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    Intervista a Frei Betto

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    Terra Madre porterà a Torino lavoratori del cibo da tutti i continenti per consentire a molti di questi personaggi, gli «intellettuali della terra», di «vedere altre terre». La fame sarà tra i grandi temi del meeting. Poiché a Terra Madre converranno 200 persone dal Brasile, nazione in cui l'attuale governo del presidente Lula ha lanciato l'ambizioso programma Fame Zero, abbiamo incontrato il consigliere personale del Presidente Lula, Frei Betto, tra i capofila del progetto.
    6 luglio 2004 - Carlo Petrini

    Qual è in Brasile la situazione dei Sem Terra (i «senza terra» che chiedono assegnazioni di terreni da coltivare) e a che punto è la riforma agraria tanto agognata?

    «Il Brasile e l'unico Stato dell'America Latina che non ha mai fatto una riforma agraria. È una cosa incredibile se si pensa che il Paese ha una dimensione continentale e che su tutta la sua superficie ci sono 821 milioni di ettari di terre coltivabili. Il problema principale, che impedisce infine la realizzazione della riforma, è quello della proprietà: basti dire che l'1% dei proprietari terrieri possiede il 44% delle terre totali.Si tratta di poco più di 30.000 persone a capo di aziende con un'estensione sopra i 10.000 ettari, contro circa 300.000 proprietari tra i 10.000 e i 200 ettari e qualcosa come 3 milioni di persone - quelli che chiamiamo addetti all'agricoltura familiare - con meno di 200 ettari a disposizione. Per rendere meglio conto della situazione aggiungo che nell'agricoltura familiare lavora l'86,6% degli occupati nel settore rurale, nella media proprietà il 10,9% e nel latifondo soltanto il 2,5%».

    Dunque la maggior parte delle terre resta incolta e non sfruttata secondo le sue potenzialità. È una distorsione pazzesca, tanto più se si pensa a un paese alle prese con milioni di persone affamate.

    «Effettivamente è così, ci sono addirittura aziende grandi come l'intero stato del Lussemburgo. I latifondisti non possono renderle pienamente produttive, ma non hanno nessun interesse a vendere e nemmeno vogliono la riforma agraria: la terra è un investimento solido; la trattengono come valorizzazione del proprio capitale. La cosa pazzesca è che i grandi proprietari in questo modo sono gli unici ad avere accesso al credito e alle risorse, maneggiando tutto l'agribusinness che esporta i loro prodotti. Essendo esportatori, per di più, sono esenti da tasse in ogni fase del loro lavoro, dalla produzione alla trasformazione. Nessuno in Brasile, tranne loro, beneficia di quelle terre»

    I grandi producono per esportare e fare soldi mentre la gente ha poco da mangiare: a chi tocca produrre il cibo che si consuma in Brasile?

    «È in gran parte quell'86% di piccoli produttori che vive di sussistenza. Il 40% del valore lordo della produzione agricola nazionale viene dall'agricoltura familiare e rappresenta il 60% dei prodotti che finiscono a tavola in Brasile. L'agricoltura familiare produce oggi il 70% dei fagioli, il 58% di carne di maiale, il 54% delle vacche, il 49% di mais, il 40% di uova. Sono loro la reale speranza per risollevarsi: è incentivando la piccola produzione familiare che si può abbattere il problema della fame ed è naturalmente su di loro che
    deve puntare la riforma».

    Nonché su quei quattro milioni e mezzo di persone che aspettano l'assegnazione di un po' di terra per diventare anche loro piccoli produttori. Però non mi sembra facile il rapporto con i Sem Terra, se non sbaglio il piano nazionale di riforma agraria aveva previsto in 4 anni di dare la terra a un milione di famiglie: ora vi siete resi conto che non riuscirete ad accontentare tutti e si riscontrano problemi, le contestazioni.

