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    Salvate la Voce dell’Amazzonia

    Ha cominciato 30 anni fa quando nessuno di noi si preoccupava dell’Amazzonia in fiamme. Non sapevamo chi era Wilson Pinheiro, leader dei contadini che raccoglievano il caucciù. Gli hanno sparato ed è morto lasciando in eredità mille Chico Mendés, anche loro abbattuti dai colpi dei proprietari infastiditi dall’ostinazione degli straccioni senza censo che si erano messi in testa di difendere la loro patria verde «intralciando il progresso». Lucio Flavio è ancora vivo, spiegherò perché. Ed ancora in libertà, ma una libertà dalle ore contate.
    21 luglio 2004 - Maurizio Chierici

    Arriva una lettera dall’Amazzonia, disperata per l’umiliazione che offende la ragione. Per caso arriva assieme a una notizia battuta negli Stati Uniti: il presidente Bush annulla la legge Clinton che proteggeva un terzo dei parchi del paese. E le mani delle industrie del legno possono allungarsi su 23 milioni di ettari di foreste. Con riconoscenza da manifestare nella concretezza dei finanziamenti elettorali. Kerry e i democratici tempestano. Gli ambientalisti annunciano cortei mentre a Belem, Amazzonia, solo il silenzio avvolge le parole di Lucio Flavio Pinto, giornalista troppo solo e quasi rassegnato. Lancia una bottiglia con un messaggio che ha l’aria di un addio. «Non sono mai stato così vicino a rinunciare alla battaglia che ha cambiato la mia vita: difendere l’Amazzonia. I soliti potenti mi hanno perseguitato imponendo un destino crudele: processi massacranti, chiaramente intimidatori, spudoratamente politici se per politica si intende la difesa degli arricchimenti illeciti e la corruzione della giustizia. Pretendono il mio silenzio per nascondere gli affari...». Lucio Flavio è una voce troppo sola. Da sempre cercano di spegnerla. Ci stanno riuscendo.

    Ha cominciato 30 anni fa quando nessuno di noi si preoccupava dell’Amazzonia in fiamme. Non sapevamo chi era Wilson Pinheiro, leader dei contadini che raccoglievano il caucciù. Gli hanno sparato ed è morto lasciando in eredità mille Chico Mendés, anche loro abbattuti dai colpi dei proprietari infastiditi dall’ostinazione degli straccioni senza censo che si erano messi in testa di difendere la loro patria verde «intralciando il progresso». Lucio Flavio è ancora vivo, spiegherò perché. Ed ancora in libertà, ma una libertà dalle ore contate.
    Dopo dodici anni di intrighi, una giustizia legata ai poteri forti sta «finalmente» per seppellirlo in galera. L’anomalia è la prigione nel Brasile di Lula, presidente della speranza. Lula sta animando la speranza fra mille difficoltà, ma il Paese è un continente e l’Amazzonia resta l’angolo confuso dove latifondismo e politici ondivaganti non gradiscono far sapere che il saccheggio continua. Malgrado l’entusiasmo di Porto Alegre, le promesse dei generosi, la lealtà dei politici leali, gli affari sono affari. Nessuno rinuncia ai dané. Dietro le nuove forme improvvisamente morbide, la
    realtà resta feroce soprattutto se lontana dai palazzi del governo.

    Ecco perché vogliamo far sapere delle ore disperate di Lucio Flavio Pinto a Lula da Silva, presidente che non ha mai nascosto la rabbia davanti a questo tipo di violenza.
    Cosa ha fatto Lucio Flavio per essere punito? Ha ricostruito la strana decisione di un presidente del tribunale del Parà, Joao Alberto Paiva, il quale, con rito abbreviato e senza confrontarsi col pubblico ministero interessato al caso, in solitudine concede il diritto di proprietà (proprietà incerta tra 4,5 e i 7 milioni di ettari) all’impresa C.R. Almeida, potentissima ramificazione industriale la quale pretende di aver comprato un’intera regione in anni non lontani, quando ancora per registrare acquisti e vendite di possedimenti sterminati, bastava solo il giuramento di un notaio. Non importa se confortato da documenti raccolti nei catasti delle capitali. In Amazzonia funzionava così. Le carte private e i ricordi dei notai facevano legge. Tant’è che i 4,5 o i 7 milioni di ettari dello Xingu, Terra di Mezzo dove il vescovo catalano Pedro Calsaldaliga denuncia appropriazioni e violenze che dissanguano popoli vaganti; i 7 milioni di ettari dello Xingu, vengono ancora considerati «proprietà dello Stato» da tutti gli enti pubblici, compreso l’istituto per la Riforma Agraria del Parà. E il pubblico ministero, informato quattro mesi dopo della sentenza scandalo, ha tentato un inutile ricorso. La decisione è ormai passata in giudicato. Niente da fare. Nei catasti di Belen, Joao Alberto Paiva ha per sempre fissato il nome del proprietario che la legge dovrà riconoscere. Lentamente la burocrazia ne prenderà visione. Il giudice si è messo in pensione dopo aver denunciato per falso e diffamazione Lucio Flavio Pinto, sola voce ad aver spiegato l’imbroglio, uno dei tanti che bruciano l’Amazzonia. Perché di quei sette milioni di ettari i proprietari riconosciuti dal tribunale possono fare ciò che vogliono. La foresta ha un’anima di ferro, alluminio, uranio, oro, diamanti. E la C.R. Almeida sta per scavare miniere o tagliare milioni di piante per coltivare chissà cosa. Far pascolare mandrie affidate a schiavi che lo stesso Lula amaramente ammette di dover lottare per liberarli. Chi vi abita da sempre, o si è accampato da poco fuggendo da storie come questa, è bene sparisca altrimenti sarà punito dalla polizia del Parà. La proprietà è un diritto sacro e i deboli non possono violarla.

    Nessuno si è arrabbiato per l’articolo. Neanche una riga di lamenti. E Lucio Flavio Pinto ha scoperto per caso la querela sfogliando i bollettini ufficiali che annunciano le date dei processi. La prima sentenza lo ha condannato. Si è rivolto ad un’alta corte, meno inquinata dalle amicizie degli affari. Adesso il ricorso non si trova. E la ricevuta, con timbro e data, subito presentata come prova di consegna del documento d'appello, non viene ritenuta valida mancando il documento. Intrigo perfetto, ripetuto altre volte: questo, però, sembra il capitolo finale. In mancanza dell'appello la sentenza sta per essere confermata. Pinto ha due possibilità: pagare una multa, sei mesi di stipendio minimo o andare in galera. Il pagare la multa non annulla ma conferma la colpa sporcando una fedina penale rimasta faticosamente immacolata e sommando l’ultima punizione a sentenze precedenti, maturate nello stesso clima e con le stesse complicità. Diventa la prima pagina di una lunga prigione.

    Una sola consolazione: Lucio Flavio è ancora vivo e continua a raccontare cosa succede rifiutando accordi segreti. Trent’anni fa era arrivato a Belem da San Paolo. Cattedra all’università, grande spazio sul giornale «O liberal», proprietà della famiglia Majorana sbarcata chissà quando dalla Sicilia. Le sue analisi di sociologo urbano affascinavano i lettori, e moltiplicavano il rispetto degli gli spettatori della più importante Tv dell’Amazzonia, rubriche riprese dai netwok di Rio e di San Paolo. Noi che andavamo a raccontare il Brasile siamo saliti a Belem per ascoltare le catastrofi che Pinto annunciava. Sembravano talmente fantastiche da meritare le prime pagine nei giorni svagati d’estate: «Attenzione. Cancellare la foresta fluviale vuol dire programmare il deserto e cambiare il clima, non solo del Brasile». Insomma, fantascienza. Almeno sembrava.
    Sul giornale, in Tv, e negli interventi scritti per «Monde Diplomatique» e «Washington Post», Lucio Flavio denuncia i disastri che accompagnano il progetto Jari. Sparisce la foresta di una regione larga come il Belgio. Nessuno riesce a capire dove siano disperse le tribù che la abitavano. Quando Paulinho Kayapò, di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti dove lo aveva accompagnato un giovane etnologo americano per testimoniare all’Onu sul genocidio del suo popolo; quando viene denunciato da una società che taglia le piante con l’accusa di «infamare il nome del Brasile e impedire la realizzazione di grandi opere», Paulinho risponde parlando di «crimini ecologici». Ha imparato presto il linguaggio dagli etnologi. E il generale-giudice ne è stravolto. Sospende l'udienza pretendendo la perizia psichiatrica: «Un indios non può parlare così...». Lo Jarì viene raso al suolo da Ludwing, miliardario americano: si è messo d'accordo con l’ultimo governo militare per affidare alla sua holding, guidata dall’ex presidente Richard Nixon, l’impegno di «fabbricare» bistecche per i frigoriferi di Chicago. Un esercito non piccolo - elicotteri di pattuglia - sorveglia le frontiere di una prateria sterminata dove pascolano milioni di bestie. Ogni mattina gli aerei partono con la carne macellata, mentre cartiere galleggianti giapponesi tentano di succhiare cellulosa da una palma speciale. Come aveva annunciato Pinto, senza la foresta non piove. Senza la pioggia non cresce l’erba. Senza l’erba, allevare carne costa caro. Vent’anni dopo lo sanno tutti. Muoiono le palme della carta. Le prime dune di sabbia fanno capire che il disastro è cominciato. E Pinto si scatena: «Fermiamo le altre grandi opere. Minacciano l’Amazzonia: dighe dell’energia elettrica che avvelenano centinaia di chilometri. I pesci muoiono, le piante appassiscono». Una cassandra: licenziato. Anche l’università gli toglie la cattedra. E le Tv di Rio e San Paolo si dimenticano delle sue profezie. Ma lui non molla e comincia l’utopia. Scrive, disegna e pubblica le inchieste che nessun giornale, nessuna Tv e - per carità- nessun politico ha il coraggio di affrontare. Diventa editore di un periodico la cui testata sintetizza caparbietà e disperazione: «Jornal Pessonal», giornale personale. Lo scrive da solo. Da vent’anni esce ogni quindici giorni. Lo ricevono abbonati sparsi nel Brasile e nel resto del mondo. Numeri monografici, ogni numero un polverone. Spiega le cose che nessuno vorrebbe sentire. Cominciano le minacce. Allontana moglie e figlie: vivono nascoste nella folla di metropoli lontane. Sfugge ad attentati che hanno l'aria di avvertimenti, ma una sera qualcuno porta a «O Liberal» il suo necrologio che il giorno dopo appare come se davvero Lucio Flavio fosse morto all’improvviso. Ha l’aria della minaccia conclusiva: finora l'hai fatta franca, adesso basta. Pinto è un bravo cronista; comincia a cercare e ciò che scopre lo spaventa. Manda una lettera al governatore del Parà, Jaer Badalhao. Erano amici. Gli spiega che copie dello stesso foglio già si trovano nei cassetti del Monde, Washington Post, Pais, Corriere della Sera. «Se mi uccidono l’ordine viene da te e tutti ne trarranno le conclusioni». Ricorda su quale affare spinoso, destinato ad allargare lo scempio, una sua ricerca aveva puntato il dito. «Credi davvero volessi farti uccidere o solo spaventarti?»: la voce del governatore trema al telefono. Pinto non si lascia intimidire. « Puoi giurare che tuo padre non ha dato ordine di farmi sparire? È uno dei grandi proprietari, amico di grandi proprietari legati ai militari che ufficialmente sono i protettori dell’Amazzonia. In realtà ne approfittano senza scrupoli. Ricordi lo Jarì?». Succedeva quando ancora Lula marciava predicando le stesse cose: lontano, lontano dalla presidenza..

    Silenzio del governatore. Da quel momento Lucio Flavio Pinto è provvisoriamente salvo, ma pochi a Belem hanno il coraggio di ammettere la sua amicizia. Nessuno se la sente di invitarlo a parlare o scrivere. Ogni numero della rivista viene coperto di querele. Gli avvocati del Parà, ma anche gli avvocati delle capitali del Sud, non osano difenderlo in tribunale. Lucio Flavio non si è lasciato travolgere. Ha ricominciato a studiare. Laurea in legge, va in tribunale da solo. Sette anni fa viene invitato in Europa. Anche in Italia: università ed ecologisti, soprattutto i volontari di Macondo. Il presidente Scalfaro lo riceve per complimentarsi non solo con lui ma con tutti i vincitori del premio Colomba della Pace assegnata alla comunità di Sant’Egidio, a Danielle Mitterand, ai testimoni delle pulizie etniche nel Kosovo e a coloro che hanno il coraggio di non nascondere la verità. La sera prima, in Campidoglio, gli stranieri premiati erano tre: due con accanto i loro ambasciatori in festa, ma l’ambasciatore del presidente del Brasile Cardoso, non si è fatto vedere. Pinto, sempre solo. E la folla accorsa ad ascoltare la parola dei protagonisti, a dire il vero è rimasta delusa. Lucio Flavio non spiega mai come sopravvive quasi nascosto nello spazio insicuro dell’Amazzonia continuando a smascherare orrori che coinvolgono interessi miliardari. Ha parlato con la concretezza di chi non indugia nel reducismo dell'esotico. Numeri, diagrammi, soluzioni possibili, pericoli incombenti. Quasi un ingegnere. Voce monotona, parole scelte con cura senza aggettivi. Deve essere il filo di ferro che gli dà la forza di andare avanti, a fargli rifiutare le «inutili emozioni». Non sarà contento dell'apprensione che accompagna queste righe. Ma la sua lettera è sconvolgente. L’invito in Italia prevedeva di allungare il viaggio nella scoperta di un Paese che non conosceva: Venezia, Firenze, solite cose. Invece la sera della premiazione, tornato in albergo, trova un telegramma del tribunale di Belem informato chissà come del premio. «Con urgenza» è stata fissato il dibattito di un processo che aspettava da tredici mesi. Di lì a due giorni deve apparire davanti ai giudici come imputato e come avvocato. Ed è subito tornato a casa

    Caro Presidente Lula, dieci anni fa, dopo un viaggio nella corriera elettorale con la quale aveva attraversato l'Amazzonia, appariva turbato dalla violenza respirata nei corpi mutilati da un lavoro senza regole, e dagli occhi spaventati di chi rispondeva a fatica alle sue domande. «Bisogna cambiare...». Qualcosa sta cambiando, ma le vendette verso chi insiste nella trasparenza, non perdonano l’intellettuale che non si arrende. Per fortuna gli ambasciatori di Lula non sono gli ambasciatori di Cardoso, ecco perché le faranno sapere della lettera di Lucio Flavio Pinto e di come funziona la giustizia fuori Brasilia, sull’equatore di Belem.

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