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    La Somalia assediata dai rifiuti tossici europei

    La denuncia delle Nazioni Unite: «Si rischia la catastrofe»
    4 maggio 2004 - Massimo A. Alberizzi


    IGO (Somalia) - Il contenitore è là, incagliato su una spiaggia infuocata della Somalia centrale. Nessuno vuole avvicinarsi e non è facile convincere la gente, spaventata, ad accompagnarci, a vederlo, toccarlo, fotografarlo. «E' pericoloso, contiene materiale tossico. Chi abitava lì intorno è stato male», si difende Abdullahi Aboukar, un pescatore che vive a Igo, minuscolo villaggio sul mare 350 chilometri a Nord di Mogadiscio. Alla fine si convince e ci fa strada.
    A pochi chilometri di distanza la cisterna arrugginita, cilindrica, 6,40 metri di lunghezza e poco meno di due metri di diametro, sta per essere consumata dalla corrosione, provocata dalla salsedine e dall'azione meccanica delle onde. In questo momento è a sei, sette metri dalla riva, ma quando la marea si alza, l'acqua lo abbraccia e talvolta se lo riporta al largo. «Ma non si allontana, viaggia per un paio d'ore, si sposta qualche decina di metri e poi si incaglia di nuovo sulla battigia», spiega Abdullahi. La crosta più esterna dei contenitore di metallo, sigillato e senza alcuna apertura, viene via e si sbriciola appena si tocca.
    Cosa contiene questo strano oggetto, nessuno lo sa, ma un rapporto dell’Unep (l'agenzia delle Nazioni Unite per la Protezione dell'Ambiente) sospetta che dentro ci siano rifiuti tossici, forse addirittura radioattivi, provenienti dall'Europa, scaricati illegalmente in mare.
    Da tempo la Somalia viene indicata come una delle possibili destinazioni di scorie avvelenate. Il Paese dalla fine del 1990 è in uno stato perenne di guerra civile, in mano a bande armate, sempre in lite tra loro, che controllano fette di territorio più o meno grandi. E' difficile muoversi e viaggiare: il rischio di essere attaccati è continuo. «Voci insistenti parlano di navi che scaricano rifiuti davanti alle coste somale - dicono dalla sede distaccata dell'Unep a Ginevra - ma nessuno è mai andato a verificare, anche se sappiamo che si rischia una catastrofe ambientale di proporzioni enormi».
    Maregh è un altro villaggio (una cinquantina di anime) sulla costa a una quindicina di chilometri a nord di Igo. Il vice capo della cooperativa di pescatori la Sosfico (Somali Seafish Company), Abdi Nur, in italiano stentato, denuncia: «Quella che ha visto non è l'unica cisterna incagliata sulla sabbia. A Magad, 90 chilometri a Sud ce ne sono altre due, e, ancora due, ad Adale, 130 chilometri sempre a Sud. Due bidoni più piccoli, dipinti di giallo, si sono insabbiati a Wa Weine, a 100 chilometri a nord di qui». Ma da quelle parti è difficile andare per investigare. La guerra si sente molto di più e gli stranieri sono un ghiotto bottino per le bande di sequestratori impazienti di pretendere un riscatto.
    Abdi Nur riporta periodiche morie di animali marini: «Abbiamo riscontrato parecchi casi di cecità. Alcune volte puoi pescare con le mani. I pesci non si muovono, non scappano. Le tartarughe poi salgono sulla spiaggia per deporre le uova e quindi, invece di tornare in acqua, si inoltrano sempre più nella terra ferma».
    Uno dei pescatori della Sosfico, Salad «Ore» Mohammed Welie, racconta: «Le mie reti per tre volte in sei mesi si sono impigliate nei ganci dei contenitori sommersi. In gennaio, mi sono dovuto immergere per liberare la maglia e ho visto che sulla parete dell'enorme cilindro-cisterna c'era il simbolo del teschio con le tibie incrociate».
