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    Nostalgia di un rapporto simbiotico con la natura

    3 maggio 2004 - Franco Piccinelli

    Per ora accade in Gran Bretagna, forse perché in Italia qualche residuo contatto con la natura è rimasto. Accade dunque che gli algidi anglosassoni, per ritrovare a livello individuale un equilibrio vacillante se non addirittura perduto, sentano la necessità di dialogare, magari solo a sguardi con gli animali di cortile, delle antiche aie dell'epoca in cui le fattorie ospitavano piccole, laboriose comunità e i ritmi delle giornate erano scanditi dalla luce del Sole, dal silenzio delle notti, dallo scorrere delle stagioni. Socchiudendo gli occhi, aggrappandoci a brandelli di ricordi, riusciamo a scorgerle, secondo copiosa letteratura ottocentesca: fattorie, da noi prevalentemente masserie e cascine, tutte uguali perché rispondenti, in ciascun nucleo edilizio, a precise funzioni. Il granaio, il fienile, la stalla, il portichetto per il ricovero degli attrezzi in quanto lasciarli alla serena, dopo l'uso e in attesa di riusarli nell'aurora susseguente, faceva disordine. Povertà sì, ma rispetto delle regole dell'economia familiare assieme a quelle di buon vicinato. Poi, non di rado, una roggia per irrigare se l'acqua era disponibile e non dirottata o sottratta, persino per alimentare minuscole centraline elettriche carpendone forza motrice senza conteggio del consumo. Inoltre, nelle fattorie meglio munite di autonomia, la roggia con struttura di ribollente bealera, capace di smuovere, con accorto gioco di paratie e deflussi, le pale del piccolo mulino, da cui veniva l'indipendenza sovrana della fattoria, appunto. Dove si macinavano cereali e leguminose per le persone e gli animali, lì, si pensava, anche in carestia ci si sarebbe tolti d'impaccio. Infine, rispettabile e utilissimo, l'orto, autentica dispensa e farmacia domestica per le opportune verdure che vi crescevano, per le erbe officinali idonee a tisane e decotti miracolosi, a empirici distillati contro le ansie, l'insonnia, le vertigini. E a ridosso dell'orto il pollaio: galli di fiero bargiglio, galline ovaiole con la cresta snervata a imitare goffamente il pavone e a suggerire l'immagine umana di bellimbusti ancora più inutili e goffi. Né le galline son sempre e solo razzolanti: nella salernitana Pagani esse danno titolo a una Madonna, portata in processione, proprio la domenica in Albis, venerata affettuosamente in tutto il Cilento. Nessuno sa, in proposito, se siano intervenute particolari intercessioni di fede anglicana. Ciò che è certo, stando almeno a chi ha constatato con l'avallo dello scienziato di turno, è che dalla Scozia all'Irlanda si stanno diffondendo, e favorendo ottimi affari per i fornitori, eleganti pollaietti a due posti, sterili e igienizzati, dove le galline non godranno degli agi e della libertà di pasturarsi nei prati, in compenso offriranno a chi le nutre, le accudisce, o imbastisce dialoghi con esse, per lo meno dei monologhi, la liberazione da stress, insonnia, angosce, insicurezza sull'avvenire del mondo che sarebbe una iattura renderlo scricchiolante. Riscoprendolo invece, quale lo conobbero i nostri padri e nonni, condizionato da ritmi al cui passo dovremmo muoverci e invece li abbiamo perduti, ritroveremmo appunto una possibile felicità. E ci accorgiamo tardi di aver sbagliato strada a cercarla nel tunnel delle effimere ambizioni che non ha sbocchi.
    (giovedì 22 aprile 2004)  

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