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    Non ce la date a bere

    La clamorosa truffa dell'acqua minerale targata Coca Cola rivela un segreto di pulcinella: la qualità dell'acqua in bottiglia spesso è peggiore di quella che sgorga dal rubinetto. Ma gli italiani sono i più grandi finanziatori delle industrie delle minerali, una lobby che influenza governi, costumi e media
    26 marzo 2004 - Luca Fazo


    La fonte è sicura. La CocaCola ha dovuto ammettere che nelle sue bottiglie di acqua minerale Dasani commercializzate in Inghilterra non c'era altro che acqua di rubinetto: prelevata dall'acquedotto pubblico della contea del Kent e venduta a un prezzo 3.166 volte più elevato. Una truffa. Per la multinazionale di Atlanta è una figuraccia mondiale. Ma è un'altra la vera notizia: l'acqua prelevata dall'acquedotto e imbottigliata con il marchio Dasani è buona (se non fosse che per «purificarla» è stata addizionata con bromato, una sostanza cancerogena, e quindi clamorosamente ritirata dal mercato). Morale: mediamente, e non solo nel Kent, gli acquedotti forniscono un «prodotto» che non ha nulla da invidiare alle acque minerali più fashioned.
    Ubriachi di minerale
    In Italia la situazione potrebbe essere anche migliore, se non fosse che l'acqua del rubinetto a noi non piace proprio. Eppure. La legislazione italiana ha parametri molto restrittivi per l'acqua di rubinetto (circa 200) e più generosi (solo 48) per l'acqua minerale. Un esempio su tutti: la concentrazione massima di arsenico nella minerale fino a poche settimane fa poteva ancora essere di 50 microgrammi/litro (tre anni fa arrivava a 200, quando l'Oms dal 1993 ne ha fissato il limite a 10), mentre dal rubinetto da tempo non può uscire acqua con più di 10 mg/l di arsenico. Dunque l'acqua di casa è più sicura. E più trasparente: sulle etichette non c'è traccia delle 19 sostanze che dovrebbero essere controllate molto attentamente, come arsenico, cadmio, nichel, cromo trivalente e nitrati. Quanto ai nitrati, la legge dice che per i neonati l'acqua non può contenere una concentrazione di nitrati superiore a 50 mg/l, ma dice anche che se ne contiene fino a 10 mg/l il produttore puo spacciarla come «particolarmente adatta per la prima infanzia». Significa solo che è inquinata, ma meno delle altre. Eppure gli italiani vantano il primato mondiale dei consumi di acqua minerale: 172 litri all'anno a testa (260 euro di spesa per famiglia). Complessivamente sono più di 11 miliardi di litri prelevati quasi gratuitamente da 180 fonti pubbliche e imbottigliati a prezzi esorbitanti con oltre 280 marche: un metro cubo di acqua potabile costa 43 centesimi di euro, un metro cubo di minerale tra 300 e 500 euro.
    Una legge che fa acqua
    Il settore nel 2002 ha registrato un fatturato di 5.500 miliardi di vecchie lire; con investimenti pubblicitari che non hanno uguali per nessun'altra bevanda (290 milioni di euro), tanto che oggi passeggiare con mezza minerale nella borsa è diventato un must per sentirsi giovane sana e snella.Il mercato è in mano a pochi gruppi che concentrano i tre quarti della produzione totale: San Pellegrino/Nestlé, SanBenedetto Italaquae/Danone, Uliveto/Rocchetta, Spumador, Norda e San Gemini. Una lobby capace di «convincere» il legislatore a tutelare più il business che la salute. Logico che con questa capacità di spesa Mineracqua, la Confindustria delle acque, eserciti una forte capacità di «persuasione» sui media. Esemplare l'incidente provocato da Oliviero Beha che sulla Rai ha osato sfidare il presidente di Mineracqua, Ettore Fortuna, il quale ha preso carta e penna rivolgendosi alla Sipra (concessionaria di pubblicità) per minacciare di «rivedere la nostra strategia pubblicitaria». L'opera di rimbambimento collettivo utilizza anche metodi più sofisticati. Dunque non bisogna stupirsi se un giornalista Rai, Alessandro Di Pietro, può intervistare Fortuna e fare da testimonial della San Gemini. E che dire della Fiuggi, che dopo la chiusura di un pozzo nel giugno 2003 (pieno di tetracloroetilene) ha continuato a vendere e pubblicizzare l'acqua Bonifacio VIII, dal nome del pozzo avvelenato?Spiace che si sia fatto convincere da Mineracqua anche un uomo di scienza come il ministro della sanità Girolamo Sirchia, il Torquemada del salutismo di stato che lo scorso 23 dicembre ha emanato un decreto ministeriale a tutto vantaggio di circa 200 marche di acque minerali, inquinate e tutt'ora nei