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    Scrittore, poeta, ecologista ante litteram,precursore del pacifismo contemporaneo...

    Henry David Thoureau

    “Di fronte a lui ci si vergogna di avere i soldi, di possedere due cappotti, perfino di avere scritto un libro che sarà letto da molti – a tal punto il suo modo di vita è critico di ogni altro modo di vita approvato”.
    15 aprile 2004 - Davide Ranzini


    Henry David Thoureau, nasce a Concord nel Massacchusetts nel 1817. Scrittore, poeta, ecologista ante litteram, precursore del pacifismo contemporaneo, ispiratore di tutti i movimenti che seguiranno, da Gandhi a Martin Luther King, per la lotta dei diritti civili. Nel 1846, il suo rifiuto di pagare le tasse al governo, poiché non ne approvava la politica espansionistica, in particolare la guerra d’aggressione contro il Messico, gli costa il carcere. Protesta duramente contro la schiavitù, come già aveva fatto l’aristocratico De Tocqueville, che vedeva in questa intollerabile forma di oppressione il vero peccato originale degli Stati Uniti d’America. Nel 1857 pubblica “Disobbedienza civile”, phamplet incentrato sul concetto che ogni individuo deve, in ogni circostanza, rispettare in primis i dettami della sua coscienza e difende, con una appassionata arringa, il capitano John Brown che aveva capeggiato una rivolta di schiavi , sostenendo che le leggi in vigore non possono valere contro “le leggi dell’umanità”, e a riguardo dichiara: “ Mi accorgo che quando una ghianda e una castagna cadono fianco a fianco, l’una non resta inerte per fare posto all’altra, ma entrambe obbediscono alle proprie leggi, e nascono, crescono e fioriscono come meglio possono, fino a quando una oscura e distrugge l’altra. Se una pianta non può vivere secondo la propria natura, muore, e allo stesso modo un uomo”. Nel 1849, sostiene l’opposizione alla costruzione di una diga lungo il fiume Merimack, che secondo lui sarebbe andata a scapito della fauna ittica e dei contadini. Va anche ricordata la sua posizione in difesa delle popolazioni indigene d’America. Muore di tisi il 6 maggio 1862 a 45 anni. Poeta, mistico, anticonformista e violento individualista, di lui Ralph Waldo Emerson scriverà: “Preparato a nessuna professione, senza dubbio giustamente scelse per sé di restar scapolo di Pensiero e Natura (…) non conobbe tentazioni contro le quali lottare, o desideri, o passioni e non aveva nessun gusto per le eleganti sciocchezuole”. Il suo pensiero è largamente influenzato dal cosidetto movimento trascendentalista: “una specie di informale cenacolo, - the Trascendal Club - elaborava ipotesi ideologiche in opposizione al mercantilismo e materialismo dell’epoca. Il testo ispiratore era il saggio Nature che Emerson aveva pubblicato l’anno dopo la crisi economica del 1837; l’autore non vi parlava però di economia…il trascendentalismo era nato dall’incontro del deismo unitario inglese con lo spiritualismo nord europeo –Swedenborg, Boheme – il protosocialismo foureriano, Goethe, Kant e i filosofi idealisti tedeschi più il titanismo di Carlyle e certe influenze di Coleridge…” come scrive Piero Sanavio curatore di alcune edizioni in italiano dei libri di Thoureau. Un movimento intellettuale, che coniugava in modo disorganico una miscela di ottimismo, antimercantilismo, individualismo, preminenza della ragione e necessità per l’artista di essere libero, “naturale”.

