Due donne nella nuvola. Tossica
Per Rashida Bee, la notte in cui esplose lo stabilimento della Union Carbide segna uno spartiacque personale: «Prima, non ero mai uscita di casa». Viveva a Jaiprakash Nagar, una grande borgata operaia che sta proprio di fronte ai cancelli della fabbrica, e suo marito faceva il sarto. Quella notte però nello stabilimento qualcosa andò storto, i macchinari si surriscaldarono e una cisterna esplose, lasciando uscire 40 tonnellate di un gas letale: isocianato di metile con cianuro idrogeno, mono metil-ammine e altre sostanze, ma questo si seppe solo parecchi giorni più tardi. Quella notte tutti furono presi di sorpresa. Portata dal vento, la nuvola di gas investì in pieno proprio Jaiprakash Nagar e gli altri poverissimi quartieri che costeggiano la fabbrica a nord: mezzo milione di persone la respirarono. Fu uno dei peggiori incidenti industriali della storia umana, migliaia di persone morirono soffocate quella stessa notte: 1.600, disse il governo - forse 6.000, sostengono le organizzazioni che da allora si occupano delle vittime e dei sopravvissuti. Molti di più sono morti in modo lento nei mesi e anni seguenti, di tumore ai polmoni e di altre malattie: il bilancio sfiora ormai le 20mila vittime. Ormai il nome di Bhopal, capitale dello stato del Madhya Pradesh, India centrale, sta all'industria chimica come quello di Hiroshima sta all'olocausto atomico. Rashida Bee è sopravvissuta a quella notte, sia pure con problemi respiratori e alla vista, ma la gas tragedy ha lasciato suo marito incapace di lavorare. «D'improvviso, non avevamo più un reddito. Tutti gli uomini della famiglia erano malati, nessuno guadagnava». Sei dei suoi parenti sono in seguito morti di tumori provocati dal gas. Dunque, a lei non è rimasta scelta: ha dovuto cercare qualcosa da fare per vivere. «Così sono uscita. Avevo saputo che c'era qualche possibilità nei programmi di riabilitazione del governo». Già, i programmi di «riabilitazione economica, sociale e ambientale»: programmi di formazione professionale per qualche centinaio di persone dei quartieri investiti dalla tragedia - per lo più donne rimaste sole a mandare avanti la famiglia. Quaderni per vivere Rashida Bee, che aveva allora 28 anni, si è ritrovata con un centinaio di donne in un corso di formazione-lavoro di cartoleria. «Avevano preso un centinaio di donne, metà hindu e metà musulmane. Lavoravamo, il governo commercializzava i nostri quaderni, avevamo un piccolo stipendio», racconta. «Finché il governo ha detto che ormai potevamo cercarci un lavoro. Ma chi ci avrebbe dato lavoro? D'altra parte noi continuavamo a produrre. Insomma, abbiamo protestato». Ormai era il 1986 e Rashida Bee si è trovata a organizzare un sindacato di lavoratrici. E' allora che Rashida ha incontrato Champa Devi Shukla, come lei operaia alla fabbrica di cartoleria. Nella gas tragedy Champa Devi aveva perso il marito e anche la sua stessa salute. Insieme - una musulmana, l'altra hindu - sono riuscite a organizzare le loro colleghe, donne di famiglie poverissime, spesso analfabete (come Rashida Bee), sempre vissute ai margini della vita pubblica: oggi Rashida Bee e Champa Devi Shukla, 48 anni e 52 rispettivamente, sono la presidente e la segretaria del Bhopal Gas Pedit Mahila Stationery Karmchari Sangh, nome complicato che significa «Unione delle lavoratrici di cartoleria vittime del gas». Le ho incontrate nella sede che il loro sindacato condivide con altre organizzazioni popolari, un minuscolo bungalow in una zona popolare di Bhopal, una domenica pomeriggio di gennaio: stavano preparando i cartelli e provando le canzoni che avrebbero cantato al Social forum mondiale di Mumbai, dove si preparavano ad andare con una numerosa delegazione. Tramite (e interprete) dell'incontro è Satinath Sarangi, attivista e fondatore della Sambhavna Clinic - una straordinaria esperienza di medicina popolare nata all'ombra della Union Carbide (vedi il manifesto del 3 giugno). Rashida Bee racconta una storia di battaglie tenaci. La prima battaglia, quella per il posto di lavoro e per un vero salario, è culminata nel 1989 in una marcia a New Delhi, la capitale dell'Unione indiana, distante 750 chilometri da Bhopal. Ci sono andate tutte le cento operaie della cartoleria, con 25 bambini; hanno presentato al primo ministro la loro piattaforma - salario, condizioni di lavoro. Sono tornate vittoriose, il posto di lavoro era assicurato. Certo, la storia non era finita lì. Rashida Bee parla di una causa vinta presso il tribunale del lavoro di Bhopal nel settembre 2002. Sorride: spiega che fino a prima della tragedia molte di loro non erano mai andate in un ufficio pubblico, non sapevano neppure dove stesse il palazzo del governo o la residenza del chief minister, il capo del governo del Madhya Pradesh - non si erano mai spinte nella graziosa zona sulla collina che domina i due laghetti di Bhopal, tra giardini e residenze ufficiali. «Gli uomini dopo un paio d'anni hanno rinunciato a battagliare. Loro no. Loro sono ormai quelle che gestiscono gli affari della famiglia, guadagnano, vanno a visitare cliniche, tribunali, uffici», nota con ammirazione Satinath Sarangi.



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