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    L'ultimo gadget ideologico dell'Occidente

    Lo sviluppo (in)sostenibile

    "In sostanza, il termine “sviluppo sostenibile” è una mistificazione verbale, un sofisma, perché non è l’ambiente che si vuole preservare ma, in primis, gli interessi dello sviluppo, quello nato dalla rivoluzione industriale inglese nel ‘ 700..."
    1 agosto 2004 - Davide Ranzini


    La definizione di “sviluppo sostenibile” o “durevole” come “sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”, viene accreditata ufficialmente per la prima volta nel 1987 nel Rapporto della World Commission on Environmental Development (chiamato “Rapporto Brundtland” dal nome dalla presidentessa della Commissione WCED, la norvegese Gro Harlem Brundtland, attuale direttrice dell’Organizzazione mondiale della sanità). Definizione che in seguito, riceverà anche il sostegno delle maggiori organizzazioni internazionali come ONU, Commissione Europea e Banca Mondiale.
    Il Rapporto Brundtland definendo quelli che sono i concetti alla base dello “sviluppo sostenibile”, promuove l’intervento tecnologico (“tecniche ecologicamente razionali”), come uno strumento per rendere più produttivo l’ambiente, e riconosce al contempo nei cosiddetti “beni globali”, come, aria, acqua, suolo, biodiversità, ecc…, un patrimonio comune dell’umanità. Il Rapporto Brundtland propone 22 nuovi principi, tra i quali: il rinnovamento della crescita economica, il miglioramento della qualità della crescita, la stabilizzazione dei livelli d’occupazione, una nuova strutturazione delle relazioni economiche internazionali, il rafforzamento della cooperazione internazionale. Tutti principi che il rapporto ne raccomanda l’inserimento nelle leggi nazionali o in atti internazionali vincolanti, per specificare diritti, doveri e responsabilità di cittadini e Stati. Con il documento Brundtland viene anche programmaticamente riconosciuto che la Terra, con l’ambiente e le sue risorse, non può più sostenere gli attuali livelli di crescita economica e demografica della specie umana, senza causare profondi ed irreversibili sconvolgimenti globali degli equilibri naturali. Una presa di coscienza quest’ultima, storicamente abbozzata a tratti, fin dai primi anni sessanta e culminata nel 1972 con la pubblicazione del primo importante studio, dall’inequivocabile titolo: “I limiti dello sviluppo”, sullo stato del pianeta a cura del Club di Roma, e con la conferenza di Stoccolma, primo concreto segnale d’ammissione da parte dei governi (è in questo periodo che nascono i primi ministeri nazionali dell’Ambiente), dell’esistenza dell’altra faccia della medaglia che lo sfruttamento intensivo della terra, attraverso una prassi economica e tecnologica sregolata, presentava: inquinamento dell’ambiente con l’effetto serra in testa, fine degli oceani, radioattività, sfruttamento intensivo delle risorse naturali, distribuzione della ricchezza, crescita del divario tra Nord e Sud (intese come categorie socio-economiche) del mondo ecc…

