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    L'Amazzonia chiede aiuto

    I mutamenti climatici stanno minacciando la foresta amazzonica: entro cinquantanni, se i gas serra non diminuiranno, il polmone verde si trasformerà per metà in brulla savana. Ecco le opinioni degli esperti, tra allarmisti e scettici. Unica soluzione: ricorrere con urgenza alle energie alternative
    30 luglio 2004 - Stella Spinelli
    Fonte: www.peacereporter.it
    30.07.04

    Oltre la metà della foresta amazzonica corre il rischio di diventare una savana entro venti anni. E’ questo l’inquietante allarme lanciato a Brasilia durante la terza conferenza internazionale sull’LBA, l’esperimento in grande scala sulla biosfera e l’atmosfera dell’Amazzonia, al quale partecipano ottocento scienziati di tutto il mondo.
    Le cause? Gli incendi e soprattutto l’inesorabile effetto serra.
    Carlos Norbe, il coordinatore scientifico del progetto, ha precisato che già oggi almeno il quindici percento della foresta sta diventando sempre più arida, con temperature medie superiori di tre o quattro gradi a quelle registrate 40 anni fa.

    Dunque il clima sta precipitosamente cambiando. Colpa dell’uomo?
    Il mondo della scienza è diviso in due schieramenti: coloro che puntano il dito contro le attività umane e quelli che invece, appellandosi all’evoluzione insita nei fenomeni climatici, considerano il ruolo dell’uomo secondario e definiscono la controparte allarmista. Rappresentanti di queste opposte fazioni due eminenti personalità: Robert Watson, direttore della Rete per lo sviluppo sostenibile della Banca Mondiale e scienziato della Nasa, e Richard Lindzen, professore statunitense del Dipartimento della terra, Scienze atmosferiche e planetarie del Mit (Massachussets Institute of Tecnology).
    “Le attività umane stanno degradando l’ambiente irrimediabilmente. I paesi industrializzati sono la causa principale del pessimo stato di salute del pianeta, ma a pagarne le più amare conseguenze è il Sud del mondo”.
    Watson non ha dubbi: addebita i cambiamenti climatici globali alla rivoluzione industriale e a tutto quello che in termini energetici ha significato.
    “La Banca Mondiale non è certo un’associazione ambientalista radicale –prosegue Watson – ma le nostre simulazioni, che si fondano su studi di scienziati di dieci paesi diversi e non su dati governativi, indicano un’influenza umana ben discernibile sul clima: 6,3 miliardi di tonnellate di Co2 si perdono nell’atmosfera a causa dell’uso di combustibili fossili e questo, insieme ad altri fattori, ha già portato ad un surriscaldamento medio di 0,6 °C della superficie terrestre negli ultimi cento anni”.

    Il climatologo della Nasa ha evidenziato, mostrando grafici e diagrammi, come i calcoli sulle temperature terrestri degli ultimi mille anni non registrino variazioni significative fino all’inizio della rivoluzione industriale. Da quel momento si è verificato un picco irreversibile che va aumentando di anno in anno. “La nostra non è una teoria perfetta, ma disponiamo di modelli efficaci e coerenti che confermano i mutamenti in atto nelle temperature, nei venti, nella frequenza e nell’intensità delle precipitazioni in tutta la Terra”.
    Quindi un riferimento al protocollo di Kyoto: “Nonostante sia solo il primo passo di un lungo e complesso percorso, è un atto fondamentale. L’obiettivo è convincere governi e industrie della necessità di un deciso cambiamento di rotta nella programmazione delle politiche energetiche per progettare insieme un futuro sostenibile”.
    “Il clima cambia in continuazione. E il bello è che in realtà non abbiamo idea del perché”. Questa è invece la risposta dello scettico Richard Lindzen. “Ci sono divergenze di opinione circa la cause del cambiamento climatico. Simili fluttuazioni ci sono sempre state, ma proprio non sappiamo perché esse avvengano. Se pensiamo, nell’arco di un secolo, alla variazione di mezzo grado centigrado di temperatura è difficile sostenere che un simile fenomeno abbia bisogno forzatamente di una causa. Un grattacielo di 100 piani trema con il vento e si sposta anche di mezzo metro. Questo ci turba, ma se l’edificio non oscillasse cadrebbe. I sistemi stabili hanno bisogno di queste oscillazioni”.
    Il professor Lindzen affronta quindi la domanda cruciale: quale il contributo dell’uomo al cambiamenti del clima? “Negli Stati Uniti – spiega – dal 1944 si pubblica un rapporto mensile sugli eventi climatici estremi. Nel corso dei decenni la lunghezza di ciascuna edizione di questo rapporto non è affatto cambiata. Chi volesse fare dell’allarmismo potrebbe prendere un anno qualsiasi dal ’44 ad oggi e descrivere gli eventi insoliti, ma in realtà avrebbe descritto un anno come un altro. Il surriscaldamento globale è così variegato che non è possibile il consenso scientifico. E in più il consenso è un concetto pericoloso, una nozione più politica che scientifica (e anche in politica gode di una brutta reputazione), un modo per evitare i problemi perché non si riesce a trovare la strada da percorrere per risolverli. La scienza non è una fonte di autorità ma l’impostazione per iniziare una analisi – prosegue -. La teoria della pericolosità del fattore umano sui cambiamenti del clima non è sostenuta dall’osservazione ma dalla nostra ignoranza circa gli effetti dei vari fattori che influiscono sul clima”.

