Acqua.

    Il secondo punto è mitigare i danni e qui entra in gioco un elemento essenziale: la comunicazione. Informare la popolazione in modo corretto, istruire le persone su come comportarsi in caso di disastro ambientale può diminuire l’impatto dell’evento.

    Infine l’essere preparati: il monitoraggio continuo delle situazioni a rischio, l’interrelazione e il lavoro coordinato delle diverse istituzioni coinvolte può far sì che si arrivi preparati quando la Natura deciderà di colpire e che quindi che i meccanismi di risposta siano messi in moto prima e in modo più efficiente.

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