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    I dati della Toscana: cede le sorgenti per 197 mila euro, mentre le imprese del settore fatturano 75 milioni all’anno

    Acque minerali, un affare (solo per i produttori)

    Ogni regione stabilisce tariffe diverse. Un euro per ettaro in Puglia, 567 nella pianura veneta
    29 maggio 2004 - Gian Antonio Stella
    Fonte: www.corriere.it
    28.05.04


    Il ciclo-sommozzatore Vittorio Innocente, per guadagnarsi un posticino nel libro dei record, ha pedalato bombole in spalla a 52 metri di profondità sul fondo del mare. La Regione Toscana, per mettere a segno un primato mondiale, cede le sue sorgenti ai produttori di acqua minerale, che ne ricavano 75 milioni di fatturato l’anno, per 197 mila euro, tutto compreso: lo 0,26% degli incassi finali delle bottiglie toscane. Uno spreco di risorse pubbliche catastrofico. Comune a un po’ tutte le regioni italiane. I segnali che qualcosa non andasse per il verso giusto, nel settore, c’erano da tempo. Ad esempio, una scandalizzata relazione della Corte dei Conti di Torino che denunciò l’anno scorso come le province piemontesi, fatta eccezione per Biella, non si fossero prese la briga di rispondere a tutte le domande poste dall’organo regionale di giustizia contabile sulle 55 fonti d’acqua da imbottigliare (più 5 termali) date in concessione. Dai dati, frammentari e confusi, una cosa emergeva con estrema chiarezza: «L’ammontare delle entrate è assolutamente irrilevante e sicuramente insufficiente a coprire i costi di gestione». I numeri biellesi dicevano tutto: l’attività di vigilanza e la parallela attività di polizia mineraria sulle tre concessioni e i due permessi di ricerca avevano richiesto il lavoro di funzionari, geologi e ingegneri per una spesa complessiva di 30.531 euro. Contro un incasso, grazie ai canoni, di 8.625. Risultato: 21.906 euro delle pubbliche casse perduti in una sola, piccola provincia e calcolando il solo costo del personale delegato a occuparsene. Un affarone. Tanto più se rapportato a quello che c’è in ballo.
    Nessuno al mondo, da Bahia al golfo di Anadyr, consuma tanta acqua imbottigliata quanta noi italiani: ne beviamo 182 litri a testa (41 più dei francesi, il quadruplo degli americani) assorbendo quasi l’intera produzione nazionale, che l’anno scorso ha sfondato gli 11 miliardi di litri con un’impennata dell’8,2% sul 2002. Il quale già era da record, visto che da una decina di anni il mercato è in inarrestabile espansione (88% di crescita dal 1990) nonostante tutto.
    Nonostante le indagini, come quella del procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello, sulla composizione non sempre eccellente (anzi) delle bollicine. Nonostante le ripetute dimostrazioni che in una larghissima parte dei casi l’acqua imbottigliata è peggiore di quella del rubinetto. Nonostante le denunce sui giornali e in tivù di acque imbottigliate a fonti inquinatissime.
    Quale sia il business, nel suo complesso, è difficile da dire: almeno 2 miliardi di euro. Che vengono spartiti tra 160 imprese che immettono sul mercato 280 marche differenti e danno lavoro a circa 7 mila dipendenti più oltre 30 mila nell’indotto.
    Tante aziende piccoline e pochi colossi. Che però si sono ritagliati le fette più grandi della torta: Nestlè (26% con Pejo, Levissima, San Pellegrino, Panna, Recoaro...), San Benedetto (19% con Guizza, Nepi, San Benedetto...), Danone (9% con Ferrarelle, Vitasnella, Santagata...) e Co.ge.di (8% con Uliveto e Rocchetta).
    Un mercato enorme. Eppure, denuncia Legambiente che si è fatta carico di una inchiesta a tappeto per raccogliere (era ora...) i dati regione per regione, «il comparto è tuttora in larga parte governato da un regio decreto del 28 settembre 1919». Una legge vecchia come il cucco, che è stata solo qua e là aggiornata su questo o quel punto specifico. Col risultato che ogni regione concede le proprie sorgenti a tariffe talmente diverse da offrire nell’insieme un quadro surreale.
    Qualche esempio? In Abruzzo, spiega l’inchiesta, «per accaparrarsi un redditizio zampillo si sborsa - indipendentemente dalla produzione - la somma forfettaria annua di 2.582,28 euro per le minerali e di 1.291,14 euro per le acque di sorgente (identiche a quelle di rubinetto, eccezion fatta per l’imbottigliamento alla fonte). Sempre a prezzi da saldo gli affitti di un gruppo di regioni dove non c’è una quota fissa, ma si paga in base al numero di ettari assegnati per svolgere l’attività. E’ così in Puglia (1,03 euro per ogni 10 mila metri quadrati di concessione), in Liguria (5,01 euro), nelle Marche (5,16), in Emilia Romagna (10,33), in Piemonte (20,65), in Sardegna (32,1), in Campania (32,87 euro), nel Lazio (61,97), in Toscana (63,5).
    Un caos. Basti dire che la Lombardia (che pure ha marcato una svolta nel luglio 2003 decuplicando i canoni delle concessioni dalle quali incassava 130 mila euro l’anno: una elemosina) nel 2001 ha speso 26 milioni di euro per smaltire le bottiglie di plastica. Cioè diciassette volte di più (certo: ci sono anche le bottiglie del latte e delle bibite, ma la sproporzione resta) di quanto incasserà col «nuovo» tariffario. Per non parlare degli squilibri che spiccano mettendo a confronto i «canoni» più bassi, in linea con una tradizione di sprechi e sciatterie, e quelli di chi un aggiornamento l’ha fatto.
    Come appunto la Lombardia, il Lazio o più ancora il Veneto. Il quale «dal febbraio di quest’anno, con una deliberazione di giunta, ha portato la tariffa della concessione a 113,34 euro per le zone di montagna e a 566,71 euro per la pianura (la metà se la produzione complessiva non supera i 50 milioni di litri). I concessionari devono inoltre pagare 65 centesimi ogni 1.000 litri imbottigliati nella plastica (diventano 6,5 centesimi quando si usa il vetro)». Numeri a confronto: un euro per ettaro in Puglia, quasi 567 nella pianura veneta. Parliamo della stessa Italia? Quella che Legambiente chiama «una stangatina», tuttavia, non dovrebbe mandare sul lastrico i produttori. Stando ai dati della stessa Regione, spiega l’organizzazione ambientalista, le nuove tariffe sono in linea con quanto paga ogni famiglia italiana (da 50 a 80 centesimi a metro cubo) per l’acqua che esce dal rubinetto di casa e dovrebbero portare nelle casse venete 1,66 milioni di euro.
    Pari «allo 0,41% del business delle acque minerali in Veneto» che può contare su 15 marche e 400 milioni di euro di fatturato, un quinto della produzione nazionale. Sarà anche acqua, ma in alto i calici: prosit!

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