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    Il motto dei moderni Giochi olimpici è diventato legge suprema e universale di una civiltà illimitata

    Citius, altius, fortius

    4 agosto 2004 - Davide Ranzini

    Saranno anche queste, come le precedenti edizioni, dal prossimo 13 agosto, le Olimpiadi dello sport-spettacolo professionistico. Una parata sempre più patinata e seducente "di tutto ciò che può essere consumato con lo sport o col pretesto dello sport:" una sequenza spettacolare di gare, eventi e spot pubblicitari trasmessi a ritmo incalzante dai media in ogni angolo del globo.
    Mai però oggi così distanti dalle parole del barone Pierre de Coubertin, il fondatore delle moderne Olimpiadi, che esprimeva oltre cento anni fa il vero spirito della partecipazione olimpica: “La cosa più importante nei Giochi olimpici non è vincere ma partecipare, come nella vita la cosa più importante non è il trionfo, ma la lotta. L’essenziale non è la conquista, ma l’aver lottato bene”.
    I Giochi dovevano essere un grande raduno di atleti non professionisti che si sfidavano fra loro per amore dello sport.

    “Il punto di svolta – come si legge sul sito www.saveriani.bs.it - sono stati i Giochi organizzati nel 1984 a Los Angeles che grazie ad un’aggressiva politica di marketing e a sponsor miliardari riuscirono a produrre un utile davvero sorprendente di 225 milioni di dollari. Tale salto commerciale è imputabile in larga parte alla nuova esposizione mediatica delle Olimpiadi: nel 1996, i Giochi di Atlanta si calcola siano stati visti da 2,3 miliardi di telespettatori. Un business colossale. Ad esempio la rete televisiva americana NBC ha pagato recentemente 3,5 miliardi di dollari per ottenere i diritti di trasmissione sia dei Giochi Olimpici estivi, sia di quelli invernali fino al 2008”.

    Un grande show mediatico globale. Artefici le solite note multinazionali avide di profitto. In questo caso, ma non solo, ovviamente: Nike, Adidas, Puma, Reebok, Asics, Kappa, Lotto etc… denunciate di recente da tre agenzie internazionali Clean Clothes Campaign, Oxfam e Global Unions per le drammatiche condizioni di lavoro dei propri dipendenti asiatici.
    I Giochi sono inoltre una manifestazione totalmente insostenibile, dal punto di vista ambientale, per le città contemporanee e i loro abitanti, a causa dell’impatto di un evento di tale portata che prevede la costruzione di strutture gigantesche per l’accoglienza e di decine di impianti sportivi ed enormi consumi di energia.

    "How green the games?", è il titolo del rapporto che la settimana scorsa Greenpeace ha reso noto, in cui viene analizzata l'attenzione all’ambiente mostrata dagli organizzatori dei Giochi di questa imminente edizione.
    "Atene non ha imparato la lezione di Sydney. La Grecia si è comportata come se non ci fosse un passato da cui trarre insegnamento e non è andata nella direzione della compatibilità ambientale tracciata 4 anni fa" ha denunciato Nikos Charalambides, portavoce della sezione greca dell’associazione ambientalista. A parte il significativo miglioramento dei mezzi pubblici di trasporto, i successi ambientali di "Atene 2004" sono miseri”.
    Il fallimento maggiore è sul fronte energetico: l'intenzione degli organizzatori era di utilizzare per le strutture adibite alle Olimpiadi esclusivamente energia rinnovabile, mentre la percentuale di energia pulita risulta in realtà pari a zero. Niente energia solare né eolica per il villaggio olimpico e per le altre strutture dove si tengono i Giochi.
    Greenpeace chiama anche il Comitato Olimpico Internazionale e il Governo greco ad assumersi le proprie responsabilità. "Il Comitato Olimpico dovrebbe assicurarsi che le linee guida sull'ambiente vengano studiate dalle città candidate e poi anche rispettate, altrimenti continuare ad affermare che l'ambiente è il terzo pilastro delle Olimpiadi risulta una presa in giro” commenta Charalambides.

    Sui Giochi Olimpici il compianto Alex Langer ha scritto nel 1990 parole che possono considerarsi ancora oggi, la riflessione più alta e più chiara del pensiero ecologico internazionale: “Il motto dei moderni Giochi olimpici è diventato legge suprema e universale di una civiltà illimitata: “citius, altius, fortius”, più veloci, più alti, più forti si deve produrre, spostarsi, istruirsi… competere insomma. La corsa al più trionfa senza pudore, il modello della gara è diventato la matrice riconosciuta e enfatizzata di uno stile di vita che sembra irreversibile e incontenibile… Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare in “lentius, profundius, suavius”, più lento, più profondo, più dolce, e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso…Bisogna dunque riscoprire e praticare dei limiti: rallentare i ritmi di crescita e di sfruttamento, abbassare i tassi d’inquinamento, di produzione, di consumo, attenuare la nostra pressione verso la biosfera, attenuare ogni forma di violenza”.

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