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    Ricomincia a diffondersi anche in Italia la raccolta di erbe e frutti spontanei

    Per campi e boschi cercando un po' d'erba

    I poco conosciuti ma importanti benefici di uno «sport» che non costa nulla e neppure nuoce all'ambiente. Una grande quantità di erbe e piante selvatiche sono utilizzabili per l'alimentazione e per altri scopi utili - come si è fatto per secoli e come si ricomincia a fare in molte località
    22 agosto 2004 - Marinella Correggia
    Fonte: www.ilmanifesto.it
    21.08.04

    bosco immagini google E' facile, nei climi clementi, praticare il lavoro più antico del mondo: la raccolta di vegetali selvatici, venuti su da soli, senza cure né padroni. Ecologico e pacifico. Basta inoltrarsi in un bosco o anche solo imboccare una strada di campagna, posare l'attenzione sui suoi bordi verdi e staccare delicatamente foglie e bacche. Un centinaio di metri e il cesto si riempirà; almeno una quindicina di specie. In piena estate, se gli alberi danno refrigerio al terreno in certe ore della giornata, si possono trovare ortica, finocchiella, menta, melissa, malva, piantaggine, diversi tipi di cicoria, lattuga e carota selvatiche, gramigna, vitalba, tarassaco, e more e sambuco. C'è anche il gigantesco tasso barbasso (verbascum thapsus) ma serve a poco, perché è giusto un sostituto del tabacco. In primavera è un rigoglio di germogli da cura disintossicante, mangiando.

    Res nullius, bene di tutti

    Nei boschi che resistono, nei campi non avvelenati e intorno alle stradine sterrate, le piante spontanee che gli anglosassoni chiamano «volontarie» sono res nullius, cosa di nessuno e di tutti, bene comune gratuito e abbondante da quando le donne della preistoria portavano a «casa» molto più cibo dei maschi cacciatori, raccogliendo erbe, semi, frutti spontanei.
    Si dice fitoalimurgia l'alimentazione con piante selvatiche; diversa dalla fitoterapia perché per prevenire o alleviare piccoli disturbi, disintossicarsi e fare il pieno di sali minerali e vitamine ricorre non a tisane o infusi ma a risotti, minestre arricchite di erbe, insalate e macedonie (crudo è meglio). L'antica pratica è stata ampiamente messa in pratica in Europa durante le guerre del Novecento ed è in uso tuttora in molte parti del pianeta, là dove sopravvivono foreste e aree verdi; integra l'alimentazione dei poveri sia in condizioni di normale miseria sia nelle emergenze; quante volte si è letto distrattamente dei coreani del Nord o dei sudanesi o degli afgani ridotti a «mangiare erbe selvatiche»? Da noi non è in gioco la sopravvivenza, ma avvicinarsi alle pratiche del Sud del mondo imparando a riconoscere, raccogliere e conservare le erbe e i frutti spontanei, ricollega alle radici (diremmo anzi alle foglie), fa bene alla salute e alle tasche e diventa in fretta una passione leggera, più rinfrescante che bruciante. Fra le informazioni che si scambiano i Bilanci di giustizia, seicento famiglie italiane impegnate a riformare il budget domestico secondo criteri eco-sociali, ci sono le modalità di raccolta e trasformazione delle erbe e dei frutti selvatici.