    Da tempo ormai e da più parti, il concetto di “sviluppo sostenibile”, definito giustamente da alcuni suoi detrattori, come “l’ultimo gadget ideologico dell’Occidente” o “un imbroglio”, è oggi, fortemente criticato per via non solo dell’ambiguità della definizione stessa, diventata ormai “ parola d’ordine dei sostenitori dell’Ecologia industriale o del capitalismo verde, vale a dire di coloro che si dichiarano a favore della riconciliazione della preoccupazione ecologista con l’industria o il mercato”. come spiega Alain de Benoist, in un lunga intervista pubblicata sul mensile di ecologia “Per fare più verde”. Ma sopratutto per quel che ingannevolmente racchiude questa teoria: “(che tenendo conto di dati quali l’esaurimento delle risorse e l’inquinamento risultante dalle attività industriali cerca di racchiudere l’ambiente nella razionalità economica)”,- sempre citando il de Benoist- “ è assolutamente criticabile perché il patrimonio naturale e il capitale artificiale, non sono in realtà sostituibili. Considerare il primo come un “capitale” è peraltro un mero artificio linguistico, dal momento che il valore delle risorse naturali è inestimabile in termini economici; se esse sono una condizione per la sopravvivenza umana “il loro prezzo” non può essere che infinito… Provvedimenti di questo genere possono tutt’al più avere l’effetto di ritardare le scadenze. La loro moltiplicazione rafforza inoltre l’autorità delle burocrazie nazionali o internazionali e il controllo tecnocratico. La teoria dello “sviluppo durevole” mira a correggere lo sviluppo classico, ma si guarda bene dal considerarlo per quello che è, cioè la causa profonda della crisi ecologica che conosciamo. Essa è infine particolarmente ingannevole nella misura in cui lascia credere che sia possibile rimediare a questa crisi senza mettere in discussione la logica mercantile, l’immaginario economico, il sistema monetario e l’espansione illimitata della Forma-Capitale”. In sostanza, il termine “sviluppo sostenibile” è una mistificazione verbale, un sofisma, perché non è l’ambiente che si vuole preservare ma, in primis, gli interessi dello sviluppo, quello nato dalla rivoluzione industriale inglese nel ‘ 700, e “cioè una guerra economica contro gli uomini e degli uomini contro la natura”, come evidenzia il francese Serge Latouche brillante autore di diversi libri sulle dinamiche della globalizzazione. “Lo “sviluppo sostenibile”, scrive Latouche “è come l’inferno, è lastricato di buone intenzioni. Gli esempi di compatibilità tra sviluppo e ambiente che lo accreditano non mancano. Eppure non bisogna lasciarsi ingannare: Non è l’ambiente che si tratta di preservare ma innanzi tutto lo sviluppo. In questo consiste la trappola. Il postulato dell’armonia naturale degli interessi non è radicalmente rimesso in questione – non può esserlo a meno di non rimettere in discussione l’universalismo dell’umanità - E’ampliato in una sorta di – keynesismo ecologico - ”. Ad esempio, nello stesso rapporto Brundtland, Latouche fa notare che, a pagina 10 si legge:” Affinchè lo sviluppo durevole possa realizzarsi nel mondo intero, i ricchi devono adottare un modo di vita che rispetti i limiti ecologici del pianeta”. Tuttavia, qualche pagina più avanti, è scritto: ”Dati i tassi di crescita demografica, la produzione manifatturiera dovrà aumentare di 5-10 volte soltanto perché il consumo di articoli manifatturati nei paesi in via di sviluppo possa raggiungere quella dei paesi sviluppati”. Che cosa è, si chiede quindi Latouche ”lo sviluppo durevole se non l’assicurazione dell’eternità a una estensione universale dello sviluppo?”.

    Il termine “sviluppo sostenibile” va quindi respinto perché è una contraddizione in termini. Inoltre, come afferma l’ economista indiano Amupam Mishra, in una critica meticolosa al documento Brundtland: “Gli esperti, che usano il tenore di vita occidentale come metro, non comprendono che la vera causa della distruzione della popolazione sta proprio nell’imposizione di un tenore di vita occidentale per tutti, e non viceversa. Purtroppo tutti i governi odierni, sia democratici che dittatoriali, sia socialisti che islamici, fanno ogni sforzo per raggiungere un tenore di vita occidentale per la loro gente. E per questo sono pronti a vendere il loro suolo, l’acqua, le foreste, l’aria, ma anche le donne, e i bambini ai mercanti e speculatori occidentali”.

    Così è davvero impossibile non riconoscere nell’ambiguità e nell’incoerenza di questa definizione verbale, sostenuta ancora enfaticamente dalle varie organizzazioni mondialiste al fallito summit di Johannesburg ( lo “sviluppo sostenibile” programmato da Wto e Fmi in quest’ultimo vertice in Sud Africa, ha posto in evidenza la totale non riformabilità del sistema, annunciando la sua “ineluttabile” e progressiva crudeltà con le stime fatte per il 2030 che prevedono una parte di mondo con ricchezza quadruplicata di fronte ai tre quarti di popolazione che vivranno in miseria), un solo e unico tipo di sviluppo quello, strettamente di “marca” occidentale rivestito in questo caso però, di una fasulla patina d’ecologia che l’aggettivo “sostenibile”, suggestivamente le dà. Siamo di fronte ad un ossimoro, a due termini di fatto, opposti e inconciliabili. così come, per un’altra ambigua definizione, oggi tanto di moda, quella di "guerra umanitaria". “Lo –sviluppismo- come chiarisce magistralmente ancora Latouche - è un’espressione profonda della logica economica. Non c’è posto, in questo paradigma, per il rispetto della natura preteso dagli ecologisti, né per il rispetto dell’essere umano reclamato dagli umanisti”.
    “La teoria dello sviluppo, è sempre stata la prosecuzione della colonizzazione con altri mezzi, l’idea di “sviluppo sostenibile” sopravvive ancora soprattutto grazie alle critiche di cui è oggetto. Lo sviluppo sostenibile, durevole, vivibile è un bricolage intellettuale che cerca di cambiare le cose, è una mostruosità verbale mistificatrice. Sviluppo è stata l’occidentalizzazione del mondo”.

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