    «Bisogna comprendere che il governo Lula non si trova di fronte alle condizioni per fare una riforma agraria completa. Ricordiamoci che non abbiamo fatto una rivoluzione, abbiamo vinto delle elezioni democratiche e quindi dobbiamo confrontarci con i conservatori che difendono gli interessi dei latifondisti e con il potere giudiziario, ancora più conservatore. In linea di principio i rapporti tra governo e Sem Terra (MST) sono molto buoni, il governo li rispetta e cerca un dialogo, mentre le parti «capitaliste» del paese fanno pressioni per criminalizzarli. In realtà con l'MST ci sono molti punti di contatto, abbiamo nemici in comune e siamo tutti interessati alla riforma agraria. Purtroppo la previsione degli specialisti della commissione del piano di riforma non era realistica, il governo non ha fondi sufficienti. Il presidente Lula si è comunque impegnato per 400.000 famiglie e ad oggi 130.000 di queste hanno ottenuto la terra. Ma all'MST la metà del progetto originario non basta e non capiscono le difficoltà del governo: dalle pressioni incredibili a un bilancio in crisi. Il cammino è molto complesso, ogni decisione deve passare in parlamento, dove c'è una forte lobby dei latifondisti e se si va in giudizio per l'assegnazione di un terreno, viste le tendenze politiche dei giudici, le sentenze in generale non sono mai favorevoli ai Sem Terra».

    Il problema dei senza terra ha del paradossale, perché la terra c'è ma non si può coltivare. Mi accennava che al governo mancano risorse finanziarie: ma l'unica via è quella di acquisire le terre dai privati che non le vogliono cedere, oppure ci sono dei margini per intervenire? Suppongo ci siano delle terre statali utili allo scopo.

    «Degli 821 milioni di ettari coltivabili brasiliani almeno 200 milioni sarebbero disponibili per la riforma: sono terre che appartengono al governo, chiamate “devolute”. La legalizzazione, cioè la mappatura delle proprietà in Brasile, è avvenuta nel 1855. L'imperatore affidò alla Chiesa il compito di «notaia»: tutti quelli che possedevano della terra dovevano denunciarla alla chiesa più vicina, disegnando i confini della propria azienda. Dopo quest'operazione si arrivò alla conclusione che tra le frontiere delle proprietà private c'era la terra pubblica, quella “devoluta”. A quel punto però sorse un problema, perché iniziò la pratica dei “grilleiros": molti grandi proprietari cercarono di falsificare le scritture legali utilizzando una tecnica curiosa. I registri falsi venivano messi in cassetti pieni di grilli di una specie particolare, i quali producono una resina che ha l'effetto di antichizzare i documenti. Il fenomeno è stato vastissimo e ora il governo cerca di recuperare queste terre, smascherando i "grilleiros"».

    Se c'è la terra, qual è la difficoltà allora?

    «Ci sono dei problemi di qualità, non basta mettere la gente nella terra. Bisogna creare le infrastrutture: strade, supporti per la commercializzazione, assistenza tecnica. Dobbiamo realizzare quella che si chiama "inversione sociale", cioè un cambiamento più profondo. Tra l'altro, i soldi che Lula ha stanziato per queste riforme sono tenuti bloccati per finanziare il pagamento del debito estero. Necessitiamo quindi anche di un accordo con il Fondo Monetario Internazionale, sul quale stiamo lavorando alacremente. Il problema è davvero complesso».

    Alla complessità, che richiede tempo e pazienza, si aggiunge il fatto che ci sono delle urgenze improrogabili. La fame purtroppo è una realtà consistente in Brasile; il quadro della situazione mi sembra terribile.

    «Il valore alimentare dei prodotti che esporta il Brasile nutrirebbe 35.000.000 di persone. E ci troviamo con 50.000.000 di persone alle prese con mancanza di cibo o malnutrizione. Oggi in Sud America muoiono 400.000 bambini per denutrizione e di questi 150.000 sono brasiliani. Lula è molto sensibile al problema e per questo ha dato la priorità a Fame zero. Egli stesso viene da una famiglia molto povera. Quattro suoi fratelli sono morti di fame, denutrizione, problemi creati dall'acqua contaminata».

    Fame Zero è un progetto ambizioso, che affronta il problema della denutrizione con un approccio inedito e lungimirante.