    Calcata e le sue erbe

    L'unico ferro del mestiere è un buon manuale con le foto e indicazione delle parti commestibili. Ma le prime uscite sul campo vanno fatte con un insegnante: per imparare a conoscere e raccogliere senza danni - alla salute e alla vegetazione - almeno alcune decine di «erbe base nostrane» fra le 20.000 commestibili che spuntano sul pianeta, anzi che fioriscono... molti non sanno che si possono mangiare in insalata la primula, il fiore della malva, il nasturzio, la speronella, l'acacia.
    In un pomeriggio di agosto, Paolo D'Arpini di Calcata (Viterbo), impedisce agli «allievi» di raccogliere le infiorescenze bianche al sapore di carota, perché gli sembra che ce ne siano poche; e raccomanda di prendere poche foglie per ogni piantina. Pastori, contadini e capre sono stati i maestri di botanica di Paolo, che da venti anni anima il Circolo vegetariano Vv.Tt in quel particolarissimo villaggio laziale su uno sperone altissimo di tufo. Nessuno ha mai saputo bene cosa significhino quelle quattro lettere nel nome del Circolo ma la sua storia è densa: sensibilizzazione vegetariana ed ecologica; difesa dei luoghi e delle tradizioni locali; petizioni sugli olocausti preventivi di vacche presunte pazze; pensionato di galline montoni conigli e capre sottratti al destino di finire inforchettati e colà invece mantenuti a mais ed erba con alcune «adozioni a distanza», insufficienti a inserire fra gli ospiti anche maiali e buoi.
    Si mettono a memoria molte erbe in un minicorso pomeridiano con Paolo, anche se di molte non conosce i nomi latini: lezioni gratuite per chi ha faccia tosta, di poche decine di euro cena compresa per chi pensa che la trasmissione della conoscenza vada ricompensata, anche quando l'insegnante è troppo timido. L'imbrunire conclude il corso; si sale un sentierino fra gli alberi (da uno pende da anni un bambolotto nudo e scolorito) per andare cucinare l'acquacotta nel «tempio della spiritualità laica», un boschetto con grotte un tempo rifugio di animali e forse uomini, ora gestito dal VvTt.
    Paolo spiega: «Tornando dai campi, uomini e donne si attardavano ancora un po' strada facendo, per raccogliere le diverse erbe che non di rado, insieme a un po' di pane e a un filo d'olio, erano il pasto serale. Finché c'era un po' di luce c'era da fare anche intorno a casa; intanto le erbe cuocevano. Bisogna aver pazienza». bosco immagini google

    I giorni di Capracotta

    I moderni raccoglitori - consci di esserlo o no; e coscienti o incoscienti; rurali e perfino cittadini: fichi, more, cicoria nei parchi, pinoli sugli asfalti! - non sono affatto pochi, dalle Alpi con la benedizione dei tanti mirtilli e delle castagne fino alla Sicilia, dove ci si può riempire la dispensa gratis di capperi giusto mettendoli sotto sale, e di marmellate di fichi d'India. I corsi non sono tanti ma ci sono: come i week-end nel torinese dell'Associazione europea di medicine tradizionali-Aemetra, e i giorni dell'ortica a Capracotta, Alto Molise.
    Fino a non molti anni fa in paese una donna viveva di ortica, erbe e frutti selvatici, commestibili e curativi. Lucia «di Milione» (soprannominata così non per fatti di denaro ma perché suo padre Emilio era un tipo robusto) andava per i boschi, raccoglieva, cucinava e anche vendeva; figura strana, ma indipendente e rispettata. A Lucia è stata dedicata la prima «settimana dell'ortica» organizzata - si potrebbe dire «celebrata» - alla fine di giugno in quel piccolo paese montano. Promotori l'assessorato alla Cultura e gli altri comuni della zona, con il sostegno e la consulenza del Movimento uomini e ragazzi casalinghi (Muc): il suo fondatore, Antonio D'Andrea, è originario di là e ha dedicato diverse dispense cultural-pratiche all'urtica dioica, più alta e scura, e all'urtica urens, chiara e bassetta, le due specie diffuse in Italia.
    Per otto giorni, con l'aiuto di erboristi, guide, nutrizionisti, gli «orticofili» sono stati condotti a riconoscere in giro per i monti le erbe spontanee commestibili. I pomeriggi sono stati riempiti da laboratori per la preparazione domestica di tinture madri, tisane, lozioni, oleoliti per uso cosmetico e curativo. La sera, cene conviviali usando le erbe raccolte (ma gli stessi ristoranti del paese offrono menu ad hoc); l'ortica va bene nei risotti, nelle minestre, nelle frittate, perfino nell'insalata dopo averla lasciata a bagno per un po'. Anche convegni e feste, in gemellaggio con il quartiere dell'Ortica di Milano e il Circolo vegetariano VvTt di cui sopra.
    Patrizia Rainone, assessore alla cultura di Capracotta, spiega: «Qualche stupore da parte degli stessi compaesani: forse perché di ortica qui ne abbiamo tanta, è gratis e quindi ignorata...»; e centra il punto: «La gente è ormai abituata a dar valore solo a quello che costa tanto, anche se vale poco»; il contrario dell'ortica.
    Altro che erbaccia da sradicare o tutt'al più sfruttare in cosmetica come infinitesimale ingrediente per implasticati shampoo antiforfora. Quest'erba, che punge solo a non saperla cogliere per il verso giusto (bisogna prendere delicatamente le sommità fra pollice e indice; comunque dice la voce popolare che pizzicarsi così cura i reumatismi), ha partecipato nel suo piccolo alla storia del mondo. Non solo per via di Nabuccodonosor che, pare, si nutrì di sola ortica per sette anni, al termine dei quali dichiarò di poter nuovamente pensare con chiarezza e governare con saggezza.

