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    Cosa non si può fare col bambù(che è in pericolo)

    Secondo il programma dell’Onu per l’Ambiente (Unep), l’International Network for Bamboo and Rattan e dal World Conservation Monitoring Centre, la preziosa pianta è a rischio
    17 maggio 2004 - Emanuele Giordana
    Fonte: www.lettera22.it
    15.05.04


    Se c’è una pianta infestante e difficile da estirpare, questa è il bambù. L’apparato radicale corre in orizzontale e poi, ogni qualche metro, caccia fuori i germogli, molto apprezzati in Asia. Le specie che crescono in Italia sono egualmente appetibili. La primavera è il periodo adatto: si scortica il germoglio e si taglia a rondelle finissime la morbida polpa, che si ripassa poi nella wok o anche in una normalissima padella. Se però ve ne volete disfare, il bambù è tignosissimo. E non dovete mai commettere l’errore di tagliarlo: quando muore, il tenero alberello verde diventa marmo e si sradica solo con la zappa. In Vietnam, dove in fatto di bambù ne sanno, i vietcong tagliavano gli alti fusti vicino alla terra con una recisione obliqua. Lo spunzone, in capo a qualche settimana, diventava una sorta di coltello affilatissimo in grado persino di penetrare uno stivale. Naturalmente americano.
    Eppure questa pianta meravigliosa, il cui lungo fusto svetta in Asia persino attorno ai grattacieli in costruzione, è in pericolo. Come tutte le cose toste, anche il bambù ha il suo punto debole. Lo sa bene chi ha provato a coltivarlo e non c’è riuscito. E’ uno di quei misteri della natura. Se attecchisce non te ne liberi di più. Ma se non ce la fa, la sua scomparsa diventa irreversibile. Secondo il programma dell’Onu per l’Ambiente (Unep), l’International Network for Bamboo and Rattan e dal World Conservation Monitoring Centre, la preziosa pianta è in pericolo. E con lei i tanti animali che se ne cibano o i milioni di uomini che la utilizzano in almeno 1500 modi documenti. Tra i quali forse non figura l’utilizzo che ne facevano i vietcong. Ma non è una questione di giardinaggio.
    Il Report on Global Bamboo Biodiversity, che è stato diffuso a Nairobi, è il primo monitoraggio globale degli effetti della deforestazione su almeno la metà delle 1200 specie di bambù conosciuti. Il nemico è quello di sempre: animali, utilizzo del bambù da parte dei locali e attività industriali ad alto impatto, che richiedono disboscamenti massicci e scarsa considerazione per la biodiversità. In molti casi il bambù è distrutto semplicemente perché è un sottobosco che dà noia a tagli di piante più importanti. Il problema è che quando si riduce l’area forestale, questa specie comincia a soffrire proprio perché, in virtù del suo modo di espandersi attraverso l’apparato radicale, ha bisogno di spazio e anche perché la fioritura (dunque la riproduzione per seme) è un evento rarissimo: ogni venti, a volte ogni cento anni. 250 specie, dice lo studio, se la devono vedere con meno di 2mila chilometri quadrati, l’estensione di una grande metropoli.
    Il rapporto spiega bene per chi questa pianta è una ricchezza insostituibile. I notissimi panda ovviamente, ma anche uccelli, rane, tartarughe. Il gorilla di montagna africano, in certe stagioni, vi basa il 90% della sua dieta. Il pregio del rapporto è quello di fare per la prima volta il punto su un vegetale che ha molto a che vedere anche con la vita umana. Due milioni e mezzo di persone ne fanno un uso costante e l’incidenza nell’economia locale dei vari paesi dove nasce, si aggira attorno ai 4,5 miliardi di dollari l’anno. In termini di export, genera una ricchezza di 2,7 miliardi di dollari. Viene usato in architettura, per l’industria della carta, ma anche per farne strumenti musicali o artigianato. Il problema, come sempre, è far si che continui ad essercene per tutti. Panda compresi. Responsabili (ne mangiano anche 38 chili al giorno) della scomparsa del bambù nella metà delle foreste in cui vivono.


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