    «Alla base di Fame Zero c'è la convinzione che un problema sociale ha soluzione soltanto nella misura in cui diventa una questione politica. Il progetto funziona e trova senso in quattro pilastri fondamentali. Il primo è questa politica dei trasferimenti: 73 Reales al mese (circa 20 euro) per acquistare prodotti alimentari. L'obiettivo immediato sono le 11.400.000 famiglie sotto la soglia di povertà. Ora siamo a 4 milioni di famiglie che ricevono regolarmente il sussidio e arriveremo a 6 milioni entro dicembre. Contiamo di provvedere a tutti per il 2006 e devo dire che su questo punto stiamo andando bene, sono ottimista. I problemi stanno negli altri pilastri su cui si fonda Fame Zero. Il secondo è la politica che riguarda le strutture sociali: Fame Zero non è stato pensato per essere un programma assistenzialista, ma di "inversione sociale". Abbiamo già parlato della riforma agraria, ma c'è anche la questione del microcredito, l'assistenza ai cittadini, l'obbligo d'istruzione per ridurre l'analfabetismo, la sanità. C'è difficoltà nel creare sinergie tra la politica dei trasferimenti e quella relativa alle infrastrutture, sociali e non. Il terzo pilastro è dato dalle azioni di emergenza per i gruppi che non hanno nulla per produrre cibo, come le comunità di ex schiavi e i gruppi indigeni. La questione indigena è delicatissima. Il quarto è il lavoro di educazione a tutti i livelli: è necessario cambiare un po' la mentalità delle persone e avvicinarle al cooperativismo, al microcredito, a cercare una pianificazione familiare responsabile senza dover imporre un controllo delle nascite. Fame zero è una forma d'organizzazione popolare, che dipende, secondo il mio punto di vista, dalla politca strutturale: bisogna creare le condizioni perché inizi un reale sviluppo».

    Trovo molto interessante, addirittura rivoluzionario, che Fame Zero abbia scelto l'agricoltura familiare come risorsa produttiva per gli alimenti che i beneficiari della retta mensile possono comprare con i 73 Reales. Sarà la prima volta nella storia che non ci sono appalti offerti alle multinazionali per un progetto di così vasta portata.

    «Bisogna socializzare le risorse interne per combattere la fame. Il 20 settembre Lula presenterà all'Onu il progetto Fame Zero su scala mondiale. Si fanno campagne contro la guerra e il terrorismo, ma la fame fa più vittime e nessuno si scandalizza. Secondo me è perché la fame, a differenza di guerre e terrorismo, fa distinzioni di classe. Secondo la Fao il mondo produce cibo sufficiente per 11 miliardi di persone e sulla terra siamo la metà. Il problema dunque è di giustizia. Quando Lula parlò per la prima volta dell'idea di un Fame Zero mondiale, molti presidenti europei si dichiararono entusiasti e la loro prima proposta fu di inviare alimenti ai paesi in difficoltà. Lula rispose: "Non chiedo cibo, ma denaro!" Il cibo regalato è per prima cosa una maniera intelligente per giustificare i sussidi agricoli nei paesi ricchi. Secondariamente distrugge la cultura locale; poi crea dipendenza e infine favorisce la corruzione dei politici che gestiscono questi aiuti umanitari. Noi invece stiamo parlando di sostenibilità, di riattivazione delle culture locali, di ricostruzione delle identità e dei piccoli sistemi produttivi tradizionali».

    Il Brasile è stato ultimamente al centro delle polemiche per una legge sulle biotecnologie molto contestata, soprattutto all'estero, ma forse neanche ben compresa.

    «Il transgenico in Brasile è sempre stato vietato per legge, ma arrivava di contrabbando dall'Argentina. Perfino i Sem Terra, che sono completamente contrari agli ogm, hanno seminato soia transgenica inconsapevolmente. Proprio questa soia "illegale" ha scatenato il problema, perché Brasile è tra i primi tre produttori mondiali di soia. Tra l'altro qui nasce un'altra contraddizione, perché questa soia transgenica è quasi totalmente esportata, il Brasile ne consuma pochissima: è tutta destinata all'alimentazione animale all'estero. Quando ci rendemmo conto di quanto transgenico c'era nel paese si aprì una dura discussione all'interno del governo. Si propose dunque una "legge di biosicurezza", che però rappresentava una posizione di mezzo tra le parti. Oggi la legge stabilisce che non si può coltivare niente di transgenico senza autorizzazione del governo e in virtù di una fiscalizzazione permanente. Non si può immettere sul mercato se non c'è autorizzazione governativa ed evidenza sull'etichetta dei prodotti. Alcuni stati si sono addirittura dichiarati ogm free, come il Paranà, ma tutti dobbiamo fare i conti con quello che è già stato seminato. È vero che si tratta di una soluzione salomonica, ma almeno consente un controllo del governo».

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