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    In Thailandia, i disastri dell'influenza aviaria

    Agrobusiness, i retroscena di un'epidemia

    La recente trasmissione agli umani della cosiddetta influenza del pollo rappresenta un terribile pericolo: in mancanza di vaccino e trattamento, i morti, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, potrebbero contarsi a milioni. In Thailandia, la diffusione dell'influenza aviaria, dall'inizio del 2004 ha compromesso anche le prospettive dell'industria agroalimentare, provocando una crisi che già ora colpisce le piccole attività agricole.
    20 agosto 2004 - Isabelle Delforge*

    L'ambizione tailandese di diventare la «cucina del mondo» è stata pesantemente compromessa dall'influenza aviaria, un'epidemia che si è diffusa in Asia a partire da metà dicembre 2003. Già a gennaio 2004, oltre 20.000 tonnellate di pollame, rifiutate dalle autorità giapponesi, europee e sudcoreane, sono state rispedite ai produttori tailandesi. In totale, più di 100 milioni di volatili sono stati soppressi, in otto paesi asiatici, a causa della nuova epidemia, per lo più abbattuti per profilassi (1).

    L'Organizzazione mondiale della sanità ha fatto scattare l'allarme dopo aver costatato che dal 1997 il virus (denominato H5N1) non infettava solo le specie animali, ma poteva trasmettersi anche all'uomo. In particolare, le autorità sanitarie temevano che esso potesse trasmettersi da una persona all'altra anche senza contatto diretto, per il tramite di un animale portatore. Tutti ricordano ancora molto bene la recente epidemia di Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome) (2): in Thailandia e in Vietnam, 34 persone hanno contratto l'influenza H5N1 e 23 sono morte.
    In un rapporto pubblicato nell'aprile 2004, l'Oms ventila «il rischio (...) che le condizioni oggi presenti in alcune regioni dell'Asia possano provocare una pandemia d'influenza. Le pandemie, che ricompaiono a intervalli di tempo imprevedibili, provocano invariabilmente tassi elevati di morbilità e di mortalità, gravi perturbazioni sociali e notevoli danni economici. Secondo alcune prudenti stime, basate su modelli matematici, la prossima pandemia potrebbe uccidere da 2 a 7,4 milioni di persone (3)».

    In Thailandia, il paese in cui l'epidemia ha falciato il maggior numero di vite umane, l'influenza aviaria è diventata rapidamente una crisi nazionale. Nel regno del Siam, infatti, il commercio di pollame è particolarmente sviluppato. Quarto esportatore di volatili al mondo, il paese vende all'estero, soprattutto nell'Unione europea e in Giappone, fino al 90% dei suoi prodotti, per un valore di 981 milioni di euro (4). La produzione di alimenti per il bestiame, l'allevamento, la trasformazione e la vendita di polli rappresentano un settore industriale così rilevante che i danni dell'influenza aviaria sull'economia del paese sembrano raggiungere i 2 miliardi di euro. Secondo Tripol Jawjit, deputato alla Camera dei rappresentanti del partito democratico (opposizione), sono 670.000 le famiglie di allevatori colpite dall'epidemia (5).
    Tuttavia, se la malattia ha proiettato la sua ombra ben oltre gli allevamenti di polli e anatre, è soprattutto perché il leader del mercato avicolo è anche il più grande impero commerciale del paese.

    Il gruppo Charoen Pokphand (Cp), una conglomerata multinazionale presente in più di 20 paesi e particolarmente attiva nel settore agroalimentare, controlla attività molto diversificate quali produzione di semi, telecomunicazioni, petrolchimica e grande distribuzione.
    L'introduzione dell'allevamento intensivo di polli negli anni '70 ha decretato il successo del gruppo Cp in Thailandia. E anche se il pollame rappresenta oggi solo il 10% del suo fatturato, l'influenza aviaria ha danneggiato il gruppo, facendo crollare le sue azioni del 12,5% già dal giorno dell'annuncio ufficiale, e provocando un tracollo della borsa di Bangkok.
    Al di là delle ricadute economiche, l'epidemia ha causato una profonda crisi politica. Il primo ministro Thaksin Shinawatra, uno degli uomini d'affari più ricchi del paese, in questa occasione ha difeso gli interessi degli esportatori in modo così esplicito che consumatori e piccoli produttori si sono sentiti strumentalizzati. La popolazione ha cominciato a diffidare non solo del cibo, ma anche dei discorsi dei suoi dirigenti. E la crisi di fiducia ha varcato le frontiere, toccando rapidamente i principali partner commerciali del paese.
    Il governo ha risposto alla crisi con una lunga serie di ipocrisie, menzogne, incompetenze e decisioni decisamente criticabili: il lungo ritardo prima di riconoscere l'esistenza dell'epidemia; le misure selettive per contrastarne il propagarsi; la campagna pubblicitaria nazionalistica che ha fatto del consumo del pollo un atto patriottico; la campagna promozionale a favore dell'allevamento industriale a danno delle piccole imprese contadine.
    Il 23 gennaio 2004, dopo aver negato ogni tentativo di insabbiare la questione, messo alle strette dalle organizzazioni sociali e dai partiti d'opposizione, il governo ha ammesso l'esistenza dell'epidemia.