    “Walden ovvero vita nei boschi” è la sua opera più famosa. Il libro, resoconto di due anni trascorsi tra il 1845 e il 1847 in una capanna sulle rive del lago Walden nello stato del Massacchusetts fu scritto quasi completamente durante quella permanenza in totale isolamento. Vi si trova l’autore immerso in una visione della natura olistica, e integrata dove l’interdipendenza del rapporto con il cosmo crea un legame intimo tra l’uomo e tutta la terra, considerata come un vasto organismo interagente.
    “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza” scrive Thoureau, “per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo, spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita ”.
    Il bosco diventa, luogo dell’anima e della contemplazione, desiderio di realtà interiore, lontano dai propri contemporanei così indaffarati a ricercare beni materiali e sempre affannati nell’effimero senza accenni di risposte o dubbi di fronte a quesiti come sul senso ultimo della vita. Thoureau sceglie il bosco, perché crede in fondo, che certe verità quelle più vere, si trovino soltanto a determinate “latitudini” e che soprattutto vadano ricercate lucidamente in solitudine. Chiede a se stesso l’essenzialità dei propri atti e dei propri gesti di fronte, già allora, ad una società conformista e prevaricatrice delle differenze e quasi buddisticamente asserisce che il fatto principale della vita stessa è la morte. Penetrare e vivere nel bosco è cercare se stessi, è cercare come scrive Piero Sanavio nell’Introduzione all’edizione italiana del libro: “… i segni di un alfabeto perduto poiché per lui il significato della realtà era reperibile dentro le cose”. Thoureau, contempla e si muove in una natura viva, sacra, animata. Il genius loci, il genio protettore, nascosto, invisibile, ma sempre presente in ogni anfratto del creato, di cui Thoureau ne afferra il senso cosmico, dal più minuscolo sassolino, all’erba, ai fiumi, agli alberi dei quali ad esempio, con vis polemica, rivolgendosi ai suoi contemporanei scrive: “ L’anglo-americano può…tagliare…tutta questa ondeggiante foresta e far sui suoi resti un discorso elettorale e votare per il candidato alla presidenza ma non può parlare con lo spirito dell’albero che abbatte-non sa leggere la poesia e la mitologia che mentre egli avanza recedono. Da ignorante, egli cancella tavole mitologiche per stampare i suoi manifesti, le sue ingiunzioni di partecipare a riunioni comunali.” - si pensi oggi solo alle moderne edicole delle nostre città, vere proprie industrie dello spreco della carta, con la scusante della libertà di pensiero –ndr-. Guarda con chiara preveggenza alla natura che deve essere compresa e tutelata, una natura che ci accoglie su questa terra come forestieri e testimoni, ricordandoci che la nostra consapevolezza consiste nel riconoscere di essere ospiti e non padroni. L’uomo, ogni uomo, è un filo, una trama, una traccia, un nodo di quell’unica “corda tesa” nel tempo (per usare l’espressione nietzscheana) che è l’umanità. Liquida l’economia con i suoi ideali mercantilistici così come gli scritti di Adam Smith e il suo La ricchezza delle nazioni del quale, con parole dure e dirette scrive: “…meschino vangelo del più e del meno”. Si contrappone alla scienza positivista e meccanicista del suo secolo, che è poi ancora la nostra attuale, affermando con prescienza e saggezza: “ La crudeltà della scienza mi preoccupa, come quando sono tentato di uccidere un serpente raro per conoscere la specie. Sento che non è la maniera giusta di acquisire la vera conoscenza” e continua: “ Il vero scienziato conoscerà meglio la natura grazie alla sua migliore organizzazione; odorerà, assaggerà, vedrà e sentirà meglio di un altro uomo. La sua esperienza sarà profonda e significativa. Non si apprende per inferenze e deduzione, o per applicazione della matematica alla filosofia, ma per rapporto diretto e partecipazione emotiva. L’uomo più vigoroso e amichevole sarà il miglior scienziato e possiederà la saggezza indiana più perfetta”.
    Di lui, Lord Houghton all’epoca console a Liverpool ne accenna un profilo vivido : “…non è una persona facile. Di fronte a lui ci si vergogna di avere i soldi, di possedere due cappotti, perfino di avere scritto un libro che sarà letto da molti – a tal punto il suo modo di vita è critico di ogni altro modo di vita approvato”. Ma l’invito di Thoureau a certe scelte da lui vissute in piena consapevolezza, non sono nè la rinuncia al mondo, nè un ascesi solitaria ma l’invito all’auto-limitazione, alla sobrietà su se stessi e sulla natura. Un concetto semplice e profondamente attuale, nient’altro che una sorta di dottrina della semplicità.
    L’economia umana deve essere compartecipe dei limiti della natura. “Non sarebbe meglio valutare se il nostro gesto giustificherà il sacrificio della natura? ” si domanda Thoureau; ma ormai l’uomo contemporaneo, chiuso nella sua arrogante modernità tecnomorfa, è da tempo che non si pone più domande del genere. Come ben evidenzia Renato Galdiero, docente di filosofia e storia: “L’umanità, può continuare a lottare per una sua piena dignità, senza per questo recidere le proprie radici naturali o, ancor peggio, far cadere nell’oblio la propria origine relazionale e dimenticarsi il posto limitato, ma importante, che occupa sulla terra ”. La vita di Henry David Thoureau è stata l’ esempio di una decisa, radicale, impegnata e differente visione della vita. La sua parabola esistenziale andrebbe rivisitata più attentamente per coglierne oggi, gli aspetti più attuali nel modo stesso di essere e vivere nel mondo.

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