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    La menzogna del "Golden rice"

    Ancora una volta le multinazionali del transgenico stanno cercando di imporre un nuovo prodotto di dubbia utilità, pericoloso nella sua diffusione incontrollata e spesso obbligata.
    5 giugno 2004 - Davide Ranzini


    I tentativi delle multinazionali del biotech di propinare il loro “cibo migliorato” ormai non conoscono sosta.
    L’inganno in atto è spacciato come sempre per il “bene dell’umanità” e veicolato da una propaganda che reinterpreta e manipola la verità.
    Nessuna eccezione per la drammatica crisi alimentare del Terzo mondo, dove lo sfruttamento ottuso e ipocrita di un così grave e complesso problema, rinnova la solita formula, tanto semplice quanto esiziale, ormai mandata a memoria dal coro martellante dei suoi partigiani più radicali:di alternative non ce ne sono.

    In pratica da noi si rileva, con sprezzo e cinismo, quanto sia inutile per questi paesi, dove si muore di fame, anche solo disquisire se importare o meno Organismi geneticamente modificati. Questi miracolosi prodotti dell’ ingegno tecno-scientifico occidentale devono essere accettati e basta.
    D’altronde si parla di regioni dove la malnutrizione uccide ancora circa 24 mila persone al giorno o rende ciechi, solo in Asia, centinaia di migliaia di bambini.
    E poi chi sta per morire di fame non può scegliere, a differenza nostra invece, che possiamo non solo scegliere, ma anche imporre.

    Imporre ad esempio l’ultima panacea biotech: il riso ingegnerizzato alla vitamina A, il cosidetto “golden rice”, il riso dorato, sviluppato recentemente, ma non ancora in commercio. Riso sperimentale ricco di betacarotene, nutriente importante con il quale, a detta delle transnazionali della genetica, la sua assunzione potrà prevenire la cecità di due milioni di bambini del Sud del Mondo.

    Ma è davvero questa la soluzione al problema ? Così semplicistica come le multinazionali biotech ci dicono ? Assolutamente no.

    La carenza di Vitamina A: “E’ un segnale - scrive infatti Miguel A. Altieri, agroecologista della University of California, Berkeley - di inadeguatezze più gravi, associate sia alla povertà che al passaggio da un’ agricoltura diversificata alle monoculture di riso, promosse dalla Rivoluzione Verde.
    Le persone non soffrono di una carenza di vitamina A perché il riso ne contiene troppo poca, ma piuttosto perché la loro dieta si riduce a riso e a poco altro.”
    Popolazioni infatti che sono vittime di molte altre malattie, la cui causa è da imputare a insufficienze alimentari che con il betacarotene non potrebbero esser comunque risolte, ma che potrebbero invece essere evitate, così come la deficienza di vitamina A, solo differenziando la dieta.

    Il riso ingegnerizzato è dunque una soluzione che passa attraverso la storica imposizione delle monoculture della Rivoluzione Verde, in nome di una produttività e di un modello alimentare che ha generato impoverimento, distruzione del tessuto sociale e isterilimento dell’ambiente.
    Così oggi “E’ improbabile che una soluzione del tipo “bacchetta magica”, che attribuisce una maggiore quantità di betacarotene al riso, ma contemporaneamente lascia irrisolti i problemi legati alla povertà, all’insufficienza alimentare, alle monoculture estensive, offra un contributo durevole alla qualità della vita. Quando gli ortaggi vengono reintrodotti nella dieta dei poveri, apportano sia il betacarotene che le vitamine e i micronutrienti mancanti, fornendo un supporto significativo all’alimentazione e alla sussistenza dei contadini. Esistono moltissime verdure ricche di nutrienti, sia selvatiche che coltivate, che crescono all’interno e lungo il perimetro degli appezzamenti piantati a riso, la maggior parte delle quali viene eliminata quando i produttori adottano le monoculture e conseguentemente impiegano gli erbicidi”.

    Ma c’è dell’altro: “ Anche se il riso dorato dovesse finire nelle ciotole asiatiche, non c’è alcuna garanzia che sarebbe di qualche utilità a quanti non possono permettersi cibi ricchi di grassi e di olio. Infatti il betacarotene è una sostanza liposolubile, per cui la capacità dell’intestino di assimilarlo dipende dai grassi e dall’olio assunti con il cibo. Le persone che soffrono di malnutrizione a causa di carenze di proteine e non assumono abbastanza grassi, non sono in grado di metabolizzare la vitamina A nel fegato, né di trasferirla agli altri tessuti che ne hanno bisogno.
    Inoltre data la bassa concentrazione di betacarotene nel riso del miracolo (circa 1.5 mg/gr per peso essiccato, occorrerebbe mangiarne più di un chilogrammo al giorno per assumere la dose giornaliera raccomandata di vitamina A”.

    Ancora una volta le multinazionali del transgenico stanno cercando di imporre un nuovo prodotto di dubbia utilità, pericoloso nella sua diffusione incontrollata e spesso obbligata.
    Per il solo fatto di averlo pensato, progettato e sperimentato, avere investito molto denaro, non resta che trovare al “riso dorato” un mercato. A qualcuno dovranno pure venderlo, magari a chi è già stato sapientemente messo in condizione di non avere scelta. Anche questa è un’altra loro specialità.

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