    Molte fonti confermano però che industrie e autorità sapevano da mesi dell'imperversare dell'influenza. Anzi, nel novembre 2003, un veterinario dell'università Chulalongkorn aveva avvisato il ministero dell'agricoltura di aver individuato il virus H5N1 in carcasse di polli, ma non era stata presa nessuna misura sanitaria (6).
    Preoccupato, Disathat Rojanalak, un agricoltore biologico di Nong Chok, vicino a Bangkok, fa controllare il suo pollaio decimato. «In dicembre, su 800 galline ovaiole, 650 sono morte in pochi giorni.

    Ho fatto analizzare le carcasse dal dipartimento allevamento del ministero dell'agricoltura. Un'impiegata mi ha comunicato che i polli erano morti "senza alcuna motivazione patologica". Come potevo credere che gli animali non fossero malati? A quel punto ho capito che ci nascondevano la verità».
    Centaco, un mattatoio della periferia di Bangkok. La società esporta pollame surgelato, soprattutto verso il Giappone. Sedute per terra in una delle piccole camere dove vivono, a due passi dallo stabilimento, una quindicina di operaie sindacalizzate raccontano: «Prima dell'annuncio ufficiale dell'epidemia, abbiamo dovuto fare molte più ore di straordinario del solito. Normalmente abbattiamo circa 90.000 polli al giorno - dice una di loro. Ma a partire da novembre e fino al 23 gennaio abbiamo lavorato fino a 130.000 polli al giorno». Molti animali arrivavano malati. «Ci ordinavano di trattarli come tutti gli altri, anche se erano già morti a causa del virus, spiega un'operaia. Siamo noi a tagliare i polli. Era chiaro che erano malati. Gli organi interni erano gonfi. Non sapevamo che si trattasse dell'influenza, ma già a ottobre abbiamo smesso di mangiarne».

    Venute a conoscenza, tramite la televisione, della natura del virus, si sono spaventate. Per due mesi, avevano abbattuto e trasformato volatili malati senza alcuna particolare precauzione sanitaria. «Abbiamo chiesto alla direzione di migliorare le misure di sicurezza, dice una delle dirigenti sindacali. Abbiamo richiesto indumenti di protezione e li abbiamo ottenuti. Ma non è sufficiente. Corriamo più rischi degli allevatori, perché siamo obbligate a toccare polli tutto il giorno. Tocchiamo il sangue, le piume...» La strategia della mistificazione è stata applicata a tutti i livelli della scala sociale, dal basso fino in alto: la reazione di David Bryne, il commissario europeo per la sanità, è stata perciò una delle più imbarazzanti per Bangkok. Appena pochi giorni prima dell'ammissione ufficiale della presenza del virus sul territorio, il primo ministro gli aveva personalmente garantito che il paese era indenne dall'epidemia.

    La stampa racconta che il commissario si è sentito «disonorato», tanto più che il governo andava spiegando di aver taciuta la notizia per paura di provocare un'ondata di panico (7).
    Il patriottismo del pollo Di fronte a questa situazione, il quotidiano d'informazione economica Manager ha accusato il governo di avere nascosto il problema per proteggere gli interessi delle grandi imprese. Invece di mettere in quarantena le zone dove avevano scoperto la presenza del virus, i funzionari distribuivano piccoli compensi agli avicoltori, in cambio del silenzio e dell'abbattimento dei loro animali (8). L'epidemia aveva alzato il corso del pollo surgelato sui mercati mondiali da 1.600 dollari la tonnellata a 2.500 dollari. Secondo Manager, l'industria tailandese ha ampiamente approfittato di questi mesi redditizi per aumentare gli utili (9).
    L'appoggio del governo ai magnati del pollo ha assunto un aspetto scenografico, quando il primo ministro in persona si è lanciato in una crociata per convincere la popolazione a mangiare pollo. Ha moltiplicato le apparizioni in tv con una coscia di pollo tra i denti, o leccandosi i baffi davanti a un festino a base di pollame. Giganteschi cartelloni pubblicitari, firmati dal governatore di Bangkok, reiteravano il messaggio: «Se i tailandesi non mangiano pollo tailandese, come si può sperare che altri lo comprino?».
    Il culmine dell'insolita campagna è stato il «festival del pollo», organizzato dal governo l'8 febbraio. Charoen Pokphand e tutta la crema dell'industria hanno distribuito migliaia di pasti gratuiti; il più insaziabile mangiatore di pollo è stato incoronato dopo un'aspra competizione; e star dello show-business e del mondo politico hanno sfilato in parata divorando ostentatamente pollame tailandese. Tuttavia, dopo mesi di voci e informazioni contraddittorie, la popolazione ha mantenuto intatto il suo scetticismo e, per diverse settimane, molti ristoranti non hanno servito volatili.

