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    Stili di vita e debito ecologico

    I diritti dell'ecologia

    In Sudafrica nel `99 i movimenti del sud del mondo hanno definito il debito ecologico come l'obbligazione e la responsabilità dei paesi industrializzati del nord verso i paesi del terzo mondo
    14 aprile 2004 - Giuseppe De Marzo*


    Una delle espressioni della crisi della società contemporanea è l'erosione della diversità culturale ed ecologica provocata dall'universalizzazione di un unico stile di vita, un modello monoculturale che porta al disconoscimento della reciprocità delle culture e dei sistemi naturali. Riconoscere che tutte le specie viventi sono importanti in quanto tali ci obbliga a stabilire dei limiti nelle relazioni con gli altri viventi. In questo senso il debito ecologico è ascrivibile alla crisi del nostro tempo, poiché la sua dimensione etica e filosofica rimanda a tale principio. In Sudafrica nel `99 i movimenti del sud del mondo hanno definito il debito ecologico come l'obbligazione e la responsabilità dei paesi industrializzati del nord verso i paesi del terzo mondo: per il saccheggio e l'utilizzo dei suoi beni naturali come petrolio, minerali, boschi, biodiversità, conoscenze; per l'uso illegittimo dell'atmosfera e degli oceani; per lo scambio ecologicamente diseguale, visto che questi beni sono esportati senza prendere in conto i danni sociali e ambientali; inoltre, per la produzione di armi chimiche e nucleari, per le sostanze e i residui tossici e gli organismi geneticamente modificati che nei paesi del terzo mondo sono depositati.
    Se per esempio consideriamo il debito ecologico che l'occidente ha con la biosfera e con tutti i sud del mondo a causa dell'emissione di gas serra in atmosfera, dovremmo parlare di una cifra che ammonta a 515 miliardi di dollari all'anno: l'equivalente di quindici volte il contributo che i paesi industrializzati elargiscono non proprio generosamente ai paesi del Sud sotto forma di aiuti.
    Se invece consideriamo unicamente il debito ecologico di una multinazionale come la Texaco prodotto in Ecuador in 28 anni di attività, dopo l'estrazione di circa 1.500 milioni di barili di petrolio, la costruzione di 22 stazioni di pompaggio e la perforazione di 339 pozzi in un'area di 442.965 ettari, la cifra arriva a 709.220.667.000 dollari.
    Un danno immenso, che certo non include le comunità indigene di cui la Texaco ha causato l'estinzione, provocato dal versamento di tonnellate di materiale tossico, dalla distruzione di foreste, dal lavoro sottopagato, dai rifiuti per il mantenimento dei pozzi, da più di 19 mila milioni di galloni d'acqua di produzione versati nell'ambiente, dalla perdita di biodiversità, dall'inquinamento dell'aria, dal carbonio prodotto, dalla sabbia utilizzata per costruzione di strade, dal legname illegalmente tagliato per costruire piattaforme e da molto altro ancora che non può essere monetizzato. Le torri di combustione hanno bruciato quotidianamente due milioni di metri cubi di gas. Il debito accumulato dalla sola Texaco con l'Ecuador è circa 51 volte maggiore al debito estero ecuadoriano.
    L'esistenza del debito estero aumenta sostanzialmente quello ecologico in quanto costringe i paesi indebitati a sovrasfruttare le loro risorse per ottenere maggiori entrate e pagare le somme all'occidente. La diminuzione dei prezzi delle materie prime imposta dalle multinazionali contribuisce ad amplificare ulteriormente la relazione perversa fra debito estero e debito ecologico: più povero sei, più sarai costretto a sfruttare le tue risorse naturali per attutire il debito.
    Ogni anno il pagamento del debito drena dai paesi del terzo mondo cifre per 160/200 miliardi di dollari verso le banche private, gli speculatori finanziari, il Fmi, la Bm e i paesi arricchiti. Il debito ecologico non si può calcolare nella sua totalità, non c'è prezzo quantificabile per la distruzione della natura o quei popoli o quelle lingue che sono stati estinti. Tuttavia si possono monetizzare alcuni aspetti: ad esempio quanto risparmia una multinazionale nel non rispettare le misure di tutela ambientale o nel non riparare l'impatto sociale prodotto dalle sue attività.
    L'Europa e le forze politiche progressiste e democratiche devono porre come centrali le scelte politiche basate su: 1) principio di equità, cioè il medesimo diritto per tutti gli uomini di usare risorse e servizi ambientali; 2) le risorse e la capacità di assorbimento dei rifiuti da parte della terra sono limitate, il che significa l'impossibilità di eludere questo dato, di fatto continuando a sostenere concetti «sviluppisti» basati su una crescita costante del consumo di risorse e di servizi ambientali; 3) è fondamentale e necessario riconoscere il debito ecologico che l'Europa ha contratto in passato con i paesi del sud del mondo e annullare il debito estero che questi ultimi hanno con i paesi europei.
    Su questi punti si fonda la convivenza e la cooperazione fra nord e sud del mondo e sono questi gli aspetti essenziali (che saranno approfonditi nel seminario Capovolgere il debito per un'economia dei diritti, domani e venerdì a Bologna nella sala Auditorium in viale Aldo Moro 18) per una politica che punti a costruire alternative di pace in un pianeta in cui la verità viene volontariamente sepolta dalla spirale guerra-terrorismo.

    Note:

    * Associazione A Sud

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