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    Il deserto prossimo venturo

    Il fenomeno crescente dei flussi migratori altro non è che un’ennesima dimostrazione di come la nostra civiltà abbia perso sintonia con i ritmi naturali con cui la terra può fornirci sostentamento.
    1 giugno 2004 - Lester R. Brown


    Verso la metà di ottobre 2003, le autorità italiane avevano intercettato una nave carica di clandestini provenienti dall’Africa e diretti verso le coste d’Italia. Rimasti senza carburante, privi di cibo e di acqua potabile, quei poveracci erano andati alla deriva per oltre due settimane; e molti non ce l’avevano fatta. In un primo momento, i morti furono gettati a mare. Poi i sopravvissuti si erano fatti così deboli da non avere la forza di sollevare i corpi dei compagni più sventurati oltre la spalletta.
    I clandestini provenivano verosimilmente dalla Somalia. Non si sa se si trattasse di rifugiati politici o profughi fuggiti da una situazione economica o ambientale insostenibile. Paesi disastrati come la Somalia, in cui sovrappopolazione, eccessivo sfruttamento dei pascoli e il processo di desertificazione che sta distruggendo l’economia basata sulla pastorizia determinano una situazione ambientale ai limiti della catastrofe, producono tutte e tre le categorie.
    Se è vero che la società moderna ha ormai maturato un’esperienza non indifferente in fatto di migrazioni determinate da motivi di natura politica ed economica, è altrettanto vero che essa si trova ora a dover affrontare un flusso sempre più imponente di rifugiati costretti a lasciare le proprie terre spinti da gravi situazioni ambientali.
    Antesignani sono stati gli Stati Uniti nel 1935, quando quasi tre milioni di abitanti delle semidesertiche Grandi Pianure, nel sud del paese, abbandonarono le zone di origine perlopiù diretti alla volta della California dopo che una tempesta di polvere più violenta delle solite aveva ridotto in sabbia i campi della Dust Bowl (il profondo Sud contadino del Texas).
    Ora, non passa giorno senza che sulle rive italiane, spagnole, francesi si rinvengano corpi di infelici che hanno concluso anzitempo il loro disperato viaggio della speranza iniziato sulle coste del continente africano. Nel contempo, nel nostro continente, centinaia di messicani rischiano quotidianamente la vita nel tentativo di varcare il confine con gli Stati Uniti, lasciato alle spalle un pezzo di terra troppo piccolo o troppo sfruttato per assicurare la sopravvivenza.
    Un altro flusso di profughi giunge da Haiti, letteralmente spoliata della sua vegetazione, con la conseguenza di un costante dilavamento delle terre.
    I profughi americani del Dust Bowl sono stati, sì, i precursori della migrazione per cause ambientali, ma il loro numero appare irrisorio di fronte alle masse che vedremo migrare un domani se non ci decideremo a cambiare le cose.
    Tra i migranti dei nostri giorni c’è chi è costretto ad abbandonare la propria terra perché vi si sono esaurite le risorse idriche. Fin qui si è trattato di piccole comunità, di villaggi; ma un giorno potremmo assistere al trasferimento in massa di intere città, come ad esempio Sana, capitale dello Yemen, o Quetta, capoluogo della provincia pakistana del Belucistan.
    Nelle previsioni della Banca Mondiale, a Sana, la cui falda freatica si abbassa di sei metri all’anno, le riserve d’acqua si esauriranno entro il 2010. Quetta, progettata originariamente per una popolazione di 50 mila abitanti, ne conta oggi un milione. E dipendono tutti dai 2.000 pozzi artesiani che pompano acqua da una profonda falda acquifera ritenuta di natura fossile, e comunque destinata ad esaurirsi come quella di Sana. Quetta può contare su scorte d’acqua per ciò che resta di questo decennio, ma poi il suo futuro è in forse.
    Gran parte dei quasi tre miliardi di persone che vanno ad aggiungersi ogni anno alla popolazione mondiale abiteranno da qui al 2050 in territori le cui falde freatiche si stanno già abbassando, e in cui la crescita demografica ingrossa le fila di quanti si troveranno in condizioni di penuria idrica. Nel nord-ovest dell’India, innumerevoli villaggi sono stati abbandonati perché l’eccessivo sfruttamento ha esaurito le falde idriche. Sempre per mancanza d’acqua, milioni di abitanti della Cina nord-occidentale e di alcune regioni del Messico potrebbero dover migrare verso altre terre. E ci si mette anche la desertificazione. In Cina, dove il Deserto di Gobi si espande ogni anno di ben 10.400 chilometri quadrati, il flusso migratorio si fa sempre più imponente. C’è una foto nel libro del fotografo cinese Lu Tongjing “Desert Witness”, che mostra quello che apparentemente è un tipico villaggio nel cuore della Mongolia. Se non fosse per un particolare: non c’è anima viva. I suoi 4.000 abitanti si sono dovuti trasferire altrove perché non c’era più acqua, la falda idrica si era esaurita. In Iran si contano ormai a migliaia i villaggi abbandonati per l’avanzare del deserto. Nei pressi di Damavand, cittadina a un’ora di auto da Teheran, ci sono 88 villaggi senza più vita. In Nigeria, ogni anno il processo di desertificazione coinvolge ben 3.500 chilometri quadrati di territorio, rappresentando il più grave problema ambientale del paese.
    Un’altra potenziale causa di enormi migrazioni è individuabile nell’innalzamento dei mari. In uno studio realizzato all’inizio del 2001, l’Intergovernmental Panel on Climate Change faceva presente che nel corso di questo secolo il livello dei mari potrebbe innalzarsi di quasi un metro. Da ricerche successive, emerge che i ghiacciai si stanno sciogliendo ad un ritmo ben superiore a quello previsto, e che quindi il livello dei mari potrebbe salire assai di più.
    Anche un solo metro comporterebbe l’inondazione di metà delle terre del Bangladesh coltivate a riso, e lo spostamento forzato di 40 milioni di persone. Per il medesimo motivo anche altri paesi asiatici con zone alluvionali coltivate a riso, come Cina, India, Indonesia, Pakistan, Filippine, Corea del Sud, Thailandia e Vietnam, potrebbero trovarsi a dover far fronte alla migrazione di centinaia di milioni di persone.
    Il fenomeno crescente dei flussi migratori altro non è che un’ennesima dimostrazione di come la nostra civiltà abbia perso sintonia con i ritmi naturali con cui la terra può fornirci sostentamento. Ci dice, peraltro, che non possiamo più prescindere da una pianificazione familiare di portata mondiale e dall’istituzione di condizioni sociali che accelerino il passaggio a famiglie ridotte; che va impostata una campagna globale mirata ad aumentare la produttività idrica; e che va posta in atto una strategia in campo energetico che comporti la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e la stabilizzazione del clima sul nostro pianeta.

    Note:

    L’autore è presidente dell’Earth Policy Institute
    Traduzione di Maria Luisa Tommasi Russo

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