    Il patriottismo del pollo promosso dal governo è attraversato da molte contraddizioni. I partigiani della forchetta incoraggiavano i consumatori a mangiare nei ristoranti della catena di ristorazione rapida... Kentucky Fried Chicken, dove il pollame sarebbe stato sano in quanto ben cotto... e prodotto dal gruppo Cp.
    In modo meno aneddotico, il comportamento del potere dimostra chiaramente l'appoggio offerto all'industria di esportazione. Nel 2001, il paese, secondo una classificazione dell'Organizzazione mondiale del commercio, era il quinto esportatore di prodotti alimentari nel mondo (10).
    Tuttavia, la maggior parte dei cittadini del regno non gode dei profitti di questo commercio.
    La salute dei consumatori e dei lavoratori è considerata molto meno importante della ricchezza degli esportatori. L'Oms è stata costretta a criticare la mancanza di misure protettive sia per quanto riguarda gli allevatori che i lavoratori della catena avicola (11). Le campagne di informazione sui rischi corsi dalla popolazione e su come proteggersi sono poca cosa se confrontate alla campagna di rilancio del consumo.

    A medio termine, la crisi accelera una ristrutturazione del settore orientata a favore dell'allevamento industriale. Col pretesto della sicurezza sanitaria, le autorità impongono infatti di costruire pollai chiusi. Migliaia di piccoli allevatori, impossibilitati ad effettuare gli investimenti necessari, hanno già dovuto chiudere l'attività, lasciando spazio alle grandi aziende.
    I successi registrati dalla Thailandia sui mercati mondiali non hanno permesso ai suoi 20 milioni di piccoli produttori e lavoratori del settore agroalimentare di uscire dalla povertà. Dal 1995 al 2000, mentre il valore delle esportazioni di prodotti alimentari aumentava del 52%, il debito medio per famiglia degli agricoltori aumentava anch'esso del 51% (12). Cardine operaio del successo, i piccoli produttori producono di più, ma vedono i loro redditi diminuire, mentre l'habitat ha molto sofferto per lo sfruttamento intensivo delle terre. E l'ambizione della Thailandia di diventare «la cucina del mondo» implica la necessità di privilegiare gli interessi delle multinazionali dell'agroalimentare contro quelli della popolazione.

    Note:

    * Giornalista, ricercatrice del Focus on the Global South, Bangkok.
    www.focusweb.org.

    (1) Influenza aviaria, bollettino 31, Organizzazione mondiale della sanità, Ginevra, 2 marzo 2004.

    (2) Leggere Philippe Rivière, «Mobilitazione contro la Sars, immobilismo contro l'Aids», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2003.

    (3) Oms, «Who consultation on priority public health interventions», 27 aprile 2004. www.who.int/esr/disease/avian_influenza/
    (4) Dati della Thai Broiler Association, thaichickenandduck.com/statistics.php
    (5) The Bangkok Post, 6 febbraio 2004.

    (6) Idem, 30 gennaio 2004.

    (7) Idem, 5 febbraio 2004.

    (8) Idem, 25 marzo 2004.

    (9) Manager, Bangkok, 2 febbraio 2004.

    (10) «Thai foods: to meet global demand», National Food Institute, Bangkok, ottobre 2003.

    (11) The Bangkok Post, 4 febbraio 2004.

    (12) Alternative Agriculture Network, Northern Farmers Federation, Rrafa, «Proposal to the Thai Government for the position in the negociation on agriculture in Cancun-Mexico», Bangkok, agosto 2003.
    (Traduzione di G.P.)

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