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    La guerra dei mondi corre su quattro ruote

    Hosea Jaffe e la storia del pericoloso legame tra capitalismo, petrolio e trasporto privato. Il futuro è il ferro
    22 aprile 2004 - Giulio Avetta
    Fonte: www.ilmanifesto.it
    21.04.04

    L'automobile è uno degli elementi necessari e sicuramente l'oggetto simbolo del capitalismo imperialista contemporaneo, tuttavia la vittoria dei popoli oppressi del terzo mondo e delle classi operaie nei paesi sviluppati farà si che nel prossimo futuro essa verrà rimpiazzata ovunque dal trasporto sociale, ovvero il treno, il tram, la metropolitana. Sarà questo l'esito, scrive Hosea Jaffe nel suo saggio L'imperialismo dell'auto. Auto+petrolio = guerra (Jaca Book, collana terra terra, 105 pp., 12 ?),della prossima «guerra dei mondi». Jaffe affronta i problemi principali che nascono dal binomio indissolubile tra automobile e petrolio: l'influenza avuta dalle industrie dell'energia e dell'auto sulla storia del ventesimo secolo, i danni provocati dall'automobile in termini di vittime di incidenti stradali, inquinamento, distruzione dell'ambiente.
    Al cuore dell'analisi di Jaffe c'è la denuncia esplicita del «peccato originale» dell'industria automobilistica, che secondo l'autore consiste nel suo essere basata sullo sfruttamento del terzo mondo attraverso l'utilizzo indiscriminato delle risorse naturali e umane (petrolio, minerali, sfruttamento del lavoro) dei paesi cosiddetti in via di sviluppo. E il rimedio, secondo Jaffe, non può essere ricercato nella progettazione e diffusione di veicoli alimentati a gas, idrogeno o elettricità.
    Anche queste automobile, infatti, continuerebbero a essere costruite in base a un modello produttivo fondato sullo sfruttamento di materie prime di proprietà dei paesi poveri (ad esempio i materiali per le batterie elettriche) e su modelli di consumo privato fortemente egoistici. La vera soluzione consisterebbe dunque nell'abbandono del veicolo privato e nell'affermarsi del trasporto sociale, basato sulla rotaia (metropolitane e tram per il trasporto urbano, treni per le lunghe distanze) ed eventualmente sulle navi per i viaggi transoceanici).
    Il tema affrontato è indubbiamente molto interessante e al centro di molti conflitti contemporanei ma proprio per questo meriterebbe un maggiore approfondimento; il saggio di Jaffe, infatti, nel suo spaziare tra analisi statistiche, ricostruzioni storiche e considerazioni socio-politiche rischia infatti di cadere in un generico approccio «luddista», nel quale il progresso tecnologico (incarnato principalmente dal motore a scoppio) viene visto come strumento di tutte le nefandezze compiute dai paesi occidentali negli ultimi cinquecento anni, dalla tratta degli schiavi al colonialismo fino ai recenti bombardamenti di Afghanistan e Iraq.
    Inoltre, alcune analisi appaiono decisamente forzate (come quando Jaffe interpreta la guerra nella ex-Yugoslavia come una strategia di espansione tedesca verso le riserve petrolifere del mar Caspio) o addirittura errate (come quando descrive le riserve petrolifere russe come terreno di caccia in mano alle multinazionali occidentali).
    Il libro contiene in appendice due interventi importanti. In particolare il primo, scritto da Aurelio Peccei (ex-dirigente Fiat e fondatore del Club di Roma, noto nel mondo ambientalista per il famoso rapporto I limiti dello sviluppo, Mondadori, 1972). Peccei descrive lucidamente l'insostenibilità dell'attuale modello di «consumo» del bene-automobile. Secondo lui «un'automobile privata, utilizzata due o tre ore al giorno, che occupa spazio e inquina le aree geografiche in cui passiamo la parte più importante della nostra vita è un anacronismo». Se nel breve termine vincoli tecnici e, soprattutto, mentali possono indurre a cercare nella costruzione di ulteriori parcheggi e autostrade la risposta ai problemi di mobilità, nel medio termine la soluzione consiste, più realisticamente, nel mettere in discussione il modello di spostamento oggi in vigore, basato sullo spostamento individuale e privato, accettando consapevolmente una parziale limitazione alla propria libertà di movimento. La proprietà privata, afferma Peccei, è divenuta in effetti «un freno e un ostacolo alla mobilità». Peccei dunque immagina come probabile nel lungo termine (15-20 anni), una trasformazione dell'automobile-proprietà privata in un bene d'uso, piccolo e poco inquinante, da affittare per poche ore per spostamenti brevi, mentre treni e aerei provvederanno ai trasporti (collettivi) su lunghe distanze.
    La soluzione proposta è intrigante, peccato che l'articolo sia stato scritto nel 1971 e le previsioni non si siano affatto realizzate. C'è da chiedersi cosa penserebbe Peccei degli enormi fuoristrada stile Schwarzenegger che ormai cominciano a imperversare anche nel centro delle nostre città medievali.

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