    Una visita in barca nel punto dove è accaduto l'incidente, non rivela granché. La onde sono potenti, il mare è torbido e poi, come commenta il pescatore: «Le cisterne poiché non affondano, ma restano sospese a mezz'acqua, viaggiano in balia delle correnti e si spostano con facilità».
    In questa parte del Corno d'Africa, il sole è cocente. Ci saranno almeno 50 gradi all'ombra e l'aria umida, anzi proprio «bagnata», fa respirare con molta difficoltà.
    Hussein Mohamud Ossobleh è il capo del distretto di El Dehere, un altro villaggio sperduto nella boscaglia somala, ma con oasi e pozzi, a una quindicina di chilometri dal mare. Maregh è sotto la sua giurisdizione: «Abbiamo spedito parecchi messaggi alla comunità internazionale, all'Onu e all'Unione Europea. Ma nessuno sembra interessarsi di noi e della catastrofe in agguato sulle nostre coste. Una catastrofe che se dovesse scoppiare non colpirebbe solo la Somalia, ma tutta la regione. Noi non abbiamo né i mezzi, né le attrezzature. Chiunque verrà qui ad aiutarci è il benvenuto».
    «Tra l'altro alcuni mesi fa - racconta Ossobleh visibilmente preoccupato - alcuni nomadi hanno trovato a Ragah Elle, un villaggio vicino Adale, non sul mare, ma ad alcuni chilometri dalla costa, un altro di questi enormi fusti. Con l'aiuto della popolazione locale l'hanno seppellito. Ora in quel punto il terreno si sta sollevando come se il cilindro e il suo contenuto micidiale si dilatassero».
    Il dottor Abdi Nur, anche lui si chiama così, è l'unico medico in un raggio di 200 chilometri, lavora nel piccolo ospedale modello, organizzato da un'Ong italiana, il Cisp, a El Dehere. Ha studiato all'università di Mogadiscio e parla bene l'italiano: «Purtroppo non sono in grado di fare lavori statistici per bene, ma ho constatato che tra i pescatori di Maregh sono aumentate le malattie del fegato. Non so se il fenomeno sia da collegarsi ai rifiuti tossici, ma certamente c'è qualcosa di anomalo. Le sindromi epatiche sono le prime ad insorgere in caso di contaminazione».
    Con gli uffici dell'Unep al quartier generale di Nairobi, è impossibile parlare, frasi smozzicate, brevi commenti più improntati sul «non sappiamo niente, investigheremo». Impossibile avere un appuntamento, farsi dare un documento. Ma da Ginevra, un funzionario, che chiede con insistenza di restare anonimo, commenta: «Sappiamo perfettamente che ormai il traffico dei rifiuti tossici è in mano al crimine organizzato. Lo smaltimento a regola d'arte nei Paesi occidentali costa 250 dollari a tonnellata, in Somalia solo 2,5 dollari. Si può immaginare l'ingente guadagno che c'è dietro questo business. Sappiamo di navi che arrivano davanti alle pescosissime coste del Corno d'Africa e scaricano di tutto. I contenitori che si incagliano sulla costa sono una minima parte di quelli che giacciono in fondo al mare. Il pericolo è soprattutto lì. E non si tratta solo di materiale tossico, ma anche di rifiuti radioattivi, quelli delle centrali nucleari, ma anche quelli più semplici degli ospedali».
    Ma com'è che materiale così pericoloso cade in mano mano al crimine organizzato? «Elementare - spiega l'uomo dell'Unep -. Non esistono controlli. Molte società di smaltimento non sono altro che semplici intermediari che a loro volta consegnano il materiale da eliminare ad altre compagnie senza scrupoli. Queste si procurano il certificato di messa a dimora a regola d'arte da governi corrotti, fantasma o inesistenti, come quello della Somalia, un Paese dove regna l'anarchia da 14 anni e ci sono ben sette presidenti autoproclamati. E' un gioco da ragazzi e i guadagni sono enormi. Quando i container e le cisterne, logorati e corrosi, si sfasceranno e rovesceranno nel mare somalo il loro micidiale contenuto, sarà la catastrofe. Occorre intervenire prima, ma forse è già troppo tardi».

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