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    Russia, la pattumiera nucleare galleggiante

    Dietro il falso allarme alla nave "Pietro il Grande", una guerra
    di appalti e potere alimenta il business dello smantellamento
    25 marzo 2004 - Sabina Morandi

    L'incrociatore "Pietro il Grande" all'ancora (Afp)
    Pietro il Grande, incrociatore da 19 mila tonnellate a propulsione nucleare «potrebbe esplodere in qualsiasi momento». Il minaccioso avvertimento lanciato dal capo della Marina russa, Vladimir Kuroyedov, ha fatto il giro del mondo amplificando l'allarme a ogni rimbalzo mediatico. Poi, il sollievo: pare che l'ammiraglio abbia sparato la sua bordata più per motivi interni che per altro. L'oggetto del contendere non sarebbe lo stato di manutenzione del reattore nucleare di quella che, fino a ieri, era considerata la nave migliore della flotta russa, quanto la guerra di potere che si svolge nelle alte sfere, notevolmente esacerbata dall'inizio del processo istituito per trovare i responsabili dell'ultimo incidente: l'affondamento del sottomarino nucleare k-159, il 30 agosto scorso.

    Processi - e vittime - a parte, lo smantellamento della flotta nucleare sovietica ha messo in moto un ingente giro di denaro. Non soltanto quello "sporco" derivato dalla vendita sottobanco di tecnologia e armamenti, quanto quello "pulito" relativo agli ingenti stanziamenti nazionali e internazionali.

    Si tratta di un problema non da poco. Fra il 1955 e il 2001 sono stati costruiti 248 sottomarini a propulsione nucleare più cinque navi di superficie. All'inizio degli anni Novanta, l'invecchiamento della flotta e la fine della Guerra fredda hanno messo la Marina sovietica, e poi quella russa, di fronte al problema dello smantellamento. Fra il 1990 e il 1994 Mosca è riuscita a tenere un ritmo di 15 - 20 sottomarini all'anno, anche se raramente veniva completato tutto il processo. Nel 2001, infatti, erano rimasti in dotazione 200 sottomarini nucleari non più attivi dei quali ben 170 ancora in attesa di effettivo smantellamento e 74 ancora pieni di carburante nucleare.

    Mettere a risposo un sottomarino nucleare infatti non è una cosa semplice. A meno di non scaricare tutto in mare, cosa che per un certo periodo è stata fatta, occorre avere le istallazioni giuste per riprocessare e bonificare i detriti nucleari e radioattivi, per smantellare i sistemi di lancio dei missili balistici in tutta sicurezza e preparare il reattore allo stoccaggio a lungo termine, considerati i tempi millenari di decadimento dei materiali radioattivi. Si tratta insomma di un lavoro costoso, altamente specializzato e lungo - ben 630 mila ore di lavoro per un singolo sottomarino - che uno Stato anch'esso in via di smantellamento non riesce a portare a termine da solo.

    Dal 1995, infatti, ci si è resi conto che, delle cinque istallazioni per lo stoccaggio delle scorie radioattive utilizzate dalla flotta del Nord, forse solo una riusciva a garantire pienamente il rispetto dei requisiti di sicurezza. Inoltre, in una situazione di sostanziale abbandono della cosa pubblica - con i marinai costretti a pescare per procurarsi un rancio decente - l'esigenza di mettere a risposo una volta per tutte la flotta nucleare passava decisamente in secondo piano. Comunque, sotto la pressione dell'opinione pubblica internazionale allarmata dai continui incidenti, nel 1998 il governo russo tentò di riprendere in mano la questione assegnando al ministero per l'Energia atomica, il Minatom, la responsabilità dello smantellamento e del relativo stoccaggio di materiale nucleare. Il Minatom stilò un progetto e si fece due conti: per concludere le operazioni entro il 2005 sarebbero stati necessari due miliardi di dollari. Il piano proponeva di suddividere le spese fra lo Stato federale russo - per il 40 per cento - e la comunità internazionale che avrebbe partecipato allo stanziamento dei fondi. Stati Uniti e Gran Bretagna si mostrarono subito disponibili.

    All'atto pratico le cose si sono dimostrate più complicate. L'approccio centralizzato previsto dal Minatom è saltato quasi subito, e l'attuazione del piano è stata di fatto frammenta fra tutta una serie di agenzie facenti capo alla Marina, al ministero della Difesa, delle Finanze, dell'Ambiente o allo stesso Minatom. La guerra in Cecenia, la partecipazione alla missione di pace in Bosnia e lo stato catastrofico dei conti pubblici della Federazione russa - che non ha stanziato più di 500 milioni di dollari per l'intero progetto - hanno fatto finire il problema della flotta nucleare in fondo alla lista delle priorità. A questo si sono aggiunte le rigide linee guida stabilite dalla London Dumping Convention, miranti ad assicurare che le complesse operazioni vengano condotte nel massimo rispetto dell'ambiente. L'applicazione degli standard ha reso le operazioni più pulite e controllate, ma le ha di fatto rallentate. Per questo oggi molti paesi direttamente interessati alla bonifica dell'area si sono attivati, e non soltanto in termini finanziari. I russi hanno avviato progetti congiunti con i paesi scandinavi, davanti alle cui coste sono affondati due sottomarini atomici, e con i giapponesi, che forniscono un aiuto per lo smantellamento della flotta nucleare del Pacifico.

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