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    Eredità della guerra. Uranio,la lunga scia dei Balcani

    Non bastano i rapporti ufficiali a tranquillizzare gli animi di chi ha vissuto nei Balcani. Da Sarajevo a Pristina, la contaminazione radioattiva è tutt'altro che acqua passata. E si continua a ricostruire proprio dove sono cadute le bombe.
    28 maggio 2004 - Lucia Sgueglia


    Non bastano, per tranquillizzare gli animi di chi ha soggiornato nei Balcani, i tre rapporti pubblicati tra il 2001 e il 2002 su Bosnia Erzegovina, Serbia-Montenegro e Kosovo dall’Agenzia Onu per l’Ambiente (Unep) incaricata di accertare gli effetti dell’uranio impoverito nei luoghi colpiti dai bombardamenti Nato durante i due conflitti degli anni Novanta.
    Con la salute non si scherza, specie al di là dell’Adriatico. Dove dal 1994 al 1999 sono state sparate in totale 12 tonnellate di munizioni contenenti DU (Depleted Uranium), di cui 10 soltanto sul territorio del Kosovo, grande quanto l’Abruzzo. Lo ammise nel 2000 la stessa Nato, che annunciò poi di voler continuare a far uso della sostanza: più efficace di qualsiasi proiettile penetrante, la più economica. Prima della fine della guerra nel ‘95 la Bosnia aveva visto cadere dal cielo 10.800 proiettili all’uranio, principalmente nella zona intorno a Sarajevo e nell’attuale Republika Srpska. E nella “guerra umanitaria” del ’99 in Kosovo, per punire Belgrado furono colpite anche installazioni industriali contenenti materiali tossici.
    L'Italia è stato il primo paese a denunciare alla Nato il possibile collegamento tra le malattie tumorali riscontrate in alcuni reduci dei Balcani e il DU. Subito dopo l’hanno imitata Spagna, Germania, Svezia e Inghilterra, varando commissioni d’indagine apposite. Da noi l’ultima parola l’ha avuta la Commissione Mandelli, che nel 2001 negò che vi fosse una relazione accertata tra linfoma di Hodgkin e uranio. Conclusioni assai criticate, da studiosi come il prof. Cortellessa (fisico nucleare per anni responsabile dell’ISS), e messe in dubbio persino da ex membri della Mandelli come il prof. Grandolfo. Così nel marzo scorso il Governo – dopo le polemiche suscitate dalla trasmissione tv Report dedicata alla base militare kosovara di Villaggio Italia, costruita su una delle zone in assoluto più colpite dall’uranio della regione, e in seguito alle proteste delle famiglie dei militari ammalatisi di cancro dopo aver lavorato nei Balcani - ha deciso, con uno stanziamento di 1.175.330 euro, di autorizzare un nuovo studio epidemiologico sui soldati di ritorno dalle missioni all’estero. Tutto da rifare, dunque. Nel frattempo, a tutti i connazionali di ritorno dai Balcani, civili compresi (personale delle organizzazioni internazionali), si raccomanda di effettuare periodici controlli medici, gratuiti dopo 6 mesi di permanenza.
    Ma se l’attenzione al momento è concentrata sui militari o sul personale internazionale, va ricordato che la popolazione locale – la più sottoposta al rischio di contaminazione – non è mai stata avvertita dei rischi da esposizione da uranio, né invitata a sottoporsi a controlli medici. Milioni di persone che, diversamente dai militari di stanza per pochi mesi nella regione (dove consumano esclusivamente prodotti importati), hanno respirato polveri d’uranio e subiscono le conseguenze delle reazioni chimiche scatenate dal D.U. nelle falde freatiche, attraverso ciò che mangiano e bevono. L’incidenza preoccupante di malattie renali e malformazioni genetiche (ritenute da alcuni esperti indipendenti incaricati da Aiea e Commissione Europea di approfondire la questione, direttamente collegabili all’uranio molto più del cancro) non è però sufficientemente documentata. Ancor oggi non esiste alcuno studio sull’argomento.
    Ora si comincia a far pulizia in alcuni siti (tramite speciali unità Nato), ma forse è troppo tardi. In Bosnia come in Kosovo, per anni si è continuato a ricostruire proprio dove erano cadute le bombe. Villaggio Italia, dunque, non è un caso isolato.

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