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    A colloquio con Jean-Marie Pelt, l'ecologo francese che mira a riaprire un dialogo non tinto dalla new age: «I giovani devono farsene carico»

    Natura, un nuovo patto

    «Oggi prevale il freddo raziocinio. Questo porta a eccessive semplificazioni. Ma bisogna dare ai ragazzi il senso dell'armonia e della coerenza»
    22 aprile 2004 - Daniele Zappalà
    Fonte: www.avvenire.it
    21.04.04


    «Vi è in fondo all'anima un accordo intuitivo e diretto con la natura. Anche i non credenti, osservando la volta celeste o un bel giardino, avvertono una serenità, un cambiamento del tempo, un altro tempo. Come se tutto questo mondo fosse abitato da una presenza». Così vede il mondo Jean-Marie Pelt: presidente dell'Istituto europeo di Ecologia, professore emerito di biologia vegetale, autore di tante opere divenute spesso dei classici dell'ecologia contemporanea e di documentari televisivi rimasti impressi nella memoria collettiva, filosofo sollecitato su scala planetaria. Ma in Dieu en son Jardin, appena apparso in Francia (Editions Desclée de Brouwer), è soprattutto da credente che Pelt dialoga sulla natura con Alphonse Goettman, prete ortodosso e la moglie di questi, Rachel.

    Allontanarsi fisicamente dalla natura significa abbandonarla anche con l'anima?

    «Sì, e sono colpito dalla vertiginosa crescita delle tecnologie che avvicina l'uomo sempre più alle proprie realizzazioni. Quando si constatano gli sforzi necessari perché i bambini possano ristabilire un contatto con la natura, ciò dà la misura della distanza. Un istinto vitale porta i giovani ad essere attirati da fiori, piante, animali. Ma presto la società espunge in molti questo posto accordato alla dimensione naturale».

    La causa ecologista sembra tuttavia conquistare i giovani...

    «Conosco molti giovani simpatizzanti e credo che l'ecologia sia forse l'unica causa che condividono davvero con la generazione precedente. Ma spesso sposano questa causa intellettualmente e ne restano lontani nella pratica. Per questo, credo che tutto ciò che può essere fatto per riavvicinarli al mondo vivente è necessario».
    Questa distanza può interferire con ciò che chiama la «coerenza fra Creatore e creatura»?
    «Sì, certo. Se il pilastro naturale manca, il legame col Creatore è meno evidente e forse più difficile da realizzare. Non credo che il mondo attuale trasm etta ai giovani un senso potente dell'armonia e della coerenza. Per me, l'ecologia resta un nucleo di coerenza in una cultura attraversata dall'idolatria delle nuove tecnologie, dal new age e da altre tendenze che producono un'immensa confusione. L'ecologia può giocare un ruolo importante non solo a livello ambientale ma anche nel riunire gli esseri umani attorno a una causa comune».

    Le televisioni accordano sufficiente spazio alla natura?

    «Si dà spazio agli animali, con la curiosa conseguenza che i bambini conoscono meglio gli ippopotami che le galline. La natura è rappresentata in modo spettacolare, col rischio di mostrarla anche come inavvicinabile. Vorrei trasmissioni di prossimità con la natura. Prima di scoprire le creature selvagge, si può cominciare col sapere cos'è un coniglio».

    Crede che l'arte di insegnare la natura sia in crisi?

    «La trasmissione è stata a lungo garantita da racconti che esprimevano il senso del meraviglioso. Oggi si ha la tendenza a diffidare del meraviglioso e in proposito vorrei citare un aneddoto personale. Per una scuola di Metz, ho scritto una storia in cui pomodori e carote chiacchierano insieme. I responsabili scolastici mi hanno obiettato che i bambini sanno ormai bene che gli ortaggi non parlano fra loro. Nella mia educazione personale, invece, pomodori e carote dialogavano.
    Credo ci manchi un San Francesco d'Assisi dei tempi moderni. Tutta la vita di San Francesco era impregnata di meraviglia e se ha avuto un enorme impatto sull'Occidente, è anche perché ha rotto con la razionalità fredda, col mondo dei concetti. Ha interrogato la sua anima e ha dunque cominciato a parlare con animali e piante».

    Le scienze naturali hanno visto trionfare le classificazioni di Linneo e la parte per il tutto, rispetto ai «quadri della natura» di Von Humboldt, la parte nel tutto...

    «Una visione assolutamente analitica ci ha fatto separare ogni realtà in piccole parti. Ma più si separa in piccole parti, più s i perde di vista fatalmente il tutto. Humboldt era un discepolo lontano di Goethe e questa corrente privilegia il tutto prima di separarlo in parti. In Francia, è stato Pascal ad avere la stessa intuizione, opponendosi all'archetipo razionalista cartesiano. Questa concezione del tutto che è più della somma delle parti potrebbe rigenerare la scienza».

    Ci faccia un esempio...

    «Penso alla biologia molecolare, che sembrava quattro anni fa al proprio apogeo. C'era l'impressione che ogni gene determinasse un carattere e siamo allora partiti verso un approccio iperanalitico dentro cui poi ci siamo completamente persi. E oggi questa scienza entra in una crisi che sarà grave, come mettono in luce varie opere apparse negli ultimi tre mesi. Le cose non funzionano così e un gene non è un lego che, una volta spostato, produce un esito prevedibile. Facendo intellettualmente della semplificazione a oltranza, siamo piombati nella complessità. La vita in sé è complessa, non si può sezionarla in geni».

    Come guarda all'accelerazione recente delle biotecnologie?

    «Mi colpisce vedere delle persone contente perché sono riuscite a creare un'anatra con le zampe di gallina. È il ritorno dell'uomo prometeico, faustiano, dell'apprendista stregone. Questo sogno è sempre esistito ma oggi viviamo in un'epoca in cui è ai suoi massimi la dismisura fra uomo è natura. Ma l'uomo è figlio della vita e siamo chiamati a gestirla, non a dominarla».

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