    L'ortica di Victor Hugo

    Endemica in moltissime aree del pianeta, l'ortica prospera su terreni incolti, si rigenera da sé e non ha bisogno di aiuto, meno che mai di chimica. In diversi periodi di carestia, qua e là nei continenti, le sue foglie e le sue cime hanno fornito gratis un cibo ricco di sali minerali e vitamine. Il succo della pianta fresca, usato già ai tempi di Ippocrate, secondo gli erboristi tratta diversi disturbi, ipertensione e gotta comprese. Il macerato, poi, aiuta l'agricoltura: come concime o pesticida a seconda delle dosi; gli orticoltori possono produrlo da sé. Pestata e ritorta l'ortica diventa fibra tessile: sudari così tessuti risalgono all'età del bronzo, e in Gran Bretagna un secolo fa era coltivata sulle terre abbandonate per ottenerne tessuti di pregio.
    Nel suo piccolo, l'urtica dioica tiene il passo alla canapa. Oggi gli agricoltori britannici sono incentivati a coltivare campi d'ortica per uso tessile. Anche in Germania si produce tessuto d'ortica, meno costoso del cotone bio. In Nepal la variante locale - allo - è tessuta a mano da donne artigiane appartate nei loro villaggi di alta montagna, dove non cresce quasi nient'altro e dove è l'unica fonte di reddito monetario: asciugamani e tovagliette sono venduti - non abbastanza - nelle botteghe del commercio equo italiane.

    Capracotta e altre comunità dell'Alto Molise vorrebbero creare una rete italiana di comuni e persone per valorizzare, dice l'assessore Patrizia, «queste risorse naturali che abbiamo, l'ortica e non solo; magari avviare attività di trasformazione, creare lavoro, far tornare dei giovani». Intanto nascerà un Centro Orticamica, presso uno spazio sociale comunale di prossima apertura. Antonio D'Andrea, «da Peppina ed Elena» (così lui, che crede nel matriarcato e si fregia dei nomi di mamma e nonna) sogna l'apertura di orticherie anche altrove: «Non solo centri dove si vendono prodotti a base di ortica ma soprattutto luoghi conviviali, scuole permanenti dove realizzare corsi su come trasformare la pianta per uso alimentare, curativo e preventivo».
    Ed ecco la morale della favola. Victor Hugo, ne «I miserabili»: «Con poca fatica, l'ortica sarebbe molto utile; la si trascura, diventa nociva. Allora la si uccide. Quanti uomini somigliano all'ortica!».

    Note:

    Corsi e appuntamenti
    - Comune di Capracotta, assessorato alla Cultura (Patrizia Rainone): tel. 0865-949210
    - Circolo vegetariano VvTt (Paolo D'Arpini): via del Fontanile 12 - ingresso borgo antico - Calcata (Viterbo), tel. 0761.587200, fomafomic@tiscali.it
    - Associazione europea di medicine tradizionali (Valerio Sanfo) via Principessa Clotilde 77 Torino, tel/fax 0114375669; info@aemetra-valeriosanfo.it

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