supermercati. Il decreto natalizio, che dovrebbe recepire la direttiva 2003/40/CE, infatti ha introdotto una soglia di tolleranza per alcune sostanze chimiche prodotte dall'inquinamento che prima erano assolutamente vietate. Si tratta di un provvedimento di cui non c'è traccia nella legislazione europea. Dunque, se già l'acqua del rubinetto era più sicura, ora è addirittura consigliabile per non ingurgitare tensioattivi, oli minerali, antiparassitari, policlorobifenili e idrocarburi. «Il ministro - spiega Loredana De Petris, senatrice dei Verdi - ha introdotto una soglia di tolleranza per alcune sostanze tossiche grazie alla quale le grandi aziende produttrici di acque minerali possono continuare a immettere sul mercato prodotti altrimenti fuorilegge».Ma perché lo ha fatto? Semplicemente per risolvere una situazione imbarazzante che si è venuta a creare in seguito a un decreto del ministero della salute del 31 maggio 2001, quello che imponeva l'assenza di sei pericolose sostanze chimiche che sono indice dell'inquinamento della falda. Da quel momento 11 procure hanno dichiarato fuorilegge 200 marchi (su 280) che non rispettavano gli obblighi di legge, indagando anche alcuni laboratori di analisi compiacenti con la lobby dei produttori. Il contenzioso adesso è chiuso e le acque minerali inquinate sono tornate miracolosamente pure per decreto, anche se continuano a pescare in fonti che sgorgano nei pressi di campi coltivati, industrie o autolavaggi (in Alto Adige, Lombardia, Veneto, Piemonte, Lazio, Molise, Puglia e Basilicata).
    Un altro delitto impunito si consuma nel sottosuolo, forse il più scandaloso. Le carte della Regione Lombardia, la regione con più fonti, parlano chiaro: fino al 2003 le industrie pagavano l'acqua appena 0,003 lire al litro, cento volte meno di quello che un normale cittadino paga l'acqua del rubinetto. Eppure, ironizza Ezio Locatelli, il consigliere regionale del Prc che si batte contro l'imbroglio delle bollicine, «il quadro normativo dice che le risorse idrominerali sono un bene pubblico, fanno parte del patrimonio indisponibile della regione e il loro uso deve essere improntato all'interesse pubblico». E allora non si capisce come sia possibile che in calce alle concessioni «regalate» ad alcune famose minerali figuri la scritta perpetua: significa che alcune multinazionali possono accumulare miliardi vendendo l'acqua di tutti, per sempre, come la San Pellegrino (Nestlé), una delle acque più famose nel mondo, che fino al 2002 pagava 5 milioni e 270 mila lire all'anno per la concessione; e fanno quasi impressione i 33 milioni e 464.500 lire all'anno sborsati per imbottigliare la Levissima (ancora Nestlé). In Lombardia qualcosa di buono è stato fatto. «Oltre al tradizionale canone stabilito sulla base dell'estensione dell'area di concessione - spiega Locatelli - siamo riusciti a imporre un importo proporzionale alla quantità di acqua imbottigliata».
    Uno scandalo perpetuo
    Una lira al litro, tassa che ha fatto infuriare Mineracqua. Fatti i conti, se nel 2001 la Lombardia incassava dalle industrie la miseria di 260 milioni di lire l'anno, da luglio 2003 incassa 1 milione e mezzo di euro. Una miseria comunque. Tanto più che oggi le industrie pagano alla Regione solo l'acqua imbottigliata (3 miliardi di litri) senza sborsare 1 euro per gli altri 7 miliardi sprecati nelle fasi di lavorazione. Molto altro resta da fare. Far pagare il prelevato e non solo l'imbottigliato, abrogare le concessioni perpetue, adottare norme antitrust e disincentivare l'utilizzo delle bottiglie di plastica (in Lombardia si vendono 562 milioni 891.000 bottiglie di vetro contro 1 miliardo 936.410 bottiglie di plastica). E' assurdo poi che lo smaltimento di tanta plastica sia a carico della collettività: la Regione nel 2001 ha sborsato 50 miliardi di lire per smaltire bottiglie di plastica. Vuol dire che i soldi delle concessioni delle fonti non bastano neppure per pagare un decimo di quanto occorre per liberarsi dei vuoti (5 miliardi di bottiglie ogni anno, che arrivano sui punti vendita con 280 mila viaggi su Tir). E chissà cosa direbbero i consumatori se sapessero che esistono acque così scadenti che ci sono aziende produttrici di platica che acquistano le fonti solo per vendere le bottiglie...Quando non sono idrocarburi, capita che siamo convinti di comprare acqua e invece ci hanno venduto solo una bottiglia di plastica.

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