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    Il Rapporto annuale del Worldwatch Institute

    "State of the World 2004 Consumi "

    Worldwatch Institute Edizioni Ambiente 2004 - 290 pagine 20.00 euro Isbn: 88-89014-03-2
    24 giugno 2004 - Davide Ranzini

    Quando il Worldwatch Institute, un istituto privato di analisi e ricerche dedicato all’indagine interdisciplinare dei problemi planetari, fu fondato trent’anni fa, nel lontano 1974, Lester Russel Brown, il suo ideatore, non avrebbe mai immaginato che questo progetto nel volgere di breve tempo sarebbe diventato un punto di riferimento obbligato per chiunque in questi ultimi anni, abbia a cuore le preoccupanti sorti del futuro del pianeta e dei suoi abitanti.
    Tutto ciò grazie alla pervicace intelligenza di Brown e del suo gruppo di lavoro che, con grande competenza divulgativa, hanno saputo analizzare le molteplici connessioni tra problematiche ambientali, economiche, sociali, tecnologiche e politiche.
    Tre decenni orsono l’attività dell’Istituito inizia con la pubblicazione di una serie di indagini e studi specifici su diversi argomenti, nonché con la pubblicazione di qualche libro di grande attualità, si ricordi ad esempio “ Il 29° giorno. Dimensioni e bisogni della popolazione umana e risorse della Terra”, del 1978.
    Poi nel 1984 Brown lancia il “State of the World”, un rapporto che informa di anno in anno sulle condizioni dell’ambiente e dei problemi globali diventando ben presto, tradotto in più di trenta lingue, uno dei testi di riferimento più noti al mondo su questi problemi. Oggi le numerose pubblicazioni dell’Istituto sono diventate ormai delle analisi indispensabili per studiosi, analisti, economisti pianificatori, politici, giornalisti.
    Quest’anno la vera novità del rapporto 2004, è data dal fatto che per la prima volta è completamente dedicato a un singolo argomento: la società dei consumi e i suoi effetti sui sistemi naturali e sui sistemi sociali del mondo.
    L’introduzione è perentoria: “L'attività umana sta continuando a distruggere la Terra” perchè il suo ecosistema “non possiede le risorse per permettere a tutti i suoi abitanti di vivere come l’europeo e l’americano medio”. La biosfera non potrebbe assolutamente tollerare 6 miliardi di persone che vivono e consumano ai livelli del Nord. La distruzione ambientale che è stata realizzata negli ultimi cinquant’anni, cioè da quando si è imposta la logica dello sviluppo globale, non ha precedenti nella storia del nostro pianeta. E nei prossimi decenni, avverte il nuovo rapporto del Worldwatch Institute i paesi ricchi “dovrebbero ridurre fino al 90% il loro uso ineguale d’energia e materie prima. Pena: la catastrofe ecologica, sociale e psicologica del pianeta, ormai alle porte”.
    Oggi un quarto dell’umanità (1,7 miliardi d’individui) appartiene quella classe denominata “dei consumisti globali”. Oltre a possedere tv, telefono e computer, questi individui - sempre più numerosi in Cina e India - hanno adottato stili di vita un tempo esclusivi di Europa, Usa e Giappone. Nel contempo, però, 2,8 miliardi di persone sopravvivono con meno di 2 dollari al giorno e oltre un miliardo non ha accesso all’acqua potabile. Il divario tra ricchi e poveri non è mai stato tanto profondo. “Il 12% della popolazione mondiale che vive in Nord America ed Europa occidentale monopolizza il 60% dei consumi privati totali – evidenzia il rapporto - mentre al 33% degli abitanti del Pianeta, residenti in Asia ed Africa, resta solo il 3,2%”.
    E così ogni abitante “ricco” del Nord del mondo oggi arriva a consumare in media 25 volte più energia dell'africano "povero".
    Nel 2000, individui e famiglie hanno speso 20 trilioni di dollari in servizi e beni privati: il quadruplo rispetto al 1960. “Ma la ricchezza e il consumismo non sono affatto proporzionali alla felicità”, avverte il rapporto che indica in 13 mila dollari la soglia oltre la quale la felicità non cresce più anche se la ricchezza aumenta. La maggior parte dei beni prodotti sono “superflui” e “distruggono il pianeta”.
    Basti pensare che nel Paese più consumistico di tutti, gli Stati Uniti - che rappresentano il 4,5 della popolazione mondiale, ma anche il 25% delle emissioni di biossido di carbonio - ci sono più automobili che individui con la patente (un quarto di tutte le automobili del pianeta sono negli States). Ma i record americani sono anche altri: 30 miliardi di dollari spesi ogni anno in giocattoli (69, in media, per ogni bambino); 48 nuovi capi a testa di vestiario, 478 milioni di T-shirts, 23 milioni di nuovi computer e 40mila chili di caviale (oltre il 40% del totale) acquistati negli ultimi 12 mesi mentre 100 miliardi di sacchetti di plastica venivano buttati via. Il primato più controverso riguarda forse i 30 miliardi di litri d’acqua usata ogni giorno in Usa per irrigare i prati.
    “Purtroppo la risposta politica alla grave crisi cui stiamo sottoponendo i sistemi naturali sul nostro comune pianeta - ogni anno confermata dai rapporti del Worldwatch - e gli effetti che essa produce sui nostri sistemi sociali ed economici, è sempre più inadeguata ed insoddisfacente” ha dichiarato Gianfranco Bologna, Direttore Scientifico Culturale del WWF. “Tutto ciò nonostante la maggiore conoscenza e la maggiore integrazione di numerose discipline ci permettano oggi migliori capacità conoscitive e migliori strumenti di reazione. L’esponente del WWF ricorda inoltre “come gli insoddisfacenti risultati politici del Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, tenutosi a Johannesburg nel 2002, hanno purtroppo ignorato la straordinaria ricchezza scientifica prodotta soprattutto in questi ultimi due decenni dal Worldwatch Institute e altri prestigiosi istituti”. Anche per quest’anno allora il reiterato campanello d’allarme sulla devastante e criminale distruzione ambientale del pianeta, suonerà ancora una volta a vuoto. L’ideologia del progresso come ipermania della crescita e del consumo continuerà le sue devastazioni. Di cambiare rotta insomma, neanche a parlarne.

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