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    Gli Stati Uniti consumano il 45% della benzina prodotta nel mondo

    Il petrolio e lo spirito negato di Kyoto

    9 agosto 2004 - Nicola Cipolla  

    L'andamento del prezzo del petrolio a livello internazionale sta richiamando l'attenzione dei media. Quasi tutti i commentatori sono d'accordo nell'indicare cause immediate e strutturali per questo aumento: gli effetti della guerriglia in Iraq, le lotte di potere in Russia tra Putin e i magnati del petrolio, la speculazione, l'aumento dei consumi a livello internazionale in particolare in Cina e in India. A questo riguardo sono necessarie altre considerazioni. Gli accordi di Kyoto avevano sancito l'impegno di tutti i partecipanti, compresi gli Stati Uniti di Clinton, a ridurre le emissioni serra. L'amministrazione Bush, come suo primo atto, annunciò la volontà di non onorare la firma apposta da Clinton a quel trattato. In seguito a questa posizione, gli accordi non sono entrati in vigore finora, anche perché la Russia di Putin, locupletata dall'aumento del prezzo del petrolio, rinvia la firma che permetterebbe il raggiungimento del quorum. Ciò ha portato, sotto la spinta di forze economiche interessate, ad un rilancio dei consumi energetici in generale e del petrolio in particolare in tutti i paesi, ma soprattutto negli Stati Uniti.

    Basta riflettere ancora su un dato riportato dalSole 24 ore: gli Stati Uniti, con il 5% della popolazione mondiale, consumano il 45% della benzina prodotta nel mondo, mentre la Cina e l'India che superano il 40% della popolazione mondiale ne consumano poco più del 5%. E' da sperare che i dirigenti indiani e soprattutto cinesi siano capaci di operare nel settore del risparmio energetico e nell'uso di fonti alternative con grande determinazione. In caso contrario, entro pochi anni, la situazione del pianeta diventerebbe insostenibile. Il simbolo della politica di aumento dei consumi energetici è dato dal fatto che quasi la metà dell'immenso parco di auto private degli Stati Uniti, oggi è rappresentato dai cosiddetti Suv, veicoli di derivazione militare adibiti ad uso civile che consumano quasi il doppio delle macchine sostituite in America.

    E' ovvio che i principali beneficiari di questo aumento sono le industrie petrolifere e chi detiene le risorse e i più danneggiati sono i consumatori e i paesi, come l'Italia, che non possono sottrarsi a questo insostenibile pedaggio. Inoltre, è nota la pressione che le industrie petrolifere esercitano sui governi ed in particolare sull'amministrazione Bush i cui componenti provengono direttamente dalle multinazionali del petrolio. Certo gli Stati Uniti, oppressi da un doppio deficit di bilancia commerciale e di bilancio dello Stato, ha interesse a valorizzare il prezzo del petrolio non solo nazionale ma anche internazionale (l'Iraq, il Kuwait e gli Emirato Arabi sono occupati militarmente dagli Usa) ed anche le entrate che i paesi esportatori di petrolio ricavano dai paesi industrializzati non produttori (l'Europa e il Giappone in particolare) per permettere loro di sottoscrivere con i ricavi del petrolio venduto a questi paesi i finanziamenti necessari per pareggiare i suoi deficit storici (circuito dei petrodollari).

    Ciò spiega la politica americana nei confronti del Kuwait, dell'Iraq, dei paesi del Caucaso, del sostegno ai contras del Venezuela, dell'intervento nella crisi della Nigeria, nella pressione costante su paesi come Libia e Algeria. Aumentare il controllo sui paesi produttori ì'può contribuire a tenere sottomessi i paesi industrializzati non produttori che, specie dopo la caduta del muro di Berlino, hanno tentato di assicurarsi una maggiore autonomia politica, economica e finanziaria (l'euro) nei confronti della declinante egemonia americana. Queste considerazioni spingono ad una riflessione sul ruolo dell'Europa, del movimento ambientalista come parte essenziale e determinante del movimento "no global". Sulle iniziative da prendere a livello europeo a partire dal prossimo incontro di Londra. Sulla caratterizzazione rosso-verde della "sinistra europea" con iniziative unitarie anche nel Parlamento Europeo. A livello nazionale occorre una ripresa unitaria del movimento ambientalista che spinga non solo avanti il programma di governo del futuro fronte del centro-sinistra ma che utilizzi l'occasione della finanziaria per proporre unitariamente misure a favore dello sviluppo delle fonti alternative (in Sicilia, ad esempio, sono stati già approvati impianti eolici per oltre 1000 megawatt non finanziabili con le attuali risorse). O come il ritorno alla funzione pubblica dell'Eni quale garante della concorrenza sul mercato come ai tempi di Mattei. E così via.

    Una crisi petrolifera quale quella attuale può produrre effetti favorevoli sulla mobilitazione della coscienza ambientalista a condizione che le forze interessate la affrontino con lo stesso spirito con cui l'allora nascente movimento ambientalista italiano all'esterno ed all'interno del Pci affrontò il problema del nucleare che si voleva imporre come via d'uscita alla crisi del kippur o con lo stesso slancio unitario con cui a Scanzano la popolazione ha lottato contro le conseguenze di un modello energetico pernicioso e inaffidabile.

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