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    Una risposta a Lovelock

    L'ambiente affonda, il nucleare non è il salvagente

    Ma non si può certo sfuggire alla domanda di fondo: che fare allora? Anche qui il ragionamento di Lovelock è disarmante, giacché ignora totalmente il nucleo del problema. È l’attuale meccanismo di crescita economica, di consumi e di sperpero delle risorse che è assolutamente insostenibile.
    25 giugno 2004 - Angelo Baracca*


    Mi sorprende per molte ragioni l’articolo di Lovelock sull’energia nucleare pubblicato da l’Unità lo scorso 25 maggio. Il tema è indubbiamente delicato, ed è ormai difficile una discussione serena. Tuttavia, vi sono alcune cose che mi pare necessario e doveroso dire con estrema chiarezza.

    Sorprende l’affermazione «L’energia nucleare si è dimostrata la fonte energetica più sicura»: Kofi Annan ha dichiarato «più di sette milioni di esseri umani (...) soffrono ancora, ogni giorno, per quanto avvenne 14 anni fa (a Chernobyl, nda)». Ma non meno sorprendente è che Lovelock non citi nemmeno l’aspetto militare del nucleare. Gli Stati Uniti sono fermamente intenzionati a non rinunciare alle armi nucleari: nonostante la riduzione numerica degli arsenali negli anni Novanta, investono somme senza precedenti per sviluppare testate di “Quarta Generazione” di bassissima potenza il cui vero scopo è di cancellare la distinzione tra armi nucleari e convenzionali e rendere “convenzionale” la guerra nucleare (e non è escluso che le abbiano già almeno testate in Iraq).

    Poiché l’accesso alle armi nucleari passa attraverso programmi nucleari “civili” (vedi India, Pakistan, Corea del Nord, Iran), i rischi di proliferazione sarebbero enormemente accentuati da una maggiore diffusione dell’energia nucleare.

    Non mi soffermerò sui problemi più noti e discussi delle scorie radioattive e del “decommissioning” delle centrali nucleari.

    Per quanto riguarda l’Italia, un paio di cose vanno dette con molta chiarezza. Il fallimento degli ambiziosi programmi nucleari nostrani è da addebitare interamente a coloro che li gestirono, tecnici e politici: il movimento antinucleare fu indubbiamente molto forte, ma sarebbe troppo attribuirgli l’onore di questo fallimento! Fu un programma sconclusionato, ispirato a logiche baronali (un reattore sperimentale per ogni “Cattedra” universitaria), verticistico, senza un dibattito pubblico serio. Se la gente si oppone all’energia nucleare c’è poco da fare, le responsabilità sono di chi ha gestito e gestisce quei programmi. Basta vedere come (non) viene gestito il problema irrisolto del deposito nazionale di residui radioattivi: il nostro fallito programma comporterà costi economici, ambientali e sociali per le prossime generazioni.

    Quei programmi, poi, fallirono quando vi era una consistente base tecnica: dopo il referendum del 1987 sono state smantellate le competenze, ogni presidio nel settore. Si può affermare che una ripresa del nucleare civile in Italia appare oggi realmente impraticabile. Occorre averlo ben chiaro perché, malgrado tutto, l’idea serpeggia sotto banco, e trapelano ogni tanto risvolti a dir poco inquietanti, come quello di costruire centrali italiane in Slovenia!

    Certo, l’Italia compera energia elettronucleare dalla Francia. Molto ci sarebbe da dire sulla Francia, il paese che produce la quota maggiore al mondo di energia elettrica dal nucleare: basti ricordare che essa possiede un considerevole arsenale militare, che indubbiamente ammoderna costantemente; negli Stati Uniti, dove le compagnie elettriche sono private, da un quarto di secolo queste non trovano conveniente commissionare nuove centrali nucleari.

    Ma non si può certo sfuggire alla domanda di fondo: che fare allora? Anche qui il ragionamento di Lovelock è disarmante, giacché ignora totalmente il nucleo del problema. È l’attuale meccanismo di crescita economica, di consumi e di sperpero delle risorse che è assolutamente insostenibile. Basti un esempio: l’Italia brucia quasi un terzo del petrolio in un sistema di trasporti basato su gomma (sorprendentemente anche la Francia nucleare!).

    L’economia del petrolio deve essere abbandonata per motivi etici ancor prima che economici: la produzione mondiale di petrolio e gas sta raggiungendo un picco e diminuirà inesorabilmente, riducendosi quasi alla metà verso il 2050; ma se anche ci fosse petrolio per mille anni, l’economia dei paesi ricchi si basa sullo sfruttamento ingiusto di paesi poveri ed implica guerre e morte (quanto contribuisce la guerra in Iraq all’effetto serra?). È grave alimentare l’illusione che vi siano soluzioni per mantenere questi consumi energetici e questo modello economico. Anche il nucleare è esauribile, al più potrebbe procrastinare la catastrofe, ma con altri problemi e rischi.

    Note:

    *Professore di Fisica, Università di Firenze

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