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    Eco-guai in Medioriente

    Iraq, l'ambiente in guerra

    Il conflitto in corso esaspera le condizioni ambientali
    16 aprile 2004 - Marinella Correggia


    Erano iniziati da pochi giorni i bombardamenti sull'Iraq quando, intorno al 25 marzo 2003, il sud del paese e la stessa Baghdad furono investiti da una tempesta di sabbia che si mutò in pioggerella color ocra. Gli iracheni parlarono di «mantello di Allah steso a proteggere il paese» perché il fenomeno naturale, oltre a coprire di un solo colore cose e persone, per qualche giorno rese difficile la vita alle macchine da guerra degli «alleati». Ecco l'unica emergenza «innocua», fra le numerose verificatesi l'anno scorso in Medio Oriente e in Iraq, indicate nel Geo Yearbook 2003, il rapporto annuale dell'Unep-Programma per l'ambiente delle Nazioni Unite. Terremoti, siccità, tempeste, temperature inaudite, ma soprattutto la guerra, a proposito della quale il rapporto non potrebbe parlare più chiaro: «Benché i governi della regione, l'opinione pubblica e la comunità internazionale fossero preoccupati per le conseguenze ambientali dei conflitti armati, i policy makers (decisori politici, ndr) hanno accordato la priorità assoluta agli sviluppi politici e alla sicurezza». Se di eco-guai in Medioriente si poteva parlare anche negli anni passati, il conflitto iracheno ha sicuramente peggiorato assai le cose. E vale anche per quello palestinese, con le distruzioni di ulivi e fonti driche. La distruzione di infrastrutture militari e civili ha rilasciato una consistente quantità di metalli pesanti e sostanze altamente inquinanti, finiti nel terreno, in acqua e nell'atmosfera. Curiosamente, il rapporto internazionale non insiste sull'inquinamento da uranio impoverito, probabilmente il fattore che dovrebbe destare maggiore preoccupazione. Né richiama le conseguenze devastanti degli spostamenti di popolazione avvenuti durante l'occupazione: ad esempio a Baghdad sono emigrati circa due milioni di persone e 600.000 auto, malissimo in arnese, che si aggiungono alle numerose, devastanti macchine militari, dai carrarmati alle jeep. Lo sfascio delle strutture irachene ha sospeso ogni programma «ambientale», compresa la raccolta dei rifiuti, se non ci pensano le moschee.
    L'acqua è sempre più a rischio e non solo in Iraq ma in tutto il Medio Oriente, dove la popolazione, ricorda l'agenzia delle Nazioni Unite, sta continuando a crescere: è passata dai 34,8 milioni del 1970 ai 106,4 milioni del 2002 e si prevede che nel 2010 avrà raggiunto i 130 milioni. Circa il 60% dell'acqua che serve per soddisfare a queste persone viene da fuori, con tutta una serie di problemi di equilibri politici: si pensi alle dighe turche sull'Eufrate che sottraggono acqua a Siria e Iraq.
    Inoltre, secondo il monitoraggio dell'Unep, la zona umida della Mesopotamia (che combacia con la mezzaluna fertile) ha raggiunto nell'ultimo anno un nuovo record negativo: ne è rimasto solo il 6% del totale originale. La zona umida si estendeva fra Bassora, Nassiryia e Amara, ovvero l'intera area del grande delta alla confluenza tra il Tigri e l'Eufrate. La abitavano da 5.000 anni centinaia di migliaia di «Madan» o «gente delle paludi» che avevano sviluppato una civiltà unica al mondo. Era considerata un santuario per gli uccelli migratori ma soprattutto la grande fonte di acqua potabile per tutta l'area. Nel 1970 la sua estensione era pari a 20 mila chilometri quadrati, ma nel 2000, in epoca Saddam, il 90% della zona umida era sparito, prosciugato: anche «grazie» alla deviazione del corso del Tigri con una diga per dar vita a un faraonico progetto di irrigazione denominato Terzo fiume. Durante l'ultima guerra, tuttavia, parte della diga fu distrutta dal regime nello sforzo di fermare l'avanzata delle truppe inglesi; e adesso «c'è un po' d'acqua in più e molti contadini sono tornati» dice la baronessa ed eurodeputata britannica Emma Nicholson, presidente della Amar Foundation che da anni si occupa del «popolo delle paludi». Dice il direttore dell'organizzazione Emaar: «Eravamo pronti a ricostruire con bassissima spesa villaggi in quell'area, come Duwira, per far tornare gli sfollati. Ma mentre si spendono centinaia di migliaia di dollari per ogni scuola di Baghdad, a noi sono mancati i fondi».

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