    Colpa o non colpa dell’uomo, il clima sta mutando. E un futuro di energie alternative potrebbe invertire il destino del pianeta. Occorre quindi abbandonare definitivamente ogni tipo di energia frutto di combustione.
    Ma l’energia nucleare allora? Che farne? 
    Anche su questa questione la scienza si divide. Hermann Scheer, membro del Parlamento tedesco e fondatore dell’associazione europea per le energie rinnovabili Eurosolar, rappresenta quella schiera di scienziati contrari a usarla per un futuro migliore, mentre Francesco Oriolo, docente della facoltà di ingegneria di Pisa ed esperto sulla sicurezza degli impianti nucleari di quarta generazione, ne argomenta importanza e vantaggi. “Dobbiamo incentivare l’uso di tutte le fonti di produzione di energia che abbiamo a disposizione, nessuna esclusa - spiega il professore dell’università di Pisa –. Il nostro è un deficit di conoscenza e di tecnologie più che di materie prime. Gli impianti nucleari di oggi, possono far tanto”.
    Di parere opposto, appunto, Hermann Scheer, propugnatore dell’energia solare. “Il nucleare – risponde con veemenza - creerà problemi per 20.000 anni a venire. E chi si assume un onere del genere per tutte le generazioni che mai nasceranno? Gli impianti nucleari contribuiscono al surriscaldamento dell’atmosfera e sono potentissime idrovore, hanno cioè bisogno costantemente di enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei reattori. E questo è incompatibile con la scarsità idrica del nostro pianeta”.
    La sua ricetta contro la catastrofe climatica passa obbligatoriamente attraverso la conversione alle energie rinnovabili e l’abbandono del nucleare e delle fonti di energia convenzionali.
     “E’ iniziato il conto alla rovescia – afferma Scheer – Abbiamo al massimo 3 o 4 decenni per sviluppare le tecnologie che ci consentano un più efficace utilizzo dell’energia prodotta dal sole, dal vento, dal moto ondoso, dal calore della terra. L’attuale sistema energetico è perdente. Non possiamo permetterci di usare ancora le risorse fossili, che tra l’altro si stanno persino estinguendo. L’ecosfera è ormai sotto pressione – precisa - eppure la maggioranza dei governi ignora completamente la problematica delle energie rinnovabili, perdendo così tempo prezioso. E pensare che passare ai sistemi energetici alternativi sarebbe non solo ecologicamente corretto ma anche economicamente conveniente. Per installare una pala eolica ci vuole una settimana, per mettere un pannello solare basta un giorno, per progettare e realizzare un impianto nucleare sono necessari tra i dieci e i quindici anni e valanghe di dollari”.
    Ridurre le emissioni può essere, quindi, non solo utile per l’ambiente ma anche offrire opportunità di sviluppo per le imprese che imboccano questa strada virtuosa. In altre parole, il risparmio di energia crea business. Non solo. Chi non riuscirà a entrare nella logica della rivoluzione energetica sarà penalizzato nella competizione globale e rischierà di essere espulso dal mercato.

    Una tesi che è confermata anche da Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, che raccoglie 102 imprese, enti locali, associazioni impegnate nella riduzione delle emissioni dei gas climalteranti.
    “E’ forte la contraddizione – racconta Silvestrini – fra l’urgenza di agire sui rischi dei cambiamenti climatici e l’incapacità dei governi di impostare strategie coordinate e incisive”. La ragione per cui non si interviene è quasi sempre motivata da interessi di tipo economico, dal timore di dover mettere in discussione il nostro modello di sviluppo. “Molti dicono che le politiche di riduzione delle emissioni sono costose. E’ questa la scusa a cui si appella, ad esempio, Bush per non ratificare il protocollo di Kyoto. In realtà ci sono esperienze concrete che dimostrano che non è vero. Anche in Italia alcune imprese hanno capito che adottare politiche energetiche basate su energie rinnovabili e alternative può essere una importante occasione per aumentare gli investimenti”.
    Ma non è tutto. Una ricerca del Kyoto club ha evidenziato come un impegno nell’adozione di politiche di efficienza energetica, nello scenario del protocollo di Kyoto, può generare di qui al 2015 un aumento degli investimenti fino al 60 per cento. “Industrie e paesi che sapranno definire strategie coerenti con la rivoluzione energetica in atto – conclude Silvestrini - saranno in prima fila nella competizione globale. La sfida del clima si può vincere, senza aggravi di costi e anche con benefici economici”.
     
     

     

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