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    Dal recupero delle case coloniche come residenze estive a quello di casali e masserie per farne centri di agriturismo: una difesa dell’architettura rurale

    Elogio della campagna

    27 marzo 2004 - Leonardo Servadio
    Fonte: www.avvenire.it
    24.03.04


    Qual è il luogo dell'identità? In termini generali si può dire sia la cultura, o la religione. Ma l'identità si nutre anche di luoghi fisici: la casa dove abbiamo trascorso i primi anni di vita, la strada dove abbiamo giocato da bambini, le scuole che abbiamo frequentato… A cercare di ricapitolare i posti ai quali il nostro senso di identità è particolarmente legato, la cosa più probabile è che ne emerga una lista di brani di città. Il numero di coloro che sono nati e cresciuti in campagna si è drasticamente ridotto dal secondo dopoguerra in poi. Allora ancora circa il 20% di chi lavorava era impegnato nelle campagne. Ma negli ultimi cinquant'anni l'abbandono delle campagne ha portato al degrado quel delicato equilibrio che si era costituito pian piano nei secoli tra natura e costruito. Una legge recente, sulla tutela e valorizzazione dell'architettura rurale (n. 378/03, promulgata a metà gennaio) porta l'attenzione su questa dinamica. Suo scopo è «salvaguardare e valorizzare le tipologie di architettura rurale, quali insediamenti agricoli, edifici o fabbricati rurali, presenti sul territorio nazionale, realizzati tra il XIII e il XIX secolo».
    L'agricoltura come il panda? Una specie in estinzione? La campagna nel corso degli ultimi decenni ha subito una trasformazione radicale. Il coltivatore mediopiccolo è praticamente scomparso e le multinazionali dell'alimentazione tendono a imporre ovunque i propri metodi di coltivazione, che da un lato gettano fuori dal mercato gli agricoltori indipendenti, dall'altro tendono a uniformare le colture, sovrapponendosi alle tradizioni del luogo.
    Gli effetti sulla cura del territorio sono impressionanti. Dove la campagna era punteggiata da casolari, cascine, chiesette, oggi si mostrano ruderi a volte diroccati e preda di arbusti. Edifici che negli ultimi lustri stanno diventando terra di nessuno.
    Sotto il profilo culturale, c'è un distacco ormai netto. La campagna è conosciuta prevalentemente come il film che scorre fu ori dai finestrini dell'auto in corsa nei trasferimenti da una città all'altra.
    Sotto il profilo fisico, la perdita del patrimonio è ingente. Per esempio sulle pendici dove col lavoro di generazioni si erano costituiti i terrazzamenti, come il Liguria o in Campania.
    Il nostro paesaggio è dato dal convergere dell'azione umana e quella della natura, una sorta di collaborazione armonica che trova nella perizia contadina il suo vigile artefice. Per questo è chiamato "paesaggio culturale". Là dove cessa l'azione umana, e il paesaggio culturale è abbandonato a se stesso «in poco tempo (30-50 anni) scompare - scrive Amali Virzo De Santo (L'uomo e la città, edito da FrancoAngeli) sostituito da coperture vegetali che non sono in grado di esprimere la stessa diversità biologica». Così, per esempio, l'eccessivo avanzamento dei boschi diventa causa di più frequenti incendi.
    A partire dagli anni '70, si è andata sviluppando, insieme con l'abbandono delle campagne, una tendenza, almeno in alcune zone della penisola, in particolare in Toscana, al riutilizzo delle ville e case coloniche abbandonate, come residenze estiva di pregio. Questo ha dato luogo a un'ondata di ristrutturazioni che comunque hanno snaturato l'architettura originaria. Perché altro è che un edificio sia abitato 12 mesi all'anno, altro che sia usato solo per qualche settimana di vacanza.
    Diverso il caso dell'azienda agrituristica che implica di solito una permanenza continua del gestore, il quale è interessato al buon mantenimento della zona circostante. E magari anche al ripristino di attività agricole tradizionali che soddisfino le esigenze proprie e dei propri ospiti.
    In questi casi il problema è quello di evitare che le ristrutturazioni di cascinali antichi siano realizzate a discapito dell'autenticità architettonica. Insomma vi deve essere una valutazione competente dei materiali e delle tecniche di restauro. L'attenzione in questo senso è andata crescendo negli anni recenti. Lo dimostra non solo la legge 378, ma anche la risoluzione approvata nel 2001 dal Consiglio d'Europa, in difesa della qualità dell'architettura sia cittadina sia rurale.
    C'è una differenza marcata tra l'architettura urbana e l'architettura rurale. Quella si è evoluta con cambiamenti molto forti nelle diverse epoche storiche. Questa è cambiata, ma in misura molto minore, perché collegata non al desiderio di ornamentazione e di stile, ma solo a necessità funzionali. Una cascina del '300 è difficilmente distinguibile da una del '700, a un occhio inesperto. Gli edifici rurali raccontano una storia diversa da quella delle case di città. Ma è una storia che una o due generazioni fa tutti